La festa scippata
16 dicembre 2004
Buon Natale. “Come ha detto scusi?” Ho detto: Buon Natale. Ma visto e considerato che i Mercatini di Natale, dopo essere nati a Dresda più di cinquecento anni fa, ora li fanno – con tutto il rispetto – pure a Bosentino, e l’anno prossimo – chissà – forse anche nel cortile del mio condominio. Visto e considerato che da più parti si continua a dire che la gente non ha un euro e dopo davanti alle bancarelle si deve sgomitare per un sorso di brulé. Presa coscienza del fatto che oramai ci vergogniamo delle nostre stesse tradizioni al punto da stravolgerle, alterarle, per assegnarli a tutti i costi un tono di pazzesca multiculturalità, sennò stai sicuro che viene fuori qualcuno che si offende. Considerato tutto ciò, insomma, il dubbio che ronza in testa è che ci sia effettivamente qualcosa che non va.
Voglio dire. Che fine ha fatto la magia? Lo stupore per un avvenimento che, sino a pochi lustri fa, era capace di prenderci il cuore? Vogliamo fermarci un momento, per favore? Posare quei pacchi pieni di gigiate che già a metà gennaio saranno nell’immondizia?
Una volta l’attesa del Natale era un avvicinamento dolce, era come stare su una barchetta su un mare tranquillo, con una leggera brezza che ci conduceva molto lentamente al porto. Oggi… Beh, oggi più si avvicina quella data fatidica e più si ha l’impressione di partecipare ad una competizione. La corsa collettiva verso il traguardo che, non lo dice nessuno, ma nell’immaginario è il cenone, quella tavolata rossa che ci propinano le reclame televisive che poi, vai a vedere, anche in Trentino fanno solo quattro gatti. Una vera e propria corsa fatta di finto buonismo, di propositi e oggi pure di dialogo inter-culturale, che non è una partita di calcio, ma una specie di obbligo a trovare un anello di congiunzione con chi delle nostre tradizioni non sa proprio cosa farsene.
E poi scusate. Chiedo perdono preventivo ai “fratelli” di religione diversa, ma il Natale non aveva, almeno una volta, qualcosa a che fare con quel tizio… Dai, quel Gesù Cristo, che a nominarlo così tanto spudoratamente in un articolo, su un giornale laico, a qualcuno potrebbe pure dare fastidio, forse più fastidio di una bestemmia? Al 25 dicembre non si faceva risalire, per tradizione, la sua nascita a Betlemme, in una stalla, se non sbaglio?
Vediamo… mercatini, regali, zamponi, veglioni… No, nell’elenco Lui non c’è. La festa gli è stata scippata. Come se io e te andassimo ad una festa di compleanno, ci pappassimo la torta, ci sbronzassimo per tutto il tempo senza degnare il festeggiato di uno sguardo né di un saluto. Non è una bella cosa. Non è educato. Non è inter-culturale. Che schifo. “Come ha detto scusi?” Ho detto: che schifo.
("Trentino" del 16 dicembre 2004)
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Intervista ad Alessia Merz
24 settembre 2004
La voce di Alessia Merz è poco più che un sussurro. Cerco di sistemare il telefono, ma il problema non è lì. Alessia sta parlando da un salone di parrucchiera e le sue parole si impastano a tratti col suono metallico dell'asciugacapelli. Guai a perdere qualche sillaba, un'intervista esclusiva non capita tutti i giorni. E che le stelle siano dalla parte del nostro giornale lo conferma anche il fatto che intervistatore e intervistata sono nati lo stesso identico giorno: il 24 settembre: per gli amanti degli oroscopi è il primo giorno della Bilancia. "Ma dai, non mi era mai capitata una cosa così!", esclama Alessia. L'attrice trentina è attesa da un autunno molto intenso. Innanzitutto parteciperà alla seconda edizione de "L'isola dei famosi", il reality show che tanto successo ha riscosso nella passata stagione. Poi, per Alessia ci sarà finalmente una trasmissione televisiva come unica conduttrice. Ma procediamo con calma. Le origini Sul satellite mandano a ciclo continuo le repliche di "Non è la Rai", un tempo serbatoio di veline per "Striscia la Notizia". Il ricordo che Alessia Merz ha di quegl'anni è meraviglioso. Come meraviglioso è il ricordo che ha di Gianni Boncompagni. " Devo a lui il mio successo, per cui è la persona che ricordo con maggiore affetto. E' stato per lui che ho lasciato Trento per Roma. Con lui ho imparato a stare davanti ad una telecamera". Dopo tre anni a "Non è la Rai", a ventun'anni, Alessia è pronta per il grande salto e approda alla corte satirica e fustigatrice di Antonio Ricci. " Antonio rappresenta l'altra metà del mio successo. Con lui avevo meno confidenza rispetto a Boncompagni. Anche perché con un tipo come Ricci non è facile relazionarsi. Ad esempio, non riesci mai a capire quello che pensa veramente. Però sa essere anche lui molto simpatico". " Striscia la notizia" ha ascolti da record e per le veline la notorietà è una conseguenza diretta, un'occasione imperdibile che Alessia non solo non si lascia scappare, ma farà fruttare come solo un ottimo investimento può fare. Al pubblico adolescente di "Non è la Rai" si somma quello più adulto di "Striscia", gli occhi verdi dell'ex Miss Liceo "Galilei" entrano nelle case delle famiglie italiane all'ora di cena. Certo, le malelingue non mancano. I benpensanti accusano determinate trasmissioni di mercificare il corpo della donna. Alessia ha le idee molto chiare a proposito. " Quando fai un lavoro in cui devi apparire è scontato che devi più mostrare il tuo corpo che lasciar trasparire quella che potrebbe essere la tua anima o la tua testa. La mercificazione la vedo su certe strade, più che in Tv. Al giorno d'oggi ci sono ragazzine che già a undici, dodici anni pensano al mondo della Tv, forse certe voci vengono messe in giro anche per scoraggiarle". Per scremare la concorrenza, aggiungiamo noi. Abitudini L'asciugacapelli non è una colonna sonora da premio Oscar, per fortuna l'accento romano di Alessia è squillante come una tromba jazz. Ed è molto simile ad un assolo la risposta alla mia domanda su quale sia la prima cosa che pensa al mattino. " Mattino per me è un parolone che significa mezzogiorno o giù di lì. In poche parole mi lavo e ho già il piatto di pasta sotto al naso." Perché contrariamente alle notizie in nostro possesso che la volevano sulla soglia dell'anoressia, Alessia è una buongustaia: "Mangio come un camionista. Se non metto qualcosa sotto i denti è una vera e propria tragedia". Tv e Internet Chiedere cosa pensi della Tv a una che in Tv ci lavora è come domandare ad un pilota di Formula Uno cosa pensa della propria auto. " Premesso che ultimamente la Tv non ci sta offrendo un granchè, seguo volentieri le fiction e alcuni reality show. Sai che ti dico? Che la Tv è più bello farla che vederla anche perché lavorandoci puoi vederla con un occhio più critico che ti aiuta a capire cosa è vero e cosa no". La sua è una posizione privilegiata rispetto a noi comuni spettatori mortali che dobbiamo berci indistintamente menzogna e verità che la televisione ci offre. Ma quali sono i tasti del telecomando di Alessia che non vengono mai pigiati? "Cerco di evitare le storie tristi, siano film o normali trasmissioni. Anche perché penso che di questi tempi il telegiornale basti e avanzi". Da un mezzo di comunicazione all'altro: Internet. Vuvvuvvù-alessiamerz-punto-it. Ci sono foto, filmati, backstage e anche un forum... "Sì, il sito, da poco rinnovato, mi permette di restare in contatto con i miei fan. Tuttavia non sono una maniaca del web. Preferisco sempre il contatto umano al rapporto freddo e glaciale tramite un computer". Nella sezione novità del sito, viene annunciata una importante notizia per questo autunno... "Ebbene sì. Da gennaio dell'anno prossimo condurrò un programma di auto e motori su un canale satellitare." La novità nella novità è che Alessia sarà la conduttrice unica. "...e dopo undici anni di tv era anche ora", sospira il telefono. Trento e dintorni " Ormai ho perso ogni contatto con il Trentino. Ci vengo solo ogni tanto a trovare i parenti". Malavoglia? "No, è che proprio mi manca il tempo. Poi, quando arriva l'estate preferisco andare dall'altra parte del mondo". E' comprensibile (o no?). Il ritmo dell'intervista cresce e permette finalmente una domandina velenosa: se non le sembra strano che nessuno abbia mai pensato ad Alessia Merz per promuovere il Trentino? " Sinceramente no. Sono trentina, è vero, ma sono anomala". In che senso, scusi? "Non scio e sono astemia." E' una battuta, ovvio. E la grassa risata che segue non fa che confermarlo. La sorella " Hanno scritto che vado all'Isola dei Famosi per pagare gli studi di mia sorella, robe da pazzi". E' vero che Alessia dà una mano a Federica, ma da qui a scrivere robe del genere... ci scusiamo a nome di tutti i giornalisti d'Italia. Ma se disgraziatamente Federica dovesse intraprendere la stessa strada di Alessia? "A mia sorella della Tv non può fregargliene di meno. Ma se proprio volesse le consiglierei di essere sempre se stessa e di avere la faccia come il culo". Ehm, come scusi? Ah, voleva dire di non lasciarsi determinare da situazioni e persone attorno a lei; avevamo capito un'altra cosa... "Anche da questo punto di vista sono una trentina un po' anomala". Un po' tanto. Veline e calciatori E' uno dei flirt dell'estate. Fabio Bazzani, attaccante della Sampdoria e della nazionale, è il nuovo fidanzato ufficiale di Alessia Merz. Proprio la sera prima dell'intervista ha giocato a Trento, perdendo e facendosi espellere. "Però ha fatto un gran gol" sottolinea subito Alessia. Siamo seri per un momento. Parliamo di questo fenomeno scientifico, dell'attrazione che nel nostro Paese accoppia sempre più di sovente le veline con i calciatori. Quanto c'è di vero? "Ti dico solo che è abbastanza normale che delle persone che, sebbene facciano lavori diversi, hanno stessa popolarità e stessi soldi, abbiano amicizie in comune e, di conseguenze, frequentano gli stessi posti e..." E poi ci pensa Cupido a fare il resto. "Proprio così: veline, calciatori, attori, registi... bene o male è tutto un unico ambiente. Certo può capitare pure di incontrare l'idraulico o lo studente". Ecco spiegato l'arcano. Ma le malelingue sono vere e proprie macchine da guerra, animate da invidia e disinformazione. "C'è tanta invidia, è vero. Poi c'è la potenza del passaparola". Il primo della catena dice uno, quando la notizia arriva sulla bocca del quinto siamo già arrivati a dieci. Si montano dei veri e propri casi da un gesto o da un'innocente occhiata. Sesso? Che effetto fa essere considerata una sex symbol? "Non mi sono mai reputata una sex-symbol. Anche perché per reputarti tale i canoni sono altri, Fai conto, la biondona, occhi azzurri, tette enormi, stangona... per cui non mi ci vedo molto. Però, alla fine, fa piacere. Come si dice? Meglio suscitare sesso che fare schifo". E i corteggiatori non mancano, immaginiamo. Come si difende Alessia dai loro attacchi. "Io sono molto esigente. Prima di perdere la testa ce ne metto di tempo. Mi piace mettere gli uomini alla prova: li studio, cerco di capire se stanno attenti a quello che dico e a quello che penso." Ha molta pazienza. E' una preda che sa aspettare. "Più che altro ne devono avere tanta loro (i cacciatori, ndr). Non dico che devono sudare, però... Non che faccia dei test, ma sono abbastanza difficile all'inizio". Insomma, i corteggiatori sono tanti la corteggiata una, onde per cui. L’isola di Alessia Il 17 settembre, Alessia Merz parte per la seconda edizione del reality show reso famoso dalle esternazioni di Pappalardo e dalle ferite della contessina De Blanck. Solo sette giorni dopo l'attrice trentina compirà trent'anni, un compleanno che si prevede molto austero e dietetico. "Erano mesi che organizzavo le cose alla grande: fuochi d'artificio, mongolfiera, poi mi è arrivata questa cosa tra capo e collo". Che sfortuna. "Pensavo ad una festa originale, e adesso la farò sull'Isola; beh, più originale di così". Non era proprio entusiasta Alessia di andarci sull'Isola. Fino all'ultimo ha detto di no. Alla fine è stata decisiva l'amicizia con Simona Ventura, conduttrice anche della seconda edizione. Cosa spaventa di più Alessia di questo mostro chiamato reality show? " A parte il non mangiare, perché io sono una mangiona. E poi mi considero una casinara, nel senso che sono abituata a fare trecento cose al giorno: un appuntamento qua, uno là, l'adrenalina a mille. Adesso, l'idea di non sapere come occupare quattro ore... beh, un pochettino mi spaventa." Le chiediamo se non ha paura di mostrare degli aspetti sconosciuti del suo carattere. Lei risponde con sicurezza e con una punta di orgoglio. "Al contrario, io spero che quegli aspetti vengano fuori. Sai com'è per noi... La gente, per quanto tu ti sforzi di far vedere che hai un cervello e un'anima, vede solo due gambe e due tette. Magari finalmente si accorgeranno che non sono un'ochetta ed ho anche un cervello". Mostrare la vera Alessia Merz, ecco il vero motivo che l'ha spinta a partecipare a questo circo tropicale, a sottoporsi al crudele occhio delle telecamera 24 ore su 24, spazzando la privacy sotto al tappeto. L'Isola dei Famosi può dare ad Alessia l'opportunità di conquistare quella fetta di pubblico che ancora le manca. Ad aiutarla e a sostenerla ci sarà quel carattere forte e tenace. Almeno in questo, trentina lo è.
(TrentinoMese - settembre 2004)
Intervista a Carmine Abate
19 settembre 2004
Parlo con Carmine Abate e mi tornano alla mente immagini del sud Italia che credevo dimenticate. Certi pomeriggi d’estate, ad esempio, quando se non stai attento il sole è capace di tagliarti in due. O quei giorni fermi, che se ne stanno a mollo nel tempo, come si fa con i legumi prima di metterli a cuocere.
Leggo i libri di Abate ed è come leggere la lunga lettera che ogni sud del mondo, se potesse, scriverebbe al resto dell’universo, il proclama che ogni minoranza diffonderebbe se avesse anche una sola possibilità di essere ascoltata. E non è retorica, ma un fatto. Anzi, un aneddoto inquadrato nel corso della storia, con tanto di data, ora e di luogo. Cinque giugno duemilaquattro, ore 23 circa. L’Espresso del Levante come tutte le notti sta tagliando in due l’Italia. In cuccetta un piccolo imprenditore albanese mi sta raccontando l’avvincente (ma interminabile) saga di Scanderbeg. In un italiano incerto, quasi una nenia, egli narra di questo eroe albanese che nel Tempo Grande aveva difeso il suo popolo, l’Arberia, contro le orde dei turchi. Un racconto che affonda pericolosamente nella notte incombente e sembra poter durare per sempre. Io mi giro dall’altra, ho una gran voglia dormire. Provo a fare capire al compagno di viaggio che è ora di spegnere le luci, e lo faccio pronunciandogli il titolo di un libro; con il tono perentorio di chi ti supplica di farla finita: “La moto di Scanderbeg!”. L’albanese si ferma. Mi guarda con gli occhi accesi. Spegne la luce della cuccetta e dice con una punta di orgoglio: “Carminie Abiate!”, così, con quella specie di accento russo che gli impasta la lingua. Una frazione di secondo dopo comincia a russare.
ALBANIA
Che c’entra l’Albania? Beh, Carmine Abate, abita e lavora in Trentino d’accordo, ma è nato Carfizzi, uno di quei posti in cui ci nasci una volta, ma è come se lo facessi pure una seconda. Sei italiano e sei pure albanese. No, non è uno scherzo della geografia, e nemmeno l’eccessivo tasso alcoolico dell’ufficiale dell’anagrafe. Carfizzi, provincia di Crotone, è una comunità arbëreshe, antichi discendenti di profughi albanesi che fuggivano dalla dominazione ottomana del 1400. E proprio “La moto di Scanderbeg” è il titolo del primo romanzo di Abate.
In questo modo nell’articolo entra un’altra volta quella stessa data: 5 giugno 2004, “La festa del ritorno”, l’ultimo libro di Abate, viene inserito nella cinquina finale del premio Campiello. No, non un premio qualsiasi, ma quello che nel suo albo d’oro riporta i nomi di Levi, Bassani, Silone: gente che con la penna ci sapeva fare davvero.
Sì, perché capita che il telefono di uno scrittore di origini arbëreshe squilli e il capo ufficio stampa della Mondadori gli comunichi questa cosa. “La sorpresa è stata grande”, dice Abate. “Non posso negare che vincere un premio del genere, (la finale è prevista il giorno 18, ndr.) potrebbe davvero darmi una popolarità enorme. Già entrare nella cinquina finale ha comportato una immediata ristampa del libro”. Anche perché il suo libro ha ottenuto il maggior numero di consensi (7 voti su 10 giurati) alla prima votazione.
SANTA RABBIA
Perché hai iniziato a scrivere? La domanda gliel’hanno fatta migliaia di volte, ma Abate mi risponde con la solita disarmante disponibilità. “Per rabbia, per rabbia e per rabbia. Per richiamare l’opinione pubblica sul tema dell’emigrazione; per denunciare la condizione di persone costrette a dover lasciare la propria terra per poter lavorare”.
Già, nei libri di Carmine Abate l’emigrazione la si respira, si sente l’odore di certe valigie piene di speranza e di caciotte, il rumore di certi addii strazianti e la melodia del sospirato ritorno. Libri che a poterli riassumere in quattro parole (soprattutto quest’ultimo, “La festa del ritorno”), le parole sarebbero “partenza, nostalgia, sacrificio e dignità”.
“ Le partenze sono una ferita aperta. Io, ad esempio, non dimenticherò mai la prima partenza, quella di mio nonno per l’America. E quella di mio padre per la Francia. Un’emigrazione non fine a se stessa, ma primo gradino di una crescita, di un possibile miglioramento”.
La seconda parola fa arrabbiare Abate, che dalla sua casa di Besenello dice: “Nostalgia?! E’ vero, la partenza a rigor di logica comporterebbe una nostalgia, ma nostalgia in greco vuol dire “dolore del ritorno” e io nel ritorno ci vedo sempre una festa!”. No, la nostalgia proprio no!
Alcuni critici accusano Abate di evitare la contemporaneità e di fossilizzarsi nella memoria di un sud che non c’è più, in un passato perduto. Ma cosa è il presente senza ciò che lo ha preceduto? Come fai a capire i giorni amari che stiamo vivendo se non conosci la loro storia? Il presente senza memoria è una scatola vuota. O poco più.
SACRIFICIO E DIGNITÀ
Altra parola chiave: sacrificio. Cos’è il sacrificio in una società che fa di tutto per far finta che esso non sia necessario? “L’ironia della sorte, per l’emigrante, è che non basta partire. Una volta giunti a destinazione, in un paese straniero, lontano anni luce dalle tue radici, dopo aver dovuto superare i problemi di adattamento, arriva il compito fondamentale dell’emigrante: risparmiare.” E per farlo devi sacrificarti. Ma esiste modo e modo. Sopportare il sacrificio lamentandosi per tutto il tempo, prendendosela con questo o con quello, cercando il compatimento e la solidarietà. Oppure, (eccola la quarta parola chiave dei romanzi di Carmine Abate) sopportare tutto con dignità.
“ Credo che questa sia la parola più importante. Io la vedo unita al sacrificio perché non conosco un sacrificio fatto senza dignità. Queste sono le cose che mi ha insegnato mio padre: la coerenza, che non è arroganza, ma piuttosto il ribellarsi ad un destino infame”. A questa forza misteriosa che ci muove come pedine, in un gioco in cui ognuno si fa le regole da sé.
Ora che vive in Trentino, quanto si sente ancora emigrante Carmine Abate? “Se si è lontani dal luogo della propria origine si è condannati ad essere emigranti per sempre. Ma c’è anche un’utilità nel vivere questa condizione: vivere le proprie origini in un nuovo posto di residenza è come vivere due volte, non crede?”
Già, a patto di non affogarsi nella nostalgia… “Bravo”. Vedi che la lezione di vita di Abate comincia a dare i suoi frutti?
CALABRIA O TRENTINO?
La scrittrice americana Flannery O’Connor sosteneva che lo scrittore è chiamato a scrivere della realtà che lo circonda, per poter meglio denunciare con forza le brutture della vita, partendo appunto da quelle più vicine. Abate cosa pensa della scrittura civile orientata in tal senso? “Prima di tutto ci tengo a dire che considero la mia scrittura una scrittura civile, nel senso che le mie storie sono fortemente ancorate nel sociale. Riguardo al fatto del vivere in Trentino, beh, c’è un paradosso in me. Vivo intensamente la Calabria, proprio vivendo qui.” Cioè?
“ Vede, non è semplice da spiegare, ma io non potrei scrivere così se non fossi in Trentino.” No, ha ragione Abate: una cosa così è proprio difficile spiegarla. Probabilmente la si può solo vivere.
SCRIVERE
Come ha detto prima, lei ha iniziato a scrivere per rabbia. Cos’è che invece lo scrivere le dà come persona? Dall’altro capo del telefono, alcuni attimi di silenzio. Poi. “Scrivere per me è una sfida e io sono uno che accetta le sfide. Quando inizio a scrivere una storia, butto lì una situazione o un’immagine. Poi, ci costruisco attorno tutto il resto. Con fatica e in molto tempo, ma alla fine la sfida la devo vincere”.
Come un vero emigrante, come Giovanni Alessi, come Giorgio Bellusci e come il padre de “La festa del ritorno” che la sfida l’hanno raccolta con dignità e coerenza. E il trionfo che sta alla fine del cunicolo, in cui l’emigrante si infila a cercare la luce, è descritto in maniera meravigliosa nella scena finale del romanzo in lizza per il Campiello: una valigia gettata nel fuoco che bruciando sprigiona faville e riempie l’aria della puzza della vittoria. Puzza, abbiamo scritto, non profumo. Perché il prezzo pagato dai personaggi del libro e dall’autore è stato alto.
“ Affonto lo sforzo creativo provando quello stesso piacere che prova il lettore nel leggere. Il piacere che provo rileggendo i miei stessi libri. Sa una cosa? E’ davvero sorprendente rileggersi”.
Così, per chiudere l’intervista gli citiamo una frase pescata da “Tra due mari”, il suo penultimo romanzo: “Se muori come quando sei nato, allora non sei servito proprio a niente”.
Silenzio. Abate sorride sotto ai baffi. E’ come se riuscissimo a vederlo all’altro capo del filo, alla sua scrivania ingombra di giornali, ritagli di articoli che parlano di lui. “Io non sono già più quello di prima.”
E’ vero: anche lui ha bruciato la sua valigia. Nel falò del successo.
("Trentino", 19 settembre 2004)
La corsa e la vita
30 agosto 2004
Maratona di Atene. Trentasettesimo chilometro. Il brasiliano De Lima è in testa e sembra potercela fare, non fosse che ad un certo punto la sua canotta scompare. Sì, le telecamere non lo trovano più. Anzi, aspetta un momento... Eccolo sbucare dalla folla. Quello che è accaduto ce lo spiega il replay. Un individuo in kilt irrompe sul percorso di gara. Sulla schiena porta una scritta: “Leggete la Bibbia, dice sempre la verità”. Però leggila bene la Bibbia, amico. Probabilmente ti sei perso il punto in cui c’è scritto che sei un deficiente. Insomma, il povero brasiliano è stato sbattuto contro le transenne; a quel punto, dobbiamo confessarlo, quasi ci è dispiaciuto tifare per Stefano Baldini, il nostro magnifico atleta che stava rimontando. Lo avrebbe preso lo stesso, d’accordo, eppoi il brasiliano ha vinto il bronzo, va bene, ma l’immagine di quel folle blitz ci ha fatto pensare. Perché quell’imbecille ha impersonato l’imprevisto che in qualsiasi momento può sconvolgere una vita, così come una corsa. Perché il fascino della maratona è immenso, perfino difficile da spiegare, ma assomiglia paurosamente al fascino della vita stessa. E a colpire di questa disciplina, di questo forsennato rimestare i piedi per quaranta e passa chilometri non sono tanto le origini leggendarie. E non è nemmeno l’anacronismo della fatica bestiale a cui gli atleti si sottopongono, in una società dove tutto ti insegnano meno che ad accettare la fatica. Quello che rimane in testa dopo una maratona è la solitudine del maratoneta che parte, corre e arriva da solo. Voglio dire. Una solitudine vera, densa, fatta di pensieri, respiri e gambe che scoppiano. Anche la nostra vita è così. Lunga, spesso difficile, eppure tanto fascinosa. Con un deficiente in kilt ad ogni angolo di strada, che ogni giorno può rischiare di mandarti tutto all’aria, tutti i progetti, i piani di gara. E tu sei lì che fai la tua onesta fatica quotidiana fatta di lavoro e famiglia. Fai il tuo mestiere e capita che un deficiente in kilt ti prenda, faccia una richiesta pazzesca al tuo Paese di appartenenza e poi, scaduti i termini, ti sgozzi come un animale. Non te la lascia riprendere nemmeno la gara. E tu sei solo. Come sono soli i due giornalisti francesi rapiti. Come era solo Enzo Baldoni. Come era solo Filippide, quel giorno, sulla spianata di Maratona, quando sconfitti i persiani gli venne ordinato di correre ad Atene e portare la notizia della vittoria. Quarantadue chilometri a perdifiato. Con la spada, l’elmo, i calzari, altro che nike. E alla fine, col partenone sullo sfondo, alla folla radunata, urla Filippide, urla con quel poco fiato che gli rimane: “Vittoria! Vittoria!”. E poi cade. Muore per lo sforzo fatto. Contento per essere riuscito ad eseguire l’ordine, ma solo: come soltanto un maratoneta può essere.
("Trentino" del 30 agosto 2004)