Il cuoco di Mozart

"Il cuoco di Mozart" è il monologo concertato, sulla vita di Lorenzo Da Ponte – celebre librettista di Mozart, che ha aperto i Concerti della Domenica 2006, l'8 gennaio a Trento, Sala FIlarmonica. Il programma dei Concerti e il libretto edito da Curcu & Genovese sono stati presentati venerdì 16 dicembre a Palazzo Geremia a Trento, ore 11.



(Pagine 48 - Euro 5,00)

Prefazione
COME BATTISTI E MOGOL
Siamo tutti d’accordo: di Lorenzo Da Ponte oggi resterebbe solo un dimenticato busto alla Columbia University di New York e qualche scartoffia impolverata negli archivi del comune di Vittorio Veneto se tra i piedi non gli fosse capitato quel Mozart là. È normale che sia così. Pure il buon Giulio-Rapetti-in-arte-Mogol si sarebbe sciolto nella mediocrità senza l’incontro con il grande Lucio Battisti.
Eppure, nonostante tutto, sarebbe un delitto non nutrire almeno un poco di curiosità nei confronti di questa figura straordinaria, di questo ebreo-italiano-americano che visse novant’anni quando l’età media di un uomo arrivava a malapena a quarantacinque. Le vicende di un mattacchione, libertino, avventuriero geniale, capace di procurarsi tanto di fama e amori, quanto di risentimenti e veleni. Uno di quei personaggi che, nel corso dei secoli, il nostro Paese ha spesso sguinzagliato in giro per il mondo, pensiamo ai Cagliostro, ai Casanova, solo per citarne un paio. Erano costoro in grado di vivere esistenze che parevano più paradossi che esistenze. Perennemente in fuga, ricercati da creditori, amanti, mariti cornuti eppure in grado di avere vite talmente avventurose e pregne di vicende da farle sembrare vere e proprie opere teatrali.
Ma chi fu veramente Lorenzo Da Ponte? Da dove veniva? Cosa fece prima e, soprattutto, dopo l’irripetibile evento della collaborazione con Mozart? Fu soltanto l’ambiguo librettista, il privo di scrupoli e l’opportunista incallito descritto nelle malevole biografie mozartiane? Ne “Il cuoco di Mozart” si tenta di farlo raccontare a lui stesso, immaginandolo calato nella nostra contemporaneità ipertecnologica e depressa, nella quale, ne siamo sicuri, Lorenzo Da Ponte si sarebbe trovato a meraviglia.
Certo se non fosse stato Mozart a musicare quei tre libretti di Da Ponte, non staremmo qui a parlarne, ma Da Ponte ebbe il merito indiscutibile di rispondere in maniera incredibilmente felice alle esigenze, a volte difficili, del musicista. L’opera lirica è un lavoro a più mani ove il libretto fa da struttura portante alla costruzione musicale che verrà poi. Fu, quella con Mozart, una collaborazione magica, rara, quasi una catarsi che i due geni si indussero a vicenda.
Raccontare la vita di Lorenzo Da Ponte è come intraprendere un viaggio affascinante e pericoloso attraverso l’Europa di quegli anni – da Venezia a Vienna a Londra – per giungere alla fine, addirittura, nella lontanissima Nuova York. Perché Da Ponte non attraversò solamente gli Stati, non solcò gli oceani e basta, ma fu capace di attraversare la Storia e di trascenderla tout-court, passando dalle Corti europee dei sovrani mecenati alla nascente democrazia americana. Scrisse più di trenta libretti d’opera, ma anche fini componimenti poetici, oltre al volume delle memorie. Conobbe gente come Gozzi, Metastasio e Foscolo, Casanova, Mozart, Salieri, gli imperatori Giuseppe e Leopoldo, il suo successore. Diffuse l’opera lirica e la letteratura italiana in America. Fu il primo professore italiano alla celebre Columbia University. Ma la sua grandezza fu un’altra. Nel corso della sua lunga esistenza terrena, Da Ponte riuscì a conquistarsi l’onore dei grandi, la fama e la gloria e allo stesso tempo aveva un’abilità tutta particolare per cacciarsi nei guai; poteva correre dalle stelle alle stalle con una rapidità assoluta. Aveva il dono di non annoiarsi mai dando continuamente fuoco alle polveri della creatività e della fantasia. Genio e avventuriero sono le parole che lo spiegano meglio. Eppure, ingiusto o no che sia, scherzo del Fato o demerito imperdonabile, siamo tutti d’accordo: furono quei cinque anni passati accanto a Mozart a collocarlo nell’Olimpo della celebrità.
p.l.
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Un racconto su "Autobahn"



Il racconto "Il Paradiso è sold out" è stato inserito nella raccolta "Autobahn", edita da Traven Books e curata da Reinhard Christanell. Il volume verrà presentato giovedì 15 dicembre alle ore 18 al Caffè letterario di Laives (Aula Magna zona scolastica).

Autobahn è, in primo luogo, un‘antologia di racconti ispirata al celebre racconto di Pier Vittorio Tondelli, di cui nel 2006 ricorre il quindicesimo anniversario della morte e al quale la raccolta è dedicata. L‘Autobahn/autostrada di cui si parla e che fa da sfondo a molti dei racconti inseriti nel volume è quella del Brennero, la A 22, che collega non solo quattro regioni italiane (Trentino-Alto Adige, Veneto, Lombardia e Emilia Romagna) ma soprattutto il Nord e il Sud, il freddo al caldo, le montagne al mare, territori, culture, lingue ma anche speranze, illusioni e disperazione racchiuse, per il breve tempo del loro passaggio, nei piccoli recipienti metallici che corrono - o scorrono - ininterrottamente sul nastro d‘asfalto in una direzione e nell‘altra. E proprio questo brulicare di vita – e a volte di morte - gli autori qui raccolti, alcuni affermati ed altri alla prime esperienze ma di sicuro talento narrativo, quasi tutti residenti nelle regioni attraversate dalla A 22, hanno raccontato nelle loro storie.

Autori presenti: Vivian Lamarque, Marco Aliprandini & Alessandro Banda, Daniele Benati, Alex Boschetti, Francesca Califano, Francesca Caprini, Paolo Crazy Carnevale, Bruna Maria Dal Lago Veneri, Luca De Feo, Paolo De Martin, Alessandro Genovese, Ivan Levrini, Pino Loperfido, Gianfranco Mammi, Dacia Maraini, Eliana Agata Marchese, Carlo Martinelli, Laura Mautone, Astrid Mazzola, Gabriele Muscolino, Asuka Ozumi & Fulvia De Luca, Fulvio Panzeri, Davide Pivetti, Luis Pusteria, Maria Pia Quintavalla, Alina Rizzi, Andrea Rossi, Flora Sarrubbo, Andrea Sarti, Gregorio Scalise, Gisela Scerman, Alessandro Tamburini, Michela Turra, Dario Voltolini, Stefano Zangrando, Gigi Zoppello, Nadia Scappini.
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A settembre in libreria



Lillo Gubert ha ventidue anni e odia proprio tutti:
donne, immigrati, politici, veneti, meridionali, bolzanini,
camerieri, casellanti e chiunque non sia praticamente identico a lui.
Odia il suo paese, Febbre Valsugana, borgo impossibile
incastrato tra il confine veneto e quello trentino.
Odia se stesso e il mondo politicamente corretto in cui si ritrova a dover vivere.

“Teroldego” è un romanzo di formazione e di distruzione.
La storia di un compagno di sbronze, di un figlio trascurato,
di un nipote strafottente. La cronaca di un anno vissuto pericolosamente che,
proprio come la vita, diverte, agita, sorprende.
E fa paura.
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Se al Quaeda non suona al Live 8



Con ancora nelle orecchie le note commoventi, ma pure un po’ caciarone, del Live 8, sabato 2 luglio, ce n’eravamo andati a letto con una segreta speranza: che la soluzione ai problemi del mondo fosse, in fondo, legata ad un fatto di comprensione. Basta capirsi, insomma. Per questo cantanti pittati, urlatori barbuti e stralunati stonatori si sono “sacrificati” in questo 2 luglio 2005. Per invogliare i grandi della terra, pronti a riunirsi a Gleneagles, ad essere “comprensivi” e annullare quella facezia di debito che i paesi africani hanno accumulato fino ad oggi. Cavolo, voglio dire, s’è scomodato perfino Jovanotti.
Finito il concerto, gli osservatori più inclini all’ottimismo si sono lasciati andare ad imperdonabili errori di valutazione confondendo la finta beneficenza delle rockstar con la fine del problema Africa. E pure noi, gente della strada, ammorbata dal fesso ottimismo dell’estate, c’abbiamo illogicamente sperato. “Che ci vuole?” abbiamo pensato.
I più pessimisti, però, hanno subito invocato calma e gesso, dapprima ricordando al mondo che l’Africa non è un semplice problema, non è il comodo quoziente della sperequazione paesi ricchi – paesi poveri. L’Africa è un cancro, una malattia incurabile che accresce la sua forza depistando i medici che l’hanno in cura, costringendoli ad anteporre la cura alla diagnosi.
Ma non si sono limitati a ciò, i pessimisti. Hanno voluto soffermarsi sulle altre pandemie, disastri incombenti che pendono sul pianeta come una spada di Damocle: da quello economico legato all’emancipazione cinese, all’inquietante scenario atomico che si sta prospettando in Iran, fino alle solite, spesso farneticanti, problematiche legate all’ambiente.
Quel che saltava all’occhio, dalle analisi degli ultimi giorni, era la totale assenza dall’ordine del giorno di un’organizzazione terroristica rispondente al nome di Al Quaeda che pareva essersi dissolta. D’altra parte Bin Laden è inacciuffabile, ma c’ha i suoi acciacchi; Al Zarqawi è morto, anzi no, diciamo quasi. La nuova Tower of Freedom di New York sarà a prova di attacco. In Iraq – è vero – ne fanno fuori decine al giorno, ma in fondo questi sono affari loro.
Adesso, arrivano le bombe di Londra e il loro fragore desta l’Occidente dal torpore estivo, da quel sogno di una notte di mezza estate che è parso il Live 8. L’attacco alla Gran Bretagna sorprende. Ed è proprio questa sorpresa forse l’aspetto più angosciante della tragedia. L’Occidente, noi italiani soprattutto, è abituato a guardare avanti, addestrato a dimenticare e a tornare, espletati i canonici minuti di silenzio, alla sospirata normalità. E si soprende perché certe cose non se le aspetta. Riesce a non aspettarsele.
Ancora morti, scenari di ordinaria follia, di odio siderale che si manifesta, si ripresenta sulla scena più vivo che mai. Altro che Africa e bambini che muoiono ogni tre secondi. Pochi sono disposti ad ammetterlo, oggi, ma il risultato più importante che ha prodotto il megaconcerto organizzato da Bob Geldof è stato pure l’unico: rimettere assieme i Pink Floyd dopo 24 anni.
Al Live 8 è andata in scena l’utopia di un mondo perfetto osteggiato dai potenti del mondo. Per le strade di Londra è andata in scena un’altra utopia, complementare e di segno opposto alla prima: quella di una parte del mondo che non ci sta e costi quel che costi prova a fartelo capire, prima che sia troppo tardi.
Undici settembre 2001: New York. Undici marzo 2004: Madrid. Sette luglio 2005: Londra. A meno di un improbabile ritiro delle nostre truppe dall’Iraq, i prossimi morti, inutile nascondersi dietro un dito, saranno italiani. Vediamo di non lasciarci sorprendere.
"Trentino" del 9 luglio 2005
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Più pericoloso il wrestling o uno sputo?



Qualcuno li ha paragonati agli eroi greci, possenti e invincibili; qualcuno ai guerrieri dei videogames che alla fine si rialzano sempre. Sono i wrestlers, gente che riesce a darsele di santa ragione senza nemmeno sfiorarsi, a piombare sull’avversario dopo un salto di due metri e a non fargli nemmeno il solletico. Hanno nomi altisonanti e coreografici e ultimamente fanno impazzire i bambini, qualche genitore e un semiologo come Roland Barthes che ha detto del wrestling (lui lo chiama catch): “Non è uno spettacolo sadico, ma intellegibile. Il pubblico non assiste alla rappresentazioni di passioni vere, ma gode della perfezione dell'iconografia”.
C’è chi non si unisce a questo coro di consensi e trova che sia molto, troppo, pericoloso lasciare i bambini in balia di questo spettacolo: quantomeno si rischia il tentativo di emulazione.
È vero. I bambini spesso non riescono a fare a meno di scimmiottare i grandi. È anche vero, però, che nonostante tutto conoscono i propri limiti. Voglio dire. Non è che basti portarli al circo per ritrovarseli poi a domare cagnacci randagi per strada; o magari nelle vesti di acrobati da appartamento mentre si dondolano sul lampadario. Tutto il casino che talune associazioni stanno facendo sulla presunta pericolosità del wrestling televisivo sembra avere molto del censorio, abbastanza del propagandistico e pochissimo di sensato. Prima di tutto perché occorre intendersi sul concetto di “violento”, peraltro molto, forse troppo, soggettivo. Per intenderci, c’è chi vede la violenza nella lotta palesemente finta, a volte basata su un vero e proprio canovaccio teatrale, di gente come Eddie Guerrero e John Cena e chi, invece, trova violento un acceso dibattito in campagna elettorale. Per qualcuno, anche l’annuale settimana di chiacchiere e documentari sulla montagna può bastare ad ispirare la violenza più cieca…
Ma l’obiezione è fin troppo ovvia: i bambini certe cose non le guardano (per fortuna). Eppure davanti alla tivù ci stanno delle ore e, di questi tempi, per un adolescente, stare davanti a quello scatolone è diventato più pericoloso di un’esposizione all’uranio impoverito. Specie se mamma e papà usano il palinsesto come parcheggio per la prole.
Il wrestling è violento e spinge i piccoli ad una pericolosa imitazione. Può essere. Però se nel conto ci mettiamo il bimbo valsuganotto finito al pronto soccorso per il wrestling allora non possiamo tacere le centinaia di fratture, slogature, contusioni che si possono riscontrare ogni settimana sui campi di calcio, sulle ciclabili, nei cortili degli oratori. E purtroppo, oggetto dell’imitazione, non è sempre solo il gesto atletico. Non per dire, ma quando quel famoso italico calciatore si beccò una squalifica per aver sputato all’avversario, forse pochi se ne sono resi conto, ma furono non pochi i tentativi di imitazione. E non fu facile far capire ai piccoli calciatori che la saliva non va usata a quel modo. Eppure, nessuno si azzardò a chiedere il ritiro della maglia dello sputatore, regolarmente in commercio. A prezzi violentissimi.
"Trentino" del 7 maggio 2005


INTERVISTA AD UN PICCOLO FAN TRENTINO

Tanto per non fare i classici conti senza l’oste, dopo tante parole dei grandi su una passione dei piccoli, proviamo a sentire cosa ne pensano i diretti interessati. Abbiamo incontrato un piccolo fan trentino del wrestling. Ha otto anni, ci riceve nella sua cameretta letteralmente tappezzata da faccioni urlanti e arrabbiati. Lottatori, naturalmente, di cui lui è capace di elencare nomi, titoli, caratteristiche tecniche, ecc.

Qual è il tuo wrestler preferito?
Il mio preferito è Shawn Michaels. Ma mi piacciono pure Big Show ed Eddie Guerrero.

E i tuoi amici? Quali sono i più amati a scuola ad esempio? Fammi tre nomi.
Direi Eddie Guerrero, John Cena, Rey Mysterio.

Perché ti piace così tanto?
Perché si picchiano e fanno finta. Lo sanno tutti. E poi hai visto che acrobazie spettacolari che sanno fare…

Tu non cerchi di imitarli, vero?
Sì, ma solo con la mia mucca di peluche. Sai, lei non si fa mai niente.

Gli stessi lottatori dicono sempre ai bambini di non provare ad imitarli: perché lo fanno secondo te?
Perché può essere pericoloso. Ma è un’ingiustizia.

Perché, loro non si fanno male?

Guarda che il ring è di gommapiuma, eh.

Vabbé, ehm… non ti arrabbiare… Quanti sono i fan del wrestling nel tuo paese?

Tantissimi, ma solo i maschi.

Se un giorno decidessero di non trasmetterlo più…
Beh, tornerei ai cartoni animati… Ma chiederei a quelli della tv perché non lo fanno più.

Dimmi un’ultima cosa. Ma questo wrestling è uno sport o cosa?

È un entertaiment.

Un che?
Entertaiment. È la parola inglese che dicono alla tv.

Inglese, eh? E che significa?
Non lo so.
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Il dolore di un padre



Lo abbiamo visto timido affacciarsi al balcone – quel 16 ottobre del 1978 – e parlare, un pelo imbarazzato, con la voce incerta; manifestare da subito quanto si sentisse inadeguato a guidare Santa Romana Chiesa, lui che ancora masticava male l’italiano (“Se sbalio mi corigerete”). Avevamo ventisette anni di meno e tanta curiosità per questo Papa polacco, straniero, non-italico. Si capisce. Erano quasi cinque secoli di fila che il Pontefice aveva un nome italiano, facile da pronunciare, un mezzo parente, insomma. Quella sera di ottobre, invece, come bambini eccitati, ci siamo messi a ripetere quel cognome difficile, pieno di lettere strane: W-o-j-t-y-l-a, W-o-j-t-y-l-a… giocando a chi di noi si avvicinava di più alla pronuncia corretta. Il mondo stava per cambiare, ma noi mica lo sapevamo.Non potevamo saperlo che quel Papa “qualunque”, sfidando la tradizione e le pallottole esplose da Agca, si sarebbe rimboccato le maniche, avrebbe impugnato il piccone e cominciato a fare macerie della ricchezza materiale del mondo, del profitto fine a se stesso, della corsa al guadagno e all’accumulo.Non potevamo prevedere che avrebbe abbattuto a colpi di encicliche e di critico-amore i regimi comunisti dell’est europeo. Chi se lo poteva immaginare che, in una nuova stagione di ecumenismo, da molti definito “avventuroso”, avrebbe riavvicinato la Chiesa Cattolica alle altre confessioni: in primis, quella ebraica.Chi se lo immaginava che questo timido Cardinale polacco sarebbe stato il Pontefice delle prime volte. La prima volta del domandare scusa per gli errori del passato: Inquisizione, crociate, sottomissione della donna. E poi tutti quei nuovi santi e beati, un numero impressionante di preti, martiri di guerra, ma pure civili, eroiche madri di famiglia pronte a morire, a piegarsi alla malattia, anziché sacrificare il bimbo che si portavano in grembo. Chi se lo immaginava che il vecchio Karol sarebbe arrivato a tanto: a dare una voce a quanti pensavano di averla perduta, la voce; a quanti – fino ad allora – crogiolandosi in un mutismo immaginario avevano evitato con cura le domande dell’esistenza.Ha viaggiato molto, Giovanni Paolo II. Più di tutti. Ma nemmeno in un’occasione le sue trasferte si sono rivelate delle semplici visite di cortesia. Perché che il Santo Padre si recasse a Gerusalemme o volasse nella Cuba di Fidél, ogni suo gesto e ogni sua parola sembravano provenire dallo stesso progetto. Come se ogni giorno del suo Pontificato avesse rappresentato il tassello di un disegno grandioso, cucitogli addosso quella famosa sera di ottobre, come un vestito su misura confezionato dal Sarto più bravo che c’è.Lo abbiamo visto, l’uomo in bianco, arrivare a Trento, quel sabato di aprile del ‘95. Sbucare dal fondo di via Belenzani come un destino buono, come un padre che torna a casa per rifocillare i propri figli. Avevamo dieci anni di meno, la sera in cui andammo a cantargli le canzoni polacche e ad augurargli la buonanotte, in Piazza Fiera, sotto le finestre della Curia. Avevamo dieci anni di meno quando urlando “Lunga vita al Papa!” lo sentimmo ribattere sorpreso: “Lunga? Quanti anni, ancora?”. E cominciavamo a capirlo. Si faceva sempre più chiara la grandezza del suo Pontificato; sempre più spiegabili le sue azioni, i suoi viaggi, la sua natura di comunicatore che – grazie ad un carisma immenso – sapeva arrivare al cuore delle questioni e delle persone con una semplicità nuova.Lo abbiamo visto, ancora, in questi ultimi anni, malato, piegato su se stesso come un cespuglio di dolore, restìo a farsi da parte, nonostante la malattia lo schiaffeggiasse beffarda. Abbiamo ventisette anni di più, adesso, e ne abbiamo imparate di cose, grazie a lui. Ad accettare il dolore, ad esempio. A coltivare la sofferenza in un mondo che la sofferenza la rigetta. Come se anziché appartenerci, essere impiantato in noi, il dolore fosse un corpo estraneo, una sciocchezza che è meglio non dire, la polvere da nascondere sotto al tappeto.Infine, con quell’agonia interminabile, così stonata e fuori-luogo nel 2005 del nostro scontento, c’ha insegnato un’ultima cosa, il Papa polacco. Che un padre non può mai farsi da parte, un padre non può abdicare. Può divorziare da sua moglie, mandare a quel Paese il mondo intero, ma i figli no, proprio non li può abbandonare. È per questo che su quel balcone, oggi, ci siamo noi, ventisette anni dopo. Noi, credenti, miscredenti, atei, mentre, un pelo imbarazzati, con la voce incerta, proviamo a spiegare quanto ci sentiamo inadeguati a navigare nel mondo, per le strade delle nostre città, nelle case, sui posti di lavoro, ora che lui se n’è andato per sempre.
"Trentino" del 6 aprile 2005
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"Caro Alcide" al Liceo Galilei



Più mi aggiro per le aule del Liceo “Galilei” e più ho la sensazione di essere piombato in un telefilm americano. Questo posto assomiglia talmente ad un college anglosassone che per un momento ci sipuò davvero scordare di essere in Italia. Per questo raccontare la vita del buon Alcide ai ragazzi di quarta e quinta, oltre a rinfrescare la memoria sullo Statista trentino, serve proprio a riportarci in Italia, a far pulsare nuovamente il nostro cuore tricolore. Le musiche originali di Massimiliano Tait, oltre a fare da metronomo per il sottoscritto, riescono a dar calore alla narrazione. Finita l’affabulazione, mi accorgo di quanto molti ragazzi e alcuni professori sono rimasti colpiti da quella storia; come se qualcuno li avesse appena dato un pugno sul naso e loro volessero spiegazioni dal tizio che li ha colpiti. Solo che il naso fa ancora troppo male per riuscire a parlare.




Trento, Liceo "Galilei", via Bolognini
venerdì 11 marzo, ore 10

"Caro Alcide"
Racconto di e con Pino Loperfido

Musiche originali di Massimiliano Tait,
composte per l’occasione ed eseguite in diretta dall’autore.

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Da Nicola Calipari alla tragedia del "Cermis"



Eccolo, il problema: la verità. Nel capolavoro di Umberto Eco, “Il nome della Rosa”, Guglielmo di Baskerville ad un certo punto così ammonisce il suo allievo Adso: “Temi coloro pronti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro”.
All’indomani della tragedia del Cermis quando – ricordiamolo – un aereo militare Usa tranciò i cavi della funivia causando la morte di venti persone, il presidente Clinton definì “orribile” quanto accaduto. Ciononostante, sappiamo come andò a finire la questione. I piloti subirono una condanna irrisoria (radiazione dal corpo dei marines, sei mesi con la condizionale); in pratica, vista la gravità del reato, un’assoluzione bell’e buona.
Il dubbio che anche l’inchiesta sull’uccisione dell’agente Nicola Calipari possa finire a tarallucci e vino, con una condanna lieve, magari a porte chiuse, serpeggia nell’opinione pubblica, anche ricordando quanto avvenne nel 1999 a proposito della tragedia della Val di Fiemme.
George Bush promette di chiarire dinamica dei fatti e responsabilità. Ma trovare un capro espiatorio, un ragazzotto yankee sotto stress che la sera di venerdì 4 marzo, sotto la pioggia di Bagdad, ha commesso un “errore” non basterà, stavolta, a far sì che le cose ritornino come prima.
Per due Paesi che fino a venerdì si consideravano alleati di ferro, quel “fuoco amico” che ha crivellato la macchina con a bordo Giuliana Sgrena, appena liberata, questo “incidente”, questa fatalità “abbastanza normale in guerra” sta quanto meno mettendo in grave imbarazzo sia Roma che Washington. Italia e Usa. Due nazioni, ma soprattutto due modi di essere, due punti di vista, oseremo dire. Perché il punto è proprio questo. È come se lingue parlate dai due Governi non siano diverse solo per una questione idiomatica. Per fare un esempio, secondo l’ex ambasciatore Usa, Bartolomew, dobbiamo fidarci di loro perché anche i responsabili del Cermis furono “processati e puniti”. Non resta che intendersi sul concetto di punizione, ad esempio regalando a Bartolomew un vocabolario.
Il punto su cui si arrovellano i principali commentatori è: cosa è successo veramente a settecento metri dall’aeroporto di Bagdad? Qual è la verità? Su un piatto della bilancia abbiamo la versione americana, secondo la quale l’auto con a bordo la Sgrena e gli agenti italiani procedeva ad alta velocità e non ha osservato le più elementari procedure di sicurezza note perfino alla popolazione civile. Tra l’altro, questo vorrebbe dire che gli 007 italiani sono stati, in quel frangente, più sprovveduti del più imbecille degli abitanti di Bagdad, cosa che, da italiani in lutto, ci sentiamo di escludere.
Sull’altro piatto della bilancia non abbiamo una semplice versione dei fatti, ma una testimonianza viva e diretta. Non dimentichiamo, infatti, che Giuliana Sgrena era in quell’auto e che le sue dichiarazioni parlano di un auto italiana che procedeva ad andatura regolare, improvvisamente abbagliata dalle luci di un blindato. Subito dopo è venuta, a quanto dice lei, una vera e propria pioggia di fuoco. No, non un paio di colpi. Un inferno di piombo, tanto che la giornalista del “Manifesto”, coperta dal corpo ormai esanime di Calipari, ad un certo punto si è trovata ad avere le mani piene di proiettili esplosi.
Di fronte a due versioni tanto distanti, il lettore e l’uomo della strada possono solo allargare le braccia, sentirsi una volta di più una mera pedina in mano a poteri superiori e occulti.
Cosa ci racconteranno questa volta? Che la visibilità era ridotta? Che quei marines erano sotto pressione? Assisteremo ad una nuova farsa processuale come accadde per la tragedia del Cermis?
Domande infinite, la cui risposta rimane sepolta in quei secondi di terrore e nella vita di Calipari che se ne va. La verità sta nelle bassezze di una certa politica che dello speculare su eventi tragici come questo ne ha ormai fatto una specialità. La verità sta nei pensieri del soldato che ha aperto il fuoco. La verità è il pantano che sempre più si sta rivelando quel posto. La verità è che la verità, siatene certi, non ce la diranno mai.
"Trentino" dell'8 marzo 2005
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Cermis e teatro civile



Dopo le 120 repliche totalizzate nelle stagioni 2002-2003 e 2003-2004, nell'ambito del "Progetto teatro Civile", il Teatro Stabile di Bolzano ripropone il monologo tratto dal libro omonimo. Le recite si terranno a BOLZANO, al Nuovo Teatro Comunale (Teatro Studio), da martedì 22 a venerdì 25 marzo 2005 (h. 20.30). Ad interpretare il manovratore superstite della tragedia sarà naturalmente Andrea Castelli, mattatore della passata messa in scena. previste anche alcune matinée riservate alle scuole a Merano, Bressanone e Brunico. "Progetto teatro Civile" vede la partecipazione dei più affermati autori italiani: da Marco Paolini a Pippo Delbono, da Maurizio Donadoni a Ascanio Celestini.

Rassegna stampa
* Il testo trova l’interprete ideale in Andrea Castelli, attore-orchestra che dà il colore di una varia umanità al suo personaggio, ne fa un montanaro semplice e giusto che parla, straziato, a nome della sua valle oltraggiata e delle vittime”. (Ugo Ronfani – Il Giorno)

* Sulla strada delle operazioni civili inaugurata da Marco Paolini, Loperfido ricostruisce l’andamento del terribile incidente, dando voce a un superstite: il conduttore della cabina che viaggiava in senso inverso. Quel che emerge è la crudeltà, l’insensatezza e la prevedibilità di un disastro che si poteva benissimo evitare”. (Ugo Volli – la Repubblica)

* Dal racconto, misto di italiano e dialetto, del manovratore superstite prende vita Il racconto del Cermis di Pino Loperfido, testo vincitore del Premio Bolzano Teatro 2001. Da vedere”. (Claudia Cannella – Il Corriere della Sera)

* Il risultato di questo sforzo di riflessione, prodotto dallo Stabile di Bolzano, è affidato alla sensibile interpretazione di Andrea Castelli”. (Renato Palazzi – delteatro.it)

* Il climax della pièce è magistralmente assecondato dalla regia semplicissima e però capace di coinvolgere gli spettatori e da Castelli che sa mettere in primo piano un uomo dilaniato nel profondo da quanto ha visto e, cercando inutilmente di esorcizzarlo nell’ironia, finisce per rimanere sul labile confine della follia. Spettacolo da non perdere”. (Andrea Pedrinelli – La Padania)

* Si sviluppa così una sorta di flusso di coscienza, fino alla descrizione angosciosa e angosciata di quel pomeriggio da inferno reso con molta partecipazione dall’interprete, Andrea Castelli, non dimentico della lezione attorale di un Marco Paolini o di un Marco Baliani, ma anche di quella più dichiaratamente satirica di un Dario Fo”. (Mario Brandolin – Messaggero Veneto).
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"Caro Alcide" in Puglia




Altamura (Ba) - 27 gennaio 2005

Ad Altamura non fanno bene solo il pane, ma pure un sacco di altre cose. La Giornata della Memoria, ad esempio. La vulcanica Preside Bianca Tragni mi ha invitato a celebrare i sessant’anni della Shoah, col mio racconto di “Caro Alcide”. E’ una scelta coraggiosa e intelligente. Perché, come giustamente dice la Tragni, commemorare la Shoah e lo sterminio degli ebrei può – soprattutto nella mente di un giovane liceale – cadere facilmente nella retorica, se non si collega la tragedia di quel popolo con ciò che ne seguì più tardi: la rinascita economica e l’Europa Unita. E chi, più di Degasperi, può ergersi a simbolo di ciò? Lo stesso Degasperi che, dotti denigratori, accusano di un non meglio specificato “antisemitismo” per alcuni suoi scritti giovanili. Se Degasperi era antisemita io sono Indro Montanelli.
Comunque, l’atmosfera nel Liceo “Federico II” è a dir poco elettrica. L’entusiasmo circola per i corridoi e traspare dagli occhi degli studenti che sciamano come api industriose. Leggo con molto interesse l’opuscolo “Intervista a Degasperi” realizzato da alcune classi con l’ausilio del mio libro.
Poi, accompagnato al pianoforte dal bravissimo Edoardo, mi lancio nel racconto davanti ad una platea gremita e vociante. La sfida è conquistare quei ragazzi, avvolgerli nel pathos del ricordo e trasportarli indietro nel tempo. Pur non essendo Montanelli, riesco nell’impresa di ottenere l’attenzione di trecento liceali che non vedono l’ora di andarsene a casa e di tenermela per quasi un’ora.
Alla fine, i ragazzi sembrano diversi. Mentre, incuriositi, fanno domande al sottoscritto, la storia di Degasperi e di cinquant’anni di tragedie gliela si può leggere direttamente negli occhi.
Ad Altamura sanno fare bene un sacco di altre cose, oltre al pane.
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