L'orsa che dà alla testa
31 dicembre 2007 Archiviato in: Articoli
Una bella storia di Natale. Commovente. Per una volta la pigra gente trentina ha deciso di mobilitarsi e di scendere in piazza a manifestare contro l’ingiusta detenzione di Jurka, imprigionata da ben centosettanta giorni e zifola. Questo almeno quello che qualcuno vuol farci credere. In realtà, a sfilare lungo le strade di Trento illuminate a festa sono state solo poche decine di animalisti e Jurka non è un prigioniero politico, bensì una femmina di orso, una bestia che si è deciso di porre in cattività perché si era messa in testa di fare bene il suo mestiere di orso. Diciamo un’orso un po’ troppo orso per i nostri gusti. Leggi tutto...
Facciamola noi una festa per Dewis
11 dicembre 2007 Archiviato in: Pensieri
E se gliela organizzassimo noi una bella festa al giovane Dewis? Ma non una festa qualsiasi, bensì la più indimenticabile e bella che ti possa capitare nella vita. Una di quelle occasioni che poi ricorderai con piacere e commozione per tutto il resto della tua esistenza. Altro che raduno dei coscritti con la solita noiosissima bevuta e i patetici quattro salti in discoteca.
Viene davvero voglia di rimboccarsi le maniche e cominciare ad attaccare i festoni al muro leggendo la storia di Dewis Borghesi, il diciottenne della Val di Non affetto da Sindrome di Down che non ha ancora ricevuto l’invito per la programmata festa dei coscritti del suo paese. Per il momento. Quell’ “ancòra”, infatti, ce lo mettiamo perché vogliamo credere che un intoppo di qualche tipo abbia impedito agli organizzatori di recapitare il biglietto a casa Borghesi. Magari è sfilato accidentalmente via dal mucchio degli inviti, oppure una folata di vento l’ha portato via con sé. Può succedere. Si può credere anche alle ipotesi più fantascientifiche (l’inchiostro è svanito nel nulla, la cellulosa della carta si è autodistrutta per via di una complessa reazione chimica, un topolino goloso se l’è mangiato nella bussola, ecc.), ma non che gli altri coscritti volutamente abbiano evitato di invitare Dewis. No. Una cosa così è difficile da credere. Leggi tutto...
Benigni e Dante: all'inferno ci siamo noi
02 dicembre 2007 Archiviato in: Attualità
Quanti giovedì sera hanno avuto la ventura di seguire Roberto Benigni lungo il suo appassionato excursus dantesco, non hanno potuto non avere la percezione di essere stati partecipi di qualcosa di molto più grande di una trasmissione televisiva. La sensazione di stare assistendo ad un miracolo si è rivelata, per una volta, qualcosa di più di un semplice sospetto. Il miracolo è avvenuto ed è stato questo: l’uomo si è ripreso la televisione. Il creatore si è reimpossessato della sua creatura, di quell’oggetto pazzesco che da più di mezzo secolo è capace di divertire, intrattenere, informare, ma pure di plasmare e corrompere le coscienze. Giusto all’ora in cui, in altre normali serate, le facce di concorrenti stressati che sperano di beccare il pacco giusto fanno il loro ingresso nelle nostre case, un piccolo grande uomo toscano, conterraneo di Dante Alighieri, ci ha presi per mano e ci ha condotto nel luogo più impensabile: l’interno delle nostre coscienze. E per farlo non ha lanciato anatemi, né proposto noiosi sermoni. Ha giocato. Giocato con le parole, all’inizio, per conquistarsi l’attenzione. Proprio come in un rito dionisiaco, oppure come si fa con i bambini che prima li si lascia sfogare e poi, quando sono stanchi e rilassati, si acchiappa il loro sguardo e di esso, nutrendoli, ci si nutre.
L’uomo si è ripreso la televisione nella sera in cui, per la prima volta, siamo stati sinceramente felici di aver pagato il canone Rai. La prima e unica occasione che ci ha fatto sentire di aver speso bene quei soldi che tutti gli anni versiamo giocoforza nelle casse della tivù di Stato. Leggi tutto...
Il padre, questo sconosciuto
20 novembre 2007 Archiviato in: Articoli
La presenza paterna è il miglior investimento per il futuro dei figli. Lo ha detto Benedetto XVI, ma potrebbe tranquillamente sottoscriverlo anche il più acerrimo nemico del cattolicesimo. Lo pensano certamente anche quel gruppo di docenti universitari, scienziati, giornalisti, professionisti che da tutta Italia ha sottoscritto la cosiddetta “Lista per il Padre” promossa dallo psicologo Claudio Risé. Di essi fa parte pure Antonello Vanni, scrittore, insegnante ed esperto di tematiche giovanili, che questa sera sarà in Trentino a parlare del “Ruolo educativo del padre all’interno della famiglia” (Vigolo Vattaro, auditorium, ore 20.45, org. Associazione culturale “Nitida Stella”).
La figura del padre è stata in Occidente separata dalle sue funzioni educative e sociali. Come e perché? “Si è trattato di un processo molto lungo – dice Vanni – partito con la secolarizzazione della società e quindi anche della figura del padre. Questo a partire dalla riforma protestante in avanti, passando per l’illuminismo”.
Tuttavia ci sono state anche cause più contingenti che hanno ridotto i padri in senso numerico. Pensiamo, ad esempio, a ciò che è accaduto a causa delle guerre mondiali, quando milioni di padri non sono più tornati a casa. Ma pure all’avvento della società industriale, che ha letteralmente “tolto” i padri dalle famiglie. Cosa che si sta accentuando con l’attuale congiuntura economica. Il carovita, la disoccupazione, la crisi dei mutui: conseguenza diretta di questi problemi per la famiglia è che i genitori sono costretti a lavorare di più. Perciò la presenza del padre la dobbiamo misurare in termini qualitativi, piuttosto che quantitativi. Oggi si sta con i figli, magari meno, ma si cerca di farlo con un’intensità ed una passione più alti. Leggi tutto...
Le due ferite di Piedicastello
16 novembre 2007 Archiviato in: Articoli
Sia chiaro. Spazzare la polvere sotto al tappeto non è mai stato un grande rimedio contro la sporcizia. La vicina ti farà dei gran complimenti per come riesci a tenere in ordine la casa, d’accordo, ma il problema non sarà risolto. Voglio dire, adesso non è che siccome hanno spostato le due canne della tangenziale, infilando il traffico dei pendolari sotto al Doss Trento, il rione di Piedicastello diventa improvvisamente una specie di giadino dell’Eden. Piuttosto, il borgo più antico della città è oggi ancora più brutto di prima, con quelle due arterie deserte e silenziose che ora fanno il paio con l’inquietante relitto industriale dell’Italcementi. Due fantasmi di cemento e asfalto, due ferite inferte al tessuto urbanistico che avranno bisogno di chissà quanto tempo per risanarsi e restituire al luogo quella grazia e quella preziosità che aveva un tempo.
Certo che spendere trenta milioni di euro per smantellare due gallerie che non hanno nemmeno compiuto trent’anni fa una certa rabbia. Non solo per l’enormità della cifra che si è dovuta sborsare, ma per il fatto che ancora una volta i cittadini – e quelli di Piedicastello ne sono un esempio eclatante – si sono rivelati per quello che sono veramente: dei burattini manovrati dalle forze della politica e dell’interesse economico, binomio che spesso non si è fatto scrupoli a calpestare i diritti in nome del progresso. Altro che inaugurazioni con la banda, ricchi premi e cotillons. Non stiamo parlando di un castello di sabbia che il bambino ha costruito troppo vicino al mare a cui il papà consiglia di abbatterlo e riedificarlo qualche metro più su, nei pressi dell’ombrellone. Bensì di un orribile sfregio compiuto in barba ad ogni regola morale, una mazzata per la popolazione di Piedicastello già provata dai fumi di quella fabbrica troppo vicina e dall’evacuazione voluta nel 1963 dall’allora sindaco Nilo Piccoli perché il Dos – dicono – rischiava di franare sulle case. Leggi tutto...
Pizzol: riposarsi all'ombra di una storia
12 novembre 2007 Archiviato in: Articoli
Il nostro paese è attraversato da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica (anche se pure lì non è che siamo messi benissimo) e neppure quella economica (vedi sopra) ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Di cosa stiamo parlando? L’emergenza è quella educativa e nessuno può chiamarsi fuori, ovviamente, perché è attraverso l’educazione che si forma una persona e, quindi, l’intera società.
Lo hanno capito molto bene tre associazioni trentine (Periscopio, Nitida Stella e Stenico 80) che in questi giorni stanno lanciando una serie di interessanti iniziative culturali legate tra loro da un titolo – “Educarsi per educare” – all’apparenza semplice, ma che cela e svela una delle responsabilità principali dell’essere umano: quella di essere genitori.
Si tratta di una sorta di percorso formativo per chi ha dei figli o si accinge ad averne, ma indirettamente pure per i figli stessi. Nessuna pretesa di insegnare nulla a nessuno, giurano gli organizzatori. Infatti gli incontri sono per lo più testimonianze dirette di psicologi, attori, docenti che mirano a fare chiarezza, in un mondo in cui ormai troppe cose sono presentate e utilizzate ad un livello virtuale, sull’introduzione totale alla realtà. Abbiamo chiesto cosa significa al romagnolo Giampiero Pizzol, attore e autore di fiabe, racconti e numerosi spettacoli per ragazzi, che stasera parlerà a Caldonazzo (Sala S. Sisto, ore 20.30) in un incontro intitolato “Il senso dei 5 sensi - Guardare, udire, toccare... alla scoperta della realtà”.
“Oggi purtroppo nessuno racconta più storie, non c’è assolutamente il tempo per fare delle esperienze, a volte anche fondamentali. Per questo abbiamo pensato di utilizzare il percorso dei cinque sensi – che di solito si utilizza nelle scuole materne – attraverso il metodo della narrazione”.
Il problema del raccontare, del dare spazio alla relazione è molto importante oggi, momento storico in cui le famiglie sono spesso in affanno, quando non definitivamente disgregate. Tante nostre azioni quotidiane, spesso indotte dall’esterno, hanno relazione con il fare: dallo shopping, allo sport; il racconto invece è strettamente connesso con l’essere e può abbracciare tutta la realtà, rivelandosi così essenziale per tutti, non solo per i bambini.
Tutti concetti questi che verranno ampiamente trattati da Pizzol, accompagnato da Laura Aguzzoni, in una due giorni trentina – una vera e propria task force educativa – che lo vedrà impegnato, oltre che nell’incontro citato, a Mezzolombardo sabato mattina e a Vigolo Vattaro, dove offrirà uno spettacolo per ragazzi, intitolato “Il volo delle rondini” (teatro, ore 17, ingresso libero), tratto dal suo libro omonimo.
“Si fa un gran parlare di valori – conclude Pizzol –, ma noi non vogliamo insegnare valori. Ne verrebbe fuori un parolaio senza capo né coda. L’amicizia non si può insegnare, tuttavia si può sperimentare, sentire nelle parole, nei gesti”.
Quando ci si trova davanti ad un’emergenza (e quella educativa lo è) le soluzioni possibili sono due: o si scappa o si chiamano i soccorsi. Chi ha organizzato il ciclo “Educarsi per educare” ha certamente optato per la seconda opzione. Bene, i soccorsi stanno arrivando.
("l'Adige" del 9 novembre 2007)
La morte del giornalismo
27 agosto 2007 Archiviato in: Attualità
Una sera di mezz’estate può capitarti anche questo. Accendi la tv alla sera, dopo una giornata di lavoro, non tanto per sentire nuove notizie dato che sei rimasto attaccato ad Internet tutto il giorno, quanto per ascoltare qualche approfondimento, un commento illustre, interviste esclusive. E per farlo scegli quello che da sempre è considerato il più illustre dei notiziari, quello per intenderci riformato da Willy de Luca, i cui conduttori hanno riempito l’adolescenza di milioni di italiani: Bianca Maria Piccinino, Emilio Fede, Bruno Vespa, Paolo Frajese e soprattutto il grandissimo Massimo Valentini.
Un sera di mezz’estate, ecco il Tg1 che comincia. Si parte con la cronaca, è ovvio. Il delitto di Garlasco. La giornalista (!?) pare quella della pubblicità del chewingum, mentre indaga sul biancore dei denti dei finlandesi. Si piazza davanti alla caserma dei caramba e poi, quando questi escono con il fidanzato della povera Chiara, assieme a tutta la troupe si schiaffa in macchina e – incredibilmente – parte all’inseguimento dei militi per scoprire dove stanno andando!
Uno dice: “Vabbé, tutto si evolve a questo mondo. Si vede che dare le notizie in questo modo cattura di più l’interesse dei telespettatori”.
Andiamo avanti. Secondo servizio. Pare che i vestiti cinesi contengano quantità eccessive di formaldeide e pertanto sono pericolosi per la salute di chi li indossa. Lo rivela uno studio neozelandese (addirittura). La notizia pare da subito molto discutibile, anzi non è nemmeno una notizia. È un’illazione, lo spudorato tentativo di convincere la gente che la concorrenza commerciale va bene solo fino ad un certo punto.
Non poteva mancare, in perfetto stile studioaperto, un cenno al dorato mondo della moda che con le sue chiacchiere i tg sa riempirli da dio. Naomi Campbell denuncia (!?) le discriminazioni in atto nei riguardi delle sue colleghe (!?) nere. Guadagnano miliardi, è vero, però potrebbero guadagnarne di più, almeno quanto le colleghe bianche. Caspita, che capolavoro di giornalismo. Se non stiamo attenti prendiamo il Pullitzer. Primo velo pietoso.
Ma siamo al clou del telegiornale. Un servizio che sarebbe sembrato un po’ troppo ameno e inutile perfino se trasmesso da “La vita in diretta”. Una telefonata fiume di San Celentano che al Tg1 (no, non a sua zia: al Tg1!) dice peste e corna della liguria e del suo mare preda della speculazione edilizia. A parte che già Calvino ne aveva parlato, pare di risentire quella famosa canzone “Chissà perché continuano a costruire le case …e non lasciano l’erba”. Legittimo, per carità. Ogni cittadino (anche quelli con l’aureola) ha il diritto di lamentarsi e di pretendere ascolto. Ma devi farlo proprio al Tg1?! In prima serata?! Cos’è vi divertite a far rivoltare Valentini e Frajese nella tomba? Secondo velo pietoso.
A questo punto, sono passate le venti e venti e uno penserebbe di averne prese abbastanza. Macchè. Ecco il servizio sull’ennesimo studio dell’università di vattelapesca che permette di enunciare una nuova teoria: le donne sono più propense degli uomini alla separazione. Accidenti che notiziona. Aspetta che me la segno. I veli pietosi sono finiti.
Tutto questo sembra molte cose. Gossip, curiosità, pettegolezzo, ma non sembra giornalismo. Casomai la sua morte; lo scempio che del giornalismo si sta facendo in questi ultimi anni grazie ai vari Lucignolo, Vita in diretta, Studio Aperto. E all’elenco, dopo questa sera di mezz’estate, possiamo aggiungerci a pieno diritto pure il Tg1. Complimenti dunque al direttore Gianni Riotta – recentemente premiato in Trentino con il “Val di Sole” – per l’interessante linea che sta imponendo al suo telegiornale. I fischi diretti a Prodi misteriosamente cancellati, Lapo Elkann con il suo sito internet mandato in sovraimpressione, il mea culpa del motociclista evasore e – dulcis in fundo – l’intervista esclusiva a Fabrizio Corona in cerca delle cugine di Garlasco sono già nella storia del’informazione di questo paese malato. Sobrietà, essenzialità, deontologia e trasparenza. Il tutto, naturalmente, a spese degli italiani.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
"Caro Alcide" nel modenese
19 luglio 2007 Archiviato in: Presentazioni
L'estate dell'anno scorso ci eravamo conosciuti a
Levico, in occasione di una delle tante "recite" del
monologo su Alcide Degasperi. Al generale Bernardoni,
in vacanza nella città termale, il tutto era piaciuto
così tanto da invitarmi un anno dopo, il 19 luglio a
Coscogno di Pavullo nel Frignano, sull'appennino
modenese. Il caldo asfissiante nulla ha tolto al
fascino del luogo e alla simpatia dei rotariani che mi
hanno ospitato. Il racconto si è tenuto all'interno di
una antica chiesetta medievale. Al termine, grande
tavolata sulla piazzetta antistante con la degustazione
dei prodotti tipici locali e dell'immancabile
lambrusco.
Officina del Monte Bondone
17 luglio 2007 Archiviato in: Incontri

L'esperienza dell'Officina del Monte Bondone è il classico esempio di lavoro che fai per gli altri, ma che alla fine serve soprattutto a te. E questo l'ho capito non appena arrivato all'auditorium di Vaneze martedì 10 luglio, guardando le facce dei ragazzi che si bevono le mie parole sull'arte del racconto. C'è qualcosa nell'entusiasmo, nella forza d'animo e nella spontaneità degli adolescenti che spesso è proprio ciò di cui noi quarantenni abbastanza annoiati necessitiamo. La gioia di vivere, la curiosità del confronto e dell'esperienza. È per questo che mi sento di ringraziare il direttore artistico Mauro Pedron per aver pensato anche a me quando ha stilato la lista dei cosiddetti maestri da spedire sul Monte Bondone.
Non si è trattato di un semplice laboratorio, ma di un vero e proprio happening delle arti, concretizzato in incontri fruttuosi e scambio di esperienze (oltre che di numero di cellulare). Interessanti, per quanto mi riguarda, l'interazione con gli altri maestri: i Zoldester, Bertazzon, la fotografa Alice Belcredi, ma soprattutto con la forza espressiva e la simpatia di Giuseppe Cederna.
Per quanto riguarda il lavoro con i ragazzi, nel brevissimo tempo a disposizione siamo riusciti a mettere in piedi un piccolo giallo ambientato sulle pendici del Monte Bondone, dal titolo "Chi l'ha finito con il ketchup". Una faticaccia, certo, ma ne è valsa la pena considerato che si è trattato della prima produzione originale dell'Officina. Tanto l'entusiasmo incontrato a Vigo Cavedine alla "prima" del nostro spettacolo, giovedì 12 luglio. Era bello vedere i ragazzi agitati per l'evento, andarsene in giro per strade e stradine a provare la loro piccola parte della recita. Ancora più fonte di soddisfazioni vederli dopo, felici per aver recitato davanti ad un pubblico vero ma soprattutto per aver visto concretizzato il loro lavoro di allievi dell'Officina del Monte Bondone.
L'orsa è in gabbia (finalmente)
02 luglio 2007 Archiviato in: Articoli
Plaudire all’istituzione pubblica non è un’attività molto praticata dai cittadini. Diciamo che le occasioni sono piuttosto rade. Questa volta ci sentiamo in dovere di complimentarci con il Servizio Foreste e Fauna della Provincia autonoma per la cattura dell’animale che già da qualche tempo si era dimostrato incontrollabile e fuori dai limiti che il progetto Life Ursus e l’intelligenza umana prevedono. Jurka se ne va in gabbia, quindi. Il posto giusto per coloro che delinquono. Uomini e animali.
È accaduto che l’orsa stava diventando troppo furba, oltre che pericolosa. Aveva compiuto incursioni ripetute in centri abitati, aveva troppa confidenza con l’uomo e aveva provato perfino a penetrare in strutture d’abitazione alla ricerca di cibo. I vertici del Ministero e quelli della P.a.t. hanno capito che qui non si trattava più di allarmismi infondati, ma di un pericolo estremamente reale che prima o poi potesse scapparci il morto (umano). Insomma, non era più ragionevole lasciare una bestia selvatica di quel temperamento ancora libera di scorazzare tra le case trentine. Tra l’altro, la cattura di altri orsi, ad esempio i cuccioli di Jurka, è già stata pre-autorizzata da Roma nel caso in cui dovesse presentarsi la necessità.
Quanto scrivevamo in un post di qualche mese fa, dunque, sembra essere stato raccolto da chi di dovere. Agli animalisti, veri o presunti tali, che si stracciano le vesti sui media per l’arresto del loro orso preferito, a tutti coloro che banalizzano la pericolosità della bestia in questione descrivendola come affettuosa e gentile, la Provincia risponde che la cattura di Jurka “si motiva in relazione alla necessità di garantire continuità e sostenibilità al progetto, in coerenza con la finalità generale dello stesso”. Forse nel senso che se fosse accaduto qualcosa di spiacevole l’intero progetto sarebbe stato messo in discussione. Ma per qualcuno in discussione lo è già.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
La Trento più brutta che c'è
25 giugno 2007 Archiviato in: Articoli
Dopo essersi arrampicata fino alle vette della
modernità grazie ai dotti interventi e alle
illustri partecipazioni del Festival dell’Economia, la
città di Trento sembra ripiombare nel medioevo a causa
di quello che – se non lo è – assomiglia molto ad un
grave episodio di censura.
Sono in pochi a saperlo. Giusto gli addetti ai lavori e qualche attento lettore. La sera del 25 giugno, nel pieno dei festeggiamenti per il Santo Patrono, il Teatro Sociale di Trento resterà desolatamente chiuso. Beh? E che problema c’è, domanderà qualcuno. Nessuno. Peccato che fino a qualche settimana fa era programmato un elaborato dramma teatrale, frutto di un’attenta ricerca storica, che avrebbe visto in scena oltre quaranta attori. Una piece che vuole fare chiarezza su una delle pagine più oscure della storia cittadina a cui però gli abitanti del capoluogo non potranno assistere. La recita del 25 giugno è stata cancellata.
Volendo vederci un pelo più chiaro, la prima cosa che abbiamo pensato di fare è stata quella di telefonare agli organizzatori. “Come mai lo spettacolo non si farà anche se era presente sui primi programmi delle Feste Vigiliane?” La segreteria risponde con voce ferma e sicura che si è trattato di un semplice problema di “location” in quanto il Teatro Sociale era risultato non “adatto” ad uno spettacolo del genere; spettacolo che, comunque, “non è annullato, ma soltanto rimandato a data da destinarsi, probabilmente questo autunno”. Quando comunque – ovvio – non sarà il Comune di Trento a provvedere alla sua organizzazione.
Di più non è dato sapere.
Lo spettacolo teatrale in questione si intitola “Via del Mercato Vecchio” ed è stato scritto una decina di anni fa da Antonia Dalpiaz, una delle più note e apprezzate figure della cultura trentina. Il testo affronta in maniera aperta e senza pregiudizi di sorta la nota vicenda del Simonino che nel 1475 sconvolse la città di Trento.
“Tutto sembrava ormai incanalato nel giusto percorso – dice la Dalpiaz – Gli organizzatori avevano letto il testo e concordato la data: il 25 giugno.”
Il 3 maggio l’autrice, il regista e gli attori avrebbero dovuto visionare il Teatro Sociale per i dettagli tecnici e per l’adattamento dello spettacolo. Ma pochi giorni prima… “la doccia fredda. Dopo la comparsa sui quotidiani della programmazione relativa alle Feste Vigiliane, gli organizzatori avvisano il Presidente della Co.f.as. (produttore dello spettacolo, N.d.r.) Gino Tarter, che lo spettacolo non si farà perché «non adatto»”.
Azzardando, saremmo portati a dire il Simonino fa ancora paura a qualcuno. Il Trentino “moderno” guarda avanti, ma pare far fatica a nascondere gli scheletri nei propri armadi rinascimentali. La vicenda del bimbo sfuggito al controllo materno e caduto nella roggia nel 1475 è abbastanza nota. Il suo corpo esamine si fermò proprio vicino alla cantina di Samuele, il rabbino. Ne nacque un tragico malinteso. Diciotto ebrei vennero torturati ed uccisi, mentre il Simonino venne innalzato ad una posticcia santità con tanto di culto e processioni votive. La Chiesa – come spesso avveniva allora – tacque per ragioni di opportunità, cogliendo al volo la possibilità di tenere un piede in due scarpe, cogliendo i benefici derivanti dal nuovo culto e omettendo di porre fine ad una ingiusta persecuzione nei confronti degli ebrei. Solo nel 1965, l’illuminato vescovo Gottardi porrà fine a questa sorta di follia popolare, riconoscendo ufficialmente l’innocenza degli ebrei.
In definitiva, perché “Via del mercato vecchio” è stato cancellato? Chi è stato a suggerire che venisse tolto dalle Feste Vigiliane dopo che ne era stata concordata la programmazione?
A domandare chiarezza è soprattutto l’autrice, delusa, amareggiata non solo dall’atmosfera pesante che circola attorno a questa vicenda, ma pure dal muro di silenzio che le si è parato dinanzi, da quella solidarietà che si aspettava per lo meno dai colleghi del mondo della cultura locale e che invece non s’è fatta vedere.
Ma a domandarne ragione sono pure i quaranta attori dilettanti, e quindi volontari, che sacrificando il loro tempo libero, si sono impegnati con entusiasmo e passione convinti di rendere un servizio alla propria comunità.
Esige una risposta anche il comune cittadino, incuriosito da questa misteriosa vicenda, una pagina di cultura non certo bella, di quelle di cui non si vorrebbe mai essere costretti a scrivere. Episodi che in una città veramente moderna proprio non dovrebbero accadere. Mai.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
Sono in pochi a saperlo. Giusto gli addetti ai lavori e qualche attento lettore. La sera del 25 giugno, nel pieno dei festeggiamenti per il Santo Patrono, il Teatro Sociale di Trento resterà desolatamente chiuso. Beh? E che problema c’è, domanderà qualcuno. Nessuno. Peccato che fino a qualche settimana fa era programmato un elaborato dramma teatrale, frutto di un’attenta ricerca storica, che avrebbe visto in scena oltre quaranta attori. Una piece che vuole fare chiarezza su una delle pagine più oscure della storia cittadina a cui però gli abitanti del capoluogo non potranno assistere. La recita del 25 giugno è stata cancellata.
Volendo vederci un pelo più chiaro, la prima cosa che abbiamo pensato di fare è stata quella di telefonare agli organizzatori. “Come mai lo spettacolo non si farà anche se era presente sui primi programmi delle Feste Vigiliane?” La segreteria risponde con voce ferma e sicura che si è trattato di un semplice problema di “location” in quanto il Teatro Sociale era risultato non “adatto” ad uno spettacolo del genere; spettacolo che, comunque, “non è annullato, ma soltanto rimandato a data da destinarsi, probabilmente questo autunno”. Quando comunque – ovvio – non sarà il Comune di Trento a provvedere alla sua organizzazione.
Di più non è dato sapere.
Lo spettacolo teatrale in questione si intitola “Via del Mercato Vecchio” ed è stato scritto una decina di anni fa da Antonia Dalpiaz, una delle più note e apprezzate figure della cultura trentina. Il testo affronta in maniera aperta e senza pregiudizi di sorta la nota vicenda del Simonino che nel 1475 sconvolse la città di Trento.
“Tutto sembrava ormai incanalato nel giusto percorso – dice la Dalpiaz – Gli organizzatori avevano letto il testo e concordato la data: il 25 giugno.”
Il 3 maggio l’autrice, il regista e gli attori avrebbero dovuto visionare il Teatro Sociale per i dettagli tecnici e per l’adattamento dello spettacolo. Ma pochi giorni prima… “la doccia fredda. Dopo la comparsa sui quotidiani della programmazione relativa alle Feste Vigiliane, gli organizzatori avvisano il Presidente della Co.f.as. (produttore dello spettacolo, N.d.r.) Gino Tarter, che lo spettacolo non si farà perché «non adatto»”.
Azzardando, saremmo portati a dire il Simonino fa ancora paura a qualcuno. Il Trentino “moderno” guarda avanti, ma pare far fatica a nascondere gli scheletri nei propri armadi rinascimentali. La vicenda del bimbo sfuggito al controllo materno e caduto nella roggia nel 1475 è abbastanza nota. Il suo corpo esamine si fermò proprio vicino alla cantina di Samuele, il rabbino. Ne nacque un tragico malinteso. Diciotto ebrei vennero torturati ed uccisi, mentre il Simonino venne innalzato ad una posticcia santità con tanto di culto e processioni votive. La Chiesa – come spesso avveniva allora – tacque per ragioni di opportunità, cogliendo al volo la possibilità di tenere un piede in due scarpe, cogliendo i benefici derivanti dal nuovo culto e omettendo di porre fine ad una ingiusta persecuzione nei confronti degli ebrei. Solo nel 1965, l’illuminato vescovo Gottardi porrà fine a questa sorta di follia popolare, riconoscendo ufficialmente l’innocenza degli ebrei.
In definitiva, perché “Via del mercato vecchio” è stato cancellato? Chi è stato a suggerire che venisse tolto dalle Feste Vigiliane dopo che ne era stata concordata la programmazione?
A domandare chiarezza è soprattutto l’autrice, delusa, amareggiata non solo dall’atmosfera pesante che circola attorno a questa vicenda, ma pure dal muro di silenzio che le si è parato dinanzi, da quella solidarietà che si aspettava per lo meno dai colleghi del mondo della cultura locale e che invece non s’è fatta vedere.
Ma a domandarne ragione sono pure i quaranta attori dilettanti, e quindi volontari, che sacrificando il loro tempo libero, si sono impegnati con entusiasmo e passione convinti di rendere un servizio alla propria comunità.
Esige una risposta anche il comune cittadino, incuriosito da questa misteriosa vicenda, una pagina di cultura non certo bella, di quelle di cui non si vorrebbe mai essere costretti a scrivere. Episodi che in una città veramente moderna proprio non dovrebbero accadere. Mai.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
La sbronza dell'Economia
11 giugno 2007 Archiviato in: Pensieri
Lo scorso anno la sorpresa era
scontata. Non poteva essere altrimenti. La
prima edizione del festival dell’Economia di Trento
aveva lasciato a bocca aperta per il successo ottenuto.
Fino ad allora le strade della città erano state viste
piene di turisti, naioni in libera uscita, girini in
partenza per la canonica tappa alpina. Ma una folla di
uomini e donne andati di testa per l’Economia (quella
cosa che normalmente a scuola ci fa ribrezzo), disposte
a fare file autostradali per poter sentire dal vivo i
santoni del libero mercato e dell’organizzazione
sociale del mondo ancora non s’era veduta. Passi per il
primo anno, quindi. Ma il successo del 2007, conferma
con gli interessi di quello del 2006, oltre a
sorprendere – è inutile negarlo – ci ha spaventato
anche un po’. L’euforia popolare amplificata
dall’usuale, folcloristica, cassa di risonanza
mediatica ha raggiunto apici che non possono non
indurre l’uomo avveduto a fare un piccolo sforzo e
riflettere almeno un poco. Perché se qualcuno
commentando la miriade di partecipatissimi incontri
proposti dal Festival dell’Economia ha voluto scomodare
la tradizione orale delle Corti rinascimentali, a noi
tutto ciò ha ricordato paurosamente l’assordante
chiacchiericcio dei talk-show televisivi, quelli in cui
il vero protagonista è il pubblico che, con i suoi
applausi di approvazione ed i grugniti di
disapprovazione, sancisce il successo o l’insuccesso di
chi sta parlando.
Il punto è: cosa spinge tante persone ad inseguire un parolaio fatto di opinioni sparse per le vie della città tridentina, a pendere dalla bocca dei guru di turno che dissertano di cose, per la verità, abbastanze note. Cioè, non serviva certo l’imponente investimento di un Festival del genere per sentirsi dire che la pubblica amministrazione è inefficiente, che c’è la globalizzazione e che la povertà – a volerlo – può essere eliminata. Queste cose a dire il vero le sapevamo già. Questo per quanto riguarda gli interventi cosiddetti “tecnici”. Stendiamo un velo pietoso poi sulla partecipazione – “tecnica”, per carità – dei politici. Per certi aspetti, è inutile negarlo, il Festival è stato uno spottone per il Governo attualmente in carica. Sia nazionale che provinciale. Una reclame che ha, naturalmente, raggiunto il suo apice allorquando un sonnolento Romano Prodi ci ha ricordato che è essenziale il risanamento del bilancio pubblico. (Ma dai?!)
Voglio dire: cosa ne viene a chi partecipa a certi incontri che in altri tempi e in altri luoghi si definirebbero probabilmente noiosi? L’euforia del Festival è contagiosa, d’accordo. La gente fa la fila, poi si siede, sistema la borsa arancione sotto alla sedia e poi ascolta. Alla fine applaude, si alza e contenta o un po’ meno contenta se ne va a casa senza che poco o nulla gli rimanga di quanto sentito. Ma non perché quanto dibattuto non sia interessante. Ma perché poco o nulla di quelle illustri opinioni c’entra in fin dei conti con la vita di tutti i giorni, con le impellenze che scuotono le vite di noi comuni mortali, col portafogli, col pannolone da cambiare, con la rata del mutuo.
Per chi, allora, viene organizzato il Festival? Per quale scopo, in realtà, si è deciso di vestire Trento di arancione, una volta all’anno, investendola di un onore e di un onere sproporzionati se pensiamo alle dimensioni e alla tranquilla tradizione della città del Concilio, alla disarmante indole del trentino-medio e alla portata dell’evento di cui stiamo parlando? Forse per sentirsi fare i complimenti da Gary Becker (“festival unico”) e da Anthony Giddens (“amazing event”)? Sarebbe un po’ pochino come tornaconto. O no?
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
Il punto è: cosa spinge tante persone ad inseguire un parolaio fatto di opinioni sparse per le vie della città tridentina, a pendere dalla bocca dei guru di turno che dissertano di cose, per la verità, abbastanze note. Cioè, non serviva certo l’imponente investimento di un Festival del genere per sentirsi dire che la pubblica amministrazione è inefficiente, che c’è la globalizzazione e che la povertà – a volerlo – può essere eliminata. Queste cose a dire il vero le sapevamo già. Questo per quanto riguarda gli interventi cosiddetti “tecnici”. Stendiamo un velo pietoso poi sulla partecipazione – “tecnica”, per carità – dei politici. Per certi aspetti, è inutile negarlo, il Festival è stato uno spottone per il Governo attualmente in carica. Sia nazionale che provinciale. Una reclame che ha, naturalmente, raggiunto il suo apice allorquando un sonnolento Romano Prodi ci ha ricordato che è essenziale il risanamento del bilancio pubblico. (Ma dai?!)
Voglio dire: cosa ne viene a chi partecipa a certi incontri che in altri tempi e in altri luoghi si definirebbero probabilmente noiosi? L’euforia del Festival è contagiosa, d’accordo. La gente fa la fila, poi si siede, sistema la borsa arancione sotto alla sedia e poi ascolta. Alla fine applaude, si alza e contenta o un po’ meno contenta se ne va a casa senza che poco o nulla gli rimanga di quanto sentito. Ma non perché quanto dibattuto non sia interessante. Ma perché poco o nulla di quelle illustri opinioni c’entra in fin dei conti con la vita di tutti i giorni, con le impellenze che scuotono le vite di noi comuni mortali, col portafogli, col pannolone da cambiare, con la rata del mutuo.
Per chi, allora, viene organizzato il Festival? Per quale scopo, in realtà, si è deciso di vestire Trento di arancione, una volta all’anno, investendola di un onore e di un onere sproporzionati se pensiamo alle dimensioni e alla tranquilla tradizione della città del Concilio, alla disarmante indole del trentino-medio e alla portata dell’evento di cui stiamo parlando? Forse per sentirsi fare i complimenti da Gary Becker (“festival unico”) e da Anthony Giddens (“amazing event”)? Sarebbe un po’ pochino come tornaconto. O no?
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
L'articolo ripreso da "Studio Aperto"
24 maggio 2007 Archiviato in: Mass
media
Una telefonata alle 18.20 mi annuncia che su Italia Uno
stanno mandando in onda una pagina del quotidiano
"l'Adige", proprio quella col mio primo articolo
pubblicato su quel giornale. Il servizio, naturalmente,
è sull'ormai celebre tatuaggio del divo americano. Per
Pino Loperfido a "l'Adige" – come si dice – una
partenza col botto.
Brad Pitt va a spasso con Oetzi
24 maggio 2007 Archiviato in: Articoli
Per l'ufficio stampa della Provincia autonoma di
Bolzano e per l'addetto alle pubbliche relazioni del
locale Museo Archeologico, Katharina Hersel, nonostante
l'ineluttabile chiarezza di alcune fotografie, la
notizia è ancora da prendere con le pinze, viste e
considerate le bufale ciclopiche che circolano su
Internet al giorno d'oggi. In ogni caso sono già
diversi i blog che in tutto il mondo riportano i
commenti (spesso disgustati) dei fans di Brad Pitt che
proprio non riescono a capacitarsi del fatto che il
loro beniamino, anziché la provocante silhouette di
Lara Croft - eroina virtuale interpretata al cinema
dalla bella moglie Angelina Jolie - sull'avambraccio
sinistro si sia fatto tatuare niente meno che Sua
Antichità la mummia del Similaun.
Già, proprio così. Perfino sulla passerella del Festival Internazionale del Cinema di Cannes, dove Pitt e la Jolie hanno presentato il loro ultimo film sulla tragica storia del giornalista americano Daniel Pearl, perfino su quella dorata Croisette, attraverso il rigido filtro dello smoking, pare che allungando il braccio per agguantare uno dei figlioletti, il tatuaggio «incriminato» sia stato svelato al vorace e attento obiettivo dei fotografi, fugando ogni possibile dubbio. Naturalmente, venuti a conoscenza della cosa, al Museo Archeologico di Bolzano hanno fatto un salto sulla sedia alto così. Un piccolo terremoto nel tranquillo incedere delle attività culturali dell'Alto Adige. Soprattutto alla luce di una straordinaria coincidenza: per il gennaio 2008, infatti, nel capoluogo atesino è in programma una mostra tematica intitolata «Segni sul corpo» che indagherà sulle ragioni e sui significati dei tatuaggi praticati nell'antichità. Perché non dobbiamo dimenticare che Oetzi stesso presenta sul corpo una abbondante cinquantina di tatuaggi di cui ancora oggi non è chiaro quanto fossero a scopo decorativo e quanto no. «Abbiamo interpellato il management dell'attore - ci dice Katharina Hersel - ma al momento non abbiamo avuto conferma del fatto. Se si rivelasse vero per noi sarebbe davvero interessante sia per capire le vere motivazioni che hanno spinto Brad Pitt a fare quel tatuaggio, sia in prospettiva della mostra che stiamo allestendo». Ma su cosa può aver spinto il bell'Achille di «Troy» a tratteggiare sulla propria pelle l'immagine di un uomo vissuto più di cinquemila anni fa possiamo solo fare congetture. Una di queste verte proprio sul fatto che Oetzi è - a quanto ne sappiamo - il più antico essere umano tatuato di cui ci resti traccia. Ci sono pure le mummie egizie, certo, ma quelle a confronto con l'antico cacciatore - ritrovato tra i ghiacci del Similaun nel 1991 da una coppia di turisti tedeschi - sono talmente giovani da non sembrare nemmeno defunte. Si fa per dire. Certo è che appena appresa la clamorosa notizia Bruno Hosp, presidente dell'Ente Musei provinciali, ha subito dichiarato che qualora il Museo riuscirà a stabilire un contatto con l'agente dell'attore, lui e sua gentile signora riceveranno sicuramente un invito ufficiale a visitare il museo stesso e la mummia dell'Uomo venuto dal ghiaccio. Addirittura. Hai visto mai che Pitt non si metta in testa prima o poi di interpretarlo? I maligni dicono che non sarebbe possibile: pare che Oetzi sia molto più espressivo di lui.
("l'Adige" del 23 maggio 2007)
Già, proprio così. Perfino sulla passerella del Festival Internazionale del Cinema di Cannes, dove Pitt e la Jolie hanno presentato il loro ultimo film sulla tragica storia del giornalista americano Daniel Pearl, perfino su quella dorata Croisette, attraverso il rigido filtro dello smoking, pare che allungando il braccio per agguantare uno dei figlioletti, il tatuaggio «incriminato» sia stato svelato al vorace e attento obiettivo dei fotografi, fugando ogni possibile dubbio. Naturalmente, venuti a conoscenza della cosa, al Museo Archeologico di Bolzano hanno fatto un salto sulla sedia alto così. Un piccolo terremoto nel tranquillo incedere delle attività culturali dell'Alto Adige. Soprattutto alla luce di una straordinaria coincidenza: per il gennaio 2008, infatti, nel capoluogo atesino è in programma una mostra tematica intitolata «Segni sul corpo» che indagherà sulle ragioni e sui significati dei tatuaggi praticati nell'antichità. Perché non dobbiamo dimenticare che Oetzi stesso presenta sul corpo una abbondante cinquantina di tatuaggi di cui ancora oggi non è chiaro quanto fossero a scopo decorativo e quanto no. «Abbiamo interpellato il management dell'attore - ci dice Katharina Hersel - ma al momento non abbiamo avuto conferma del fatto. Se si rivelasse vero per noi sarebbe davvero interessante sia per capire le vere motivazioni che hanno spinto Brad Pitt a fare quel tatuaggio, sia in prospettiva della mostra che stiamo allestendo». Ma su cosa può aver spinto il bell'Achille di «Troy» a tratteggiare sulla propria pelle l'immagine di un uomo vissuto più di cinquemila anni fa possiamo solo fare congetture. Una di queste verte proprio sul fatto che Oetzi è - a quanto ne sappiamo - il più antico essere umano tatuato di cui ci resti traccia. Ci sono pure le mummie egizie, certo, ma quelle a confronto con l'antico cacciatore - ritrovato tra i ghiacci del Similaun nel 1991 da una coppia di turisti tedeschi - sono talmente giovani da non sembrare nemmeno defunte. Si fa per dire. Certo è che appena appresa la clamorosa notizia Bruno Hosp, presidente dell'Ente Musei provinciali, ha subito dichiarato che qualora il Museo riuscirà a stabilire un contatto con l'agente dell'attore, lui e sua gentile signora riceveranno sicuramente un invito ufficiale a visitare il museo stesso e la mummia dell'Uomo venuto dal ghiaccio. Addirittura. Hai visto mai che Pitt non si metta in testa prima o poi di interpretarlo? I maligni dicono che non sarebbe possibile: pare che Oetzi sia molto più espressivo di lui.
("l'Adige" del 23 maggio 2007)
Quella sana voglia di andare via
17 maggio 2007 Archiviato in: Racconti
“Vede, quando si arriva ad una certa età. E voltandosi
si può vedere tutta la propria vita alle spalle. È
strano… Ma viene come la voglia di scappare.
Un’irresistibile desiderio di andarsene, non si sa da
chi o verso cosa, che ti fa muovere le gambe sotto al
tavolo e roteare le punte dei piedi in preda ad un
inconsulto formicolio.” Mentre diceva ciò, il vecchio
continuava a controllare la caldaia della pipa e con
gli occhi si era davvero messo alla ricerca di
possibili vie di fuga – una finestra semiaperta, il
poggiolo sul cortile, la cuccia del cane –, come se da
un momento all’altro avesse dovuto mettersi a correre,
iniziare la corsa che lo portasse finalmente lontano
dall’idea brutta della morte. Come quando ti trovi in
un posto da troppo tempo e l’aria si è fatta pesante,
irrespirabile quasi, e di ogni cosa senti di averne
avuto abbastanza. L’unica cosa che ti interessa a quel
punto è uscire, non importa per incontrare chi o vedere
cosa. Uscire e basta. Cambiare registro alla musica
monotona e un po’ stonata che da troppo tempo senti
nelle orecchie.
Così se a qualcuno capitasse di incontrarlo, mentre va su e giù per le strade del paese con la sua bici scassata, con quel curioso cappello sulle ventitré e l’aria di chi ha voglia di darla a bere al prossimo suo, non si manchi di salutarlo. Pare voler andare lontano, ma in realtà non supera mai il cartello che annuncia l’abitato. Quello sono le sue colonne d’Ercole, il punto di non ritorno oltre il quale nulla è dato prevedere. Lui si chiama Luigi, ma tutti in paese lo chiamano Bigio. Forse perché Luigi è un nome da re o da cardinale e lui proprio non se la sentiva di avere tanta importanza.
***
Quando si realizza che in fondo per quanto smagati, siamo in balia di delicatissimi equilibri chimici che ci tengono su come marionette emancipate che hanno imparato a fabbricarsi un copione: questa cosa capita ad esempio quando per brevissimi lassi di tempo il cervello pare andare in stand-by. In uno di quegli attimi di calcolata follia in cui si perdono nome, cognome e paternità pare essere piombato il Bigio questa mattina. Le colonne d’Ercole sono bell’e superate e quella carriola di un bici cigolando-cigolando arranca ai bordi della strada, ad un millimetro dai tir furibondi e dalle auto dei soliti pendolari. Come un Ulisse cardiopatico, il Bigio ha deciso di sfidare la sorte e andare a vedere cosa ci sta al di là degli stretti confini in cui la sua vita ristagna sin dal giorno in cui è venuto al mondo, circa un secolo fa. E chi se ne frega se il signor Buonsenso e la signora Previdenza non sono d’accordo. I confini sono solo delle convenzioni. Pure il tempo, forse.
***
L'impresa dell’eroe greco si concluse con il naufragio e la sua morte assieme a tutti i suoi compagni. Lo sa bene il Bigio, che qualche libro nella vita lo ha letto pure lui. Per questo è un po’ agitato quando le tenebre calano e la bici diventa un punto nero nella notte più scura. La notte fredda che annulla i limiti delle cose e addomestica il cervello delle persone. Il Bigio non si fermerebbe, il tappone della sua vita non ha una distanza predefinita perché non lo si può misurare con le normali unità di misura, proseguirebbe all’infinito sino a divenire altro da sé, un ibrido fatto di carne, tubi saldati e paura. “Quando si arriva ad una certa età. E voltandosi si può vedere tutta la propria vita alle spalle. È strano… Ma viene come la voglia di scappare”, questo vorrebbe confidare il Bigio ai due poliziotti che lo fermano increduli, interrompendo il cigolio con cui quel ferrovecchio stava fendendo la notte già da un po’. Invece non dice nulla e sorride da sotto a quel cappello sulle ventitré. Forse è felice di essere scampato al “disastro”. In fondo di fare la fine dell’incauto Ulisse non ne aveva proprio nessuna voglia.
IL FATTO
A 86 anni ha percorso più di 130 chilometri in bicicletta. Partito dal suo paese, Camisano vicentino, l’uomo è stato fermato da una pattuglia della stradale alle 3.30 di notte nei pressi di San Michele all’Adige. Portato all’ospedale per un controllo e per essere rifocillato, è risultato solo un po’ stanco e confuso. Di lì a poco ha potuto fare ritorno a casa.
("Trentino" del 14 maggio 2007)
Così se a qualcuno capitasse di incontrarlo, mentre va su e giù per le strade del paese con la sua bici scassata, con quel curioso cappello sulle ventitré e l’aria di chi ha voglia di darla a bere al prossimo suo, non si manchi di salutarlo. Pare voler andare lontano, ma in realtà non supera mai il cartello che annuncia l’abitato. Quello sono le sue colonne d’Ercole, il punto di non ritorno oltre il quale nulla è dato prevedere. Lui si chiama Luigi, ma tutti in paese lo chiamano Bigio. Forse perché Luigi è un nome da re o da cardinale e lui proprio non se la sentiva di avere tanta importanza.
***
Quando si realizza che in fondo per quanto smagati, siamo in balia di delicatissimi equilibri chimici che ci tengono su come marionette emancipate che hanno imparato a fabbricarsi un copione: questa cosa capita ad esempio quando per brevissimi lassi di tempo il cervello pare andare in stand-by. In uno di quegli attimi di calcolata follia in cui si perdono nome, cognome e paternità pare essere piombato il Bigio questa mattina. Le colonne d’Ercole sono bell’e superate e quella carriola di un bici cigolando-cigolando arranca ai bordi della strada, ad un millimetro dai tir furibondi e dalle auto dei soliti pendolari. Come un Ulisse cardiopatico, il Bigio ha deciso di sfidare la sorte e andare a vedere cosa ci sta al di là degli stretti confini in cui la sua vita ristagna sin dal giorno in cui è venuto al mondo, circa un secolo fa. E chi se ne frega se il signor Buonsenso e la signora Previdenza non sono d’accordo. I confini sono solo delle convenzioni. Pure il tempo, forse.
***
L'impresa dell’eroe greco si concluse con il naufragio e la sua morte assieme a tutti i suoi compagni. Lo sa bene il Bigio, che qualche libro nella vita lo ha letto pure lui. Per questo è un po’ agitato quando le tenebre calano e la bici diventa un punto nero nella notte più scura. La notte fredda che annulla i limiti delle cose e addomestica il cervello delle persone. Il Bigio non si fermerebbe, il tappone della sua vita non ha una distanza predefinita perché non lo si può misurare con le normali unità di misura, proseguirebbe all’infinito sino a divenire altro da sé, un ibrido fatto di carne, tubi saldati e paura. “Quando si arriva ad una certa età. E voltandosi si può vedere tutta la propria vita alle spalle. È strano… Ma viene come la voglia di scappare”, questo vorrebbe confidare il Bigio ai due poliziotti che lo fermano increduli, interrompendo il cigolio con cui quel ferrovecchio stava fendendo la notte già da un po’. Invece non dice nulla e sorride da sotto a quel cappello sulle ventitré. Forse è felice di essere scampato al “disastro”. In fondo di fare la fine dell’incauto Ulisse non ne aveva proprio nessuna voglia.
IL FATTO
A 86 anni ha percorso più di 130 chilometri in bicicletta. Partito dal suo paese, Camisano vicentino, l’uomo è stato fermato da una pattuglia della stradale alle 3.30 di notte nei pressi di San Michele all’Adige. Portato all’ospedale per un controllo e per essere rifocillato, è risultato solo un po’ stanco e confuso. Di lì a poco ha potuto fare ritorno a casa.
("Trentino" del 14 maggio 2007)
Il ladro che rubava la solitudine
08 maggio 2007 Archiviato in: Racconti
Magari ci passi davanti dieci volte al giorno e non
pensi nemmeno un minuto alla babele di speranze che
corre lungo quegli asettici corridoi, negli ascensori,
sotto ai letti, nei vassoi di plastica in cui servono
pranzo e cena. Una costruzione come un'altra. Magari
qualche finestra e qualche piano in più, ma è l'aria
birbona e strafottente che distingue un ospedale dal
resto di un città. L'aria di chi sta aspettando ed ha
tutto il tempo per farlo. E la cosa inquietante è che
la persona che l'ospedale sta aspettando sei tu, il tuo
vicino di casa, il sindaco, la portinaia di tua
cognata. Tutti. Come un destino. Ma la gente, si sa, fa
volentieri a meno di pensare al proprio destino, ché
certi pensieri sono troppo ingombranti, o forse mettono
solo troppa paura.
Per cui andare in ospedale in fondo è solo il realizzarsi di un’evenienza di cui da tempo sarebbe stato possibile – a volerlo – intuirne l'esistenza. Anche se l'angoscia, beh, non esiste una consapevolezza che può togliertela. A meno che tu non sappia per tempo perchè lì ci stai andando e che cosa è probabile che accada una volta arrivato. Guardalo, infatti, il Luigino com'è baldanzoso mentre entra in reparto. Lui se ne fotte dell'aria birbona, della paura e di tutto il resto. In quel posto c’andrebbe pure se fosse costretto a pagare un biglietto d’entrata. Ed è bello ed evangelico che si vadano a visitare gli ammalati, li si conforti nel momento della sofferenza, li si alleggerisca di quel peso che è la preoccupazione che qualcosa durante il ricovero vada irrimediabilmente storto. Però, ammazza se ne conosce di degenti il Luigino. Qualcuno sussurra che in fondo sia un po’ portasfiga dato che per lui le corsie del reparto non hanno misteri e le facce che timidamente si affacciano da sotto alle coperte dell’azienda sanitaria per lui hanno tutte qualcosa di familiare. Al confronto una cena dei coscritti è un raduno di perfetti sconosciuti.
Non c’è che dire. La cosa è risaputa. Il Luigino è davvero bravo in quello che fa. Nell’alleggerire i pesi altrui. Solo che, forse, egli prende troppo alla lettera l’altruistica operazione perché durante le sue pellegrinazioni ai piedi del letto degli innumerevoli parenti-amici-conoscenti che sembra avere, fenomeni alquanto paranormali paiono verificarsi. Accade che ovunque passi questo samaritano le cose non rimangano più com’erano prima. Borsette, portafogli, tasche di ogni ordine grado vengono diligentemente rivisitate, snellite, sottoposte a revisione. Che male c’è? Il Luigino è parente di tutti ed un parente in ospedale fa sempre comodo. Se c’è da prendere un bicchiere d’acqua, se occorre sbrigare delle carte, risolvere i problemi lasciati insoluti nella vita al di là del vetro. I medici pensano a togliere appendiciti, ernie e tonsille; il Luigino a togliere quel che resta.
Tutto regolare, se non fosse che ad un certo punto qualcuno si è insospettito e non ha voluto più credere che il Luigino avesse una cerchia così ampia di conoscenti, ognuno con il suo problemino di salute da risolvere. Vabbé che sei un portasfiga, ma a tutto c’è un limite, devono aver detto gli agenti che lo hanno smascherato. Già, a tutto c’è un limite. Luigino a malincuore ha dovuto salutare tutti quanti. L’ospedale è tornato ad essere ciò che era prima del suo arrivo. Una costruzione come un'altra. Magari qualche finestra e qualche piano in più, è quell'aria birbona e strafottente. Tra le sue corsie adesso ci sono qualche borsetta e qualche portafoglio in più e quello strano samaritano in meno. Pare impossibile, ma qualche degente ne sente addirittura la mancanza, adesso. Forse perché a volte, quando messi davanti al proprio destino si è soli davvero, pure un ladro maldestro può andar bene per farti un briciolo di compagnia.
("Trentino" del 7 maggio 2007)
Per cui andare in ospedale in fondo è solo il realizzarsi di un’evenienza di cui da tempo sarebbe stato possibile – a volerlo – intuirne l'esistenza. Anche se l'angoscia, beh, non esiste una consapevolezza che può togliertela. A meno che tu non sappia per tempo perchè lì ci stai andando e che cosa è probabile che accada una volta arrivato. Guardalo, infatti, il Luigino com'è baldanzoso mentre entra in reparto. Lui se ne fotte dell'aria birbona, della paura e di tutto il resto. In quel posto c’andrebbe pure se fosse costretto a pagare un biglietto d’entrata. Ed è bello ed evangelico che si vadano a visitare gli ammalati, li si conforti nel momento della sofferenza, li si alleggerisca di quel peso che è la preoccupazione che qualcosa durante il ricovero vada irrimediabilmente storto. Però, ammazza se ne conosce di degenti il Luigino. Qualcuno sussurra che in fondo sia un po’ portasfiga dato che per lui le corsie del reparto non hanno misteri e le facce che timidamente si affacciano da sotto alle coperte dell’azienda sanitaria per lui hanno tutte qualcosa di familiare. Al confronto una cena dei coscritti è un raduno di perfetti sconosciuti.
Non c’è che dire. La cosa è risaputa. Il Luigino è davvero bravo in quello che fa. Nell’alleggerire i pesi altrui. Solo che, forse, egli prende troppo alla lettera l’altruistica operazione perché durante le sue pellegrinazioni ai piedi del letto degli innumerevoli parenti-amici-conoscenti che sembra avere, fenomeni alquanto paranormali paiono verificarsi. Accade che ovunque passi questo samaritano le cose non rimangano più com’erano prima. Borsette, portafogli, tasche di ogni ordine grado vengono diligentemente rivisitate, snellite, sottoposte a revisione. Che male c’è? Il Luigino è parente di tutti ed un parente in ospedale fa sempre comodo. Se c’è da prendere un bicchiere d’acqua, se occorre sbrigare delle carte, risolvere i problemi lasciati insoluti nella vita al di là del vetro. I medici pensano a togliere appendiciti, ernie e tonsille; il Luigino a togliere quel che resta.
Tutto regolare, se non fosse che ad un certo punto qualcuno si è insospettito e non ha voluto più credere che il Luigino avesse una cerchia così ampia di conoscenti, ognuno con il suo problemino di salute da risolvere. Vabbé che sei un portasfiga, ma a tutto c’è un limite, devono aver detto gli agenti che lo hanno smascherato. Già, a tutto c’è un limite. Luigino a malincuore ha dovuto salutare tutti quanti. L’ospedale è tornato ad essere ciò che era prima del suo arrivo. Una costruzione come un'altra. Magari qualche finestra e qualche piano in più, è quell'aria birbona e strafottente. Tra le sue corsie adesso ci sono qualche borsetta e qualche portafoglio in più e quello strano samaritano in meno. Pare impossibile, ma qualche degente ne sente addirittura la mancanza, adesso. Forse perché a volte, quando messi davanti al proprio destino si è soli davvero, pure un ladro maldestro può andar bene per farti un briciolo di compagnia.
("Trentino" del 7 maggio 2007)
L'hai voluta la bicicletta?
03 maggio 2007 Archiviato in: Racconti
Di certi impegni non si può mai dire che li si potranno
onorare al cento per cento. Già, perché in agguato può
sempre esserci un accidente oppure l’imprevedibilità di
un folletto incazzato che come niente ti fa perdere la
tramontana. Possono frammettersi ostacoli tra te e il
tuo obiettivo, contrattempi che rischiano di
compromettere il normale svolgimento della giornata.
Guasti, scioperi selvaggi, domeniche ecologiche, virus
intestinali, l’invasione delle cavallette: quando ha
visto quel tizio in divisa nello specchietto
retrovisore, che si agitava e con ampi e plateali gesti
con le mani la invitava ad accostare e quindi a fermare
l’auto, la Bice ha pensato a tutto, proprio a tutto,
meno ciò che in realtà stava per accadere su quella
tortuosa strada provinciale.
(Che poi certe storie tu le racconti e chi ascolta, una volta capito di cosa si tratta, comincia – chissà perché – a darti candidamente dell’idiota. “Ma dai, cosa vuoi che sia, accade di peggio”. Come se una storia sia davvero misurabile con il metro miope della realtà. Come se un racconto dovesse quadrare per forza alla fine così come deve necessariamente quadrare – chessò – il bilancio di una Spa. Ogni storia ha un suo respiro, vola con le proprie ali fatte di parole e va a posarsi nella fantasia di chi legge o di chi ascolta.)
Accadrà pure di peggio, però alla Bice le girano di brutto quando la costringono a parcheggiare l’auto e il bimbetto che porta con sé comincia a piangere disperato. Ha fame, certo, e se quei signori con la fiamma sul cappello non avessero fermato sua madre a quest’ora avrebbe una gustosa pappa fumante sotto al naso e gli allegri strilli del suo fratellone… Già, c’è pure lui, la Bice presa dal nervoso per poco non se lo dimenticava. Adesso se non si sbriga, quel benedetto figliolo torna da scuola e trova la porta chiusa. Ci mancava pure l’abbandono di minore. “Signor milite, lei deve farmi passare, perché…” Ma il ragazzone allarga le braccia e le dice che è inutile che se la prenda con lui, ché sta solo eseguendo degli ordini e se ha delle rimostranze da fare può tranquillamente rivolgersi al Commissariato del Governo. Ciò dicendo, lo sguardo gli si illumina di ironia. Si vede lontano un chilometro ciò che avrebbe voglia di dire a quella ribelle di una rompiscatole: che non gliel’ha mica prescritto il medico di mettersi a fare figli. L’ha voluta la bicicletta? Ecc. ecc.
La Bice, naturalmente non vuole credere a quanto sta accadendo. In pratica la stanno costringendo al ruolo di madre degenere, a far soffrire la fame ad un figlio e ad abbandonare per strada l’altro. Il tutto per… Ma a proposito. Si può sapere perché diavolo state bloccando tutte le auto, facendo arrabbiare tutti i conducenti compreso quel signore anziano che continua a sbraitare che lui deve correre a casa a prendere la pillola di mezzogiorno altrimenti gli viene male? Cooosa?! E voi state facendo tutta questa baraonda per… “Guardi signora che il Giro del Trentino è una corsa molto conosciuta, c’è pure la tivù”. Beh, se c’è pure la tivù, allora, in questo caso… La Bice si domanda se quello lì sta parlando sul serio o sta tentando di prenderla per i fondelli. Poi, sconsolata, mentre le prime staffette le transitano davanti, ignorando esausta le urla del figlioletto, si mette a riflettere furiosa sul ciclismo, su questo sport bellissimo, portatore di valori sani che ogni due o tre mesi rischia di collassare per via di qualche storiaccia di doping. Già. Bello, tutto molto bello quando guardi sfrecciare il gruppone colorato nel piccolo schermo. Non li immagini mica gli improperi delle migliaia di Bice bloccate per strada che, nere di rabbia, se ne stanno a braccia conserte lungo il percorso a smoccolare contro il mondo. Le telecamere non le inquadrano mai.
("Trentino" del 30 aprile 2007)
(Che poi certe storie tu le racconti e chi ascolta, una volta capito di cosa si tratta, comincia – chissà perché – a darti candidamente dell’idiota. “Ma dai, cosa vuoi che sia, accade di peggio”. Come se una storia sia davvero misurabile con il metro miope della realtà. Come se un racconto dovesse quadrare per forza alla fine così come deve necessariamente quadrare – chessò – il bilancio di una Spa. Ogni storia ha un suo respiro, vola con le proprie ali fatte di parole e va a posarsi nella fantasia di chi legge o di chi ascolta.)
Accadrà pure di peggio, però alla Bice le girano di brutto quando la costringono a parcheggiare l’auto e il bimbetto che porta con sé comincia a piangere disperato. Ha fame, certo, e se quei signori con la fiamma sul cappello non avessero fermato sua madre a quest’ora avrebbe una gustosa pappa fumante sotto al naso e gli allegri strilli del suo fratellone… Già, c’è pure lui, la Bice presa dal nervoso per poco non se lo dimenticava. Adesso se non si sbriga, quel benedetto figliolo torna da scuola e trova la porta chiusa. Ci mancava pure l’abbandono di minore. “Signor milite, lei deve farmi passare, perché…” Ma il ragazzone allarga le braccia e le dice che è inutile che se la prenda con lui, ché sta solo eseguendo degli ordini e se ha delle rimostranze da fare può tranquillamente rivolgersi al Commissariato del Governo. Ciò dicendo, lo sguardo gli si illumina di ironia. Si vede lontano un chilometro ciò che avrebbe voglia di dire a quella ribelle di una rompiscatole: che non gliel’ha mica prescritto il medico di mettersi a fare figli. L’ha voluta la bicicletta? Ecc. ecc.
La Bice, naturalmente non vuole credere a quanto sta accadendo. In pratica la stanno costringendo al ruolo di madre degenere, a far soffrire la fame ad un figlio e ad abbandonare per strada l’altro. Il tutto per… Ma a proposito. Si può sapere perché diavolo state bloccando tutte le auto, facendo arrabbiare tutti i conducenti compreso quel signore anziano che continua a sbraitare che lui deve correre a casa a prendere la pillola di mezzogiorno altrimenti gli viene male? Cooosa?! E voi state facendo tutta questa baraonda per… “Guardi signora che il Giro del Trentino è una corsa molto conosciuta, c’è pure la tivù”. Beh, se c’è pure la tivù, allora, in questo caso… La Bice si domanda se quello lì sta parlando sul serio o sta tentando di prenderla per i fondelli. Poi, sconsolata, mentre le prime staffette le transitano davanti, ignorando esausta le urla del figlioletto, si mette a riflettere furiosa sul ciclismo, su questo sport bellissimo, portatore di valori sani che ogni due o tre mesi rischia di collassare per via di qualche storiaccia di doping. Già. Bello, tutto molto bello quando guardi sfrecciare il gruppone colorato nel piccolo schermo. Non li immagini mica gli improperi delle migliaia di Bice bloccate per strada che, nere di rabbia, se ne stanno a braccia conserte lungo il percorso a smoccolare contro il mondo. Le telecamere non le inquadrano mai.
("Trentino" del 30 aprile 2007)
L'Acquarena al tempo della siccità
26 aprile 2007 Archiviato in: Articoli
L’inverno pazzo e senza neve ha lasciato il segno sulla
nostra provincia. Non siamo ancora arrivati
all’emergenza ma – secondo il capo della Protezione
civile trentina, Claudio Bortolotti – in caso di
un’estate di estrema siccità potremmo cominciare ad
avere problemi molto seri, soprattutto per quanto
concerne l’irrigazione dei campi. Intanto, i fiumi
trentini non sembrano essere al massimo della forma e –
parafrasando Woody Allen – nemmeno le falde acquifere
si sentono molto bene. La situazione viene
costantemente monitorata dalle autorità competenti che,
come è giusto che sia, stanno provvedendo anche ad
un’opportuna sensibilizzazione dell’opinione pubblica
su un più corretto e morigerato uso dell’acqua. Anche i
politici fanno la loro parte. Il capogruppo di Trento
Democratica al Comune di Trento, Michelangelo Marchesi,
ad esempio, invoca soluzioni che prevedano l’impiego di
acque non potabili per usi non alimentari. Bene. Ben
vengano certi suggerimenti. Tuttavia, proprio dallo
stesso Comune di Trento viene lanciata un’idea che pare
da subito essere in contrasto con lo scenario poc’anzi
descritto: l’idea è quella di costruire a Trento un
centro aquatico sul modello dell’Acquarena di
Bressanone. Una sorta di parco divertimenti costituito
da una serie di piscine, giochi d’acqua, saune, ecc.
Inoltre, altre due strutture simili pare sorgeranno a
breve in Trentino, a Baselga di Piné e a Ronzone. Se
gli allarmi sulla siccità sono veri, come siamo
propensi a credere, il progetto di metter su
un’Acquarena a Trento può lasciare un attimo
sconcertato il lettore. Non tanto per il consumo
d’acqua che un impianto simile può comportare (che in
ogni caso dev’essere considerevole), quanto per i
dannosi suggerimenti culturali ed educativi che un
simile progetto potrebbe dare alla popolazione. A
nostro avviso in tutto ciò sembra esserci una
contraddizione di fondo. Se da una parte, infatti,
tanto si fa – anche a livello politico – riguardo ad
una certa sensibilizzazione al problema, dall’altra si
prospetta l’installazione di un impianto che
rappresenta per certi versi l’esaltazione
dell’abbondanza dell’elemento liquido, oltre che della
spensieratezza e del divertimento. In questo certe
istituzioni sembrano comportarsi come quei genitori che
passano anni ad insegnare ai figli l’arte del risparmio
e un bel giorno davanti a loro aprono la finestra e si
mettono a gettare banconote dalla finestra. Sarebbe
interessante, oltre che costruttivo, aprire un
dibattito sulla questione, uno scambio di opinioni che
faccia capire una buona volta alla gente quali e quante
sono le priorità di alcune istituzioni trentine. Il
risparmio idrico o l’Acquarena? O meglio: vogliamo o no
adeguarci alla paventata, futura e cronica scarsità di
acqua che ci interesserà dai prossimi anni o vogliamo
far finta di niente, magari scendendo giù a capofitto
dallo scivolo più alto dell’Acquarena di Trento?
("Trentino" del 22 aprile 2007)
("Trentino" del 22 aprile 2007)
Il successo logora chi non ce l'ha
23 aprile 2007 Archiviato in: Racconti
All’operaio che fa la catena di montaggio e guadagna
poco più di mille euro al mese, che sa già benissimo di
quanto misera sarà la pensione che percepirà appena
avrà smesso di lavorare, rotto dentro e fuori, logorato
come una machina che ha eseguito il suo compito ed ora
è pronta per essere sosituita da un nuovo modello più
tecnologico e veloce; a costui, a questo signore oscuro
che con la sua piccola e in fondo insignificante
gestualità fa fare i soldi veri agli azionisti e ai
grandi gruppi che controllano la sua azienda, una roba
del genere non gli sarebbe mai passata per la mente.
Invece a Gabriella certi progetti le attizzano la
fantasia e le fanno fare quasi sempre sogni ad occhi
aperti grandi così. Sogni, appunto. A meno che un
giorno fortunato non ti faccia fotografare sulle
ginocchia di un uomo ricchissimo e famosissimo, oltre
che spiritosissimo, nessuno ti si presenterà mai
davanti con un microfono in mano e domandarti di te e
della tua vita, se preferisci il gelato al cioccolato o
la zuppa inglese e che ci facevi in casa di quell’uomo
ricchissimo, famosissimo, ecc.
A meno che non diventi miss qualcosa e poi ti lasci arrostire dai flash dei fotografi, fai la testimonial di quella crema e di quel bagnoschiuma e poi, quando ti hanno spremuto come un tubetto di dentifricio quando di dentifricio dentro non ne è rimasto nemmeno un po’, ritorni a casina e vivere di ricordi e nostalgia e non hai ancora vent’anni.
L’operaio che fa fatica ad arrivare a fine mese non avrebbe mai pensato che c’è chi come Gabriella farebbe pazzie per poter entrare nel mondo dello spettacolo, abbandonerebbe ogni ipotesi di ragionevolezza pur di aggiungere il suo nome al lungo elenco di vallette, soubrette, modelle, ballerine, bele-siore, belle statuine che come occupazione principale vanno in tivù o in radio a dire la loro su cose di cui non ci capiscono un’accidenti. Perché lì, in quel mondo parallelo fatto di parole di trucco pesante, tutto sembra essere più bello e appetibile. La vita da quella parte sembra non avere più certe miserie a cui sovente costringe la quotidianità, certe fatiche, gli immarcescibili tempi morti. E poi – vuoi mettere? – ci sono i soldini, quelli sono veri, nessuno può affermare il contrario.
Gabriella gira e rigira nelle mani il ritaglio di giornale con l’annuncio che la invita a telefonare, a mettere in gioco se stessa per poter assicurarsi un futuro da diva. La vocina che risponde dal’altro capo, intanto, la invita a mettere in gioco qualcos’altro: il portafoglio. Già, perché ci sono le spese per la selezione, i vestiti da affittare, e gli alberghi in cui avvengono le selezioni non sono certamente pensioncine a una stella. Queste le spiegazioni che alcuni addetti dell’agenzia, abbronzati e sorridenti, con facce da ricchi-premi-e-cotillons, danno a Gabriella, che dal canto suo si ritiene fortunata ad avere una tale opportunità. Paga volentieri. Lo considera il classico investimento per il futuro.
Solo che all’operaio smagato, abituato a dare alle cose il loro giusto nome, non lo farebbero mai fesso a quel modo. A Gabriella hanno promesso mari e monti, un futuro cucuzziano, ma a dire il vero fin’ora lei ha solo scucito una discreta sommetta; diciamo quella che un operaio guadagna in sei mesi di lavoro. Pure una sognatrice incallita, a questo punto, capirebbe che c’è qualcosa che non va. Così basta una telefonata e a sfilare, stavolta, non sono le modelle, ma le semper fidelis divise dei carabinieri che pongono fine ad inganni ed illusioni. Pubblicità, fiction, reality, copioni: tutto a remengo e così sia.
Un operaio che conosce il valore dei soldi e sa quanto bisogna sgobbare per sbarcare il lunario, dopo essere cascato in un tranello del genere, si darebbe del pirla un milione di volte. Non se lo perdonerebbe, insomma. Gabriella, stanca, triste, logorata dal miraggio del successo, questa volta, finalmente, è d’accordo con lui.
("Trentino" del 23 aprile 2007)
A meno che non diventi miss qualcosa e poi ti lasci arrostire dai flash dei fotografi, fai la testimonial di quella crema e di quel bagnoschiuma e poi, quando ti hanno spremuto come un tubetto di dentifricio quando di dentifricio dentro non ne è rimasto nemmeno un po’, ritorni a casina e vivere di ricordi e nostalgia e non hai ancora vent’anni.
L’operaio che fa fatica ad arrivare a fine mese non avrebbe mai pensato che c’è chi come Gabriella farebbe pazzie per poter entrare nel mondo dello spettacolo, abbandonerebbe ogni ipotesi di ragionevolezza pur di aggiungere il suo nome al lungo elenco di vallette, soubrette, modelle, ballerine, bele-siore, belle statuine che come occupazione principale vanno in tivù o in radio a dire la loro su cose di cui non ci capiscono un’accidenti. Perché lì, in quel mondo parallelo fatto di parole di trucco pesante, tutto sembra essere più bello e appetibile. La vita da quella parte sembra non avere più certe miserie a cui sovente costringe la quotidianità, certe fatiche, gli immarcescibili tempi morti. E poi – vuoi mettere? – ci sono i soldini, quelli sono veri, nessuno può affermare il contrario.
Gabriella gira e rigira nelle mani il ritaglio di giornale con l’annuncio che la invita a telefonare, a mettere in gioco se stessa per poter assicurarsi un futuro da diva. La vocina che risponde dal’altro capo, intanto, la invita a mettere in gioco qualcos’altro: il portafoglio. Già, perché ci sono le spese per la selezione, i vestiti da affittare, e gli alberghi in cui avvengono le selezioni non sono certamente pensioncine a una stella. Queste le spiegazioni che alcuni addetti dell’agenzia, abbronzati e sorridenti, con facce da ricchi-premi-e-cotillons, danno a Gabriella, che dal canto suo si ritiene fortunata ad avere una tale opportunità. Paga volentieri. Lo considera il classico investimento per il futuro.
Solo che all’operaio smagato, abituato a dare alle cose il loro giusto nome, non lo farebbero mai fesso a quel modo. A Gabriella hanno promesso mari e monti, un futuro cucuzziano, ma a dire il vero fin’ora lei ha solo scucito una discreta sommetta; diciamo quella che un operaio guadagna in sei mesi di lavoro. Pure una sognatrice incallita, a questo punto, capirebbe che c’è qualcosa che non va. Così basta una telefonata e a sfilare, stavolta, non sono le modelle, ma le semper fidelis divise dei carabinieri che pongono fine ad inganni ed illusioni. Pubblicità, fiction, reality, copioni: tutto a remengo e così sia.
Un operaio che conosce il valore dei soldi e sa quanto bisogna sgobbare per sbarcare il lunario, dopo essere cascato in un tranello del genere, si darebbe del pirla un milione di volte. Non se lo perdonerebbe, insomma. Gabriella, stanca, triste, logorata dal miraggio del successo, questa volta, finalmente, è d’accordo con lui.
("Trentino" del 23 aprile 2007)
Intervista a Renato Farina
16 aprile 2007 Archiviato in: Articoli
Lo confessiamo, la tentazione è stata quella di scrivere solo del libro su Don Giussani – che Renato Farina viene a presentare a Trento – e di tralasciare quanto capitato, e sta capitando, al suo autore a livello professionale e giudiziario. Tuttavia, sfogliando il volume non ci si mette molto a scoprire che Farina è una sorta di cooprotagonista della storia del prete brianzolo e della sua creatura, Comunione e Liberazione. Pertanto tacere su determinati avvenimenti sarebbe come fare ipocritamente i conti senza l’oste.
I detrattori lo hanno dipinto come un appestato, un criminale, una persona di cui bisogna fare addirittura a meno di parlare tanto è spregevole. Invece, conoscendolo meglio anche attraverso i suoi libri, Renato Farina si presenta per quello che realmente è: un (ex) giornalista brillante, non allineato, ma soprattutto un uomo che ha fatto uno sbaglio, lo ha riconosciuto e per quello sbaglio ha pagato. Tra l’altro il 29 marzo scorso l’Ordine dei giornalisti, su richiesta della procura di Milano, lo ha radiato per il ruolo svolto con il nome in codice di "Betulla" in favore dei servizi segreti. Una decisione – dal retrogusto vagamente politico, secondo diversi esponenti del centrodestra – che ha suscitato perplessità e stupore, anche all’interno dello stesso Ordine, se consideriamo che Farina si era già autosospeso e giornalista non lo era già da un pezzo. «Non pensavo di essere così importante da essere inseguito anche da morto», sono state le sue prima parole dopo aver appreso la notizia.
Vabbé, acqua passata ormai, verrebbe da dire. Farina continua a scrivere ugualmente su Libero, dove, in barba alla radiazione, l’amico Vittorio Feltri gli offre un’incondizionata ospitalità “in base alla Costituzione che consente fino a ora la libera espressione del pensiero”. E oggi, Farina arriva a Trento (Palazzo della Regione, ore 17.30), invitato dall’Associazione “Libertà e Persona” per presentare il suo ultimo libro: “Don Giussani - Vita di un amico” (Piemme), dedicato alla figura del prete brianzolo, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, di cui Farina fa parte.
Quello che colpisce del libro, a parte la straordinarietà della vita di Giussani, è il fatto che racconta la storia di due uomini: Giussani, appunto, e Renato Farina. Un’amicizia vera…
Di tutto questo sono solo riconoscente ed indegno. Io sono di Desio come lui, mia nonna era compagna di banco di sua mamma, quindi c’era un rapporto atavico tra noi. Guardandolo io mi sono reso conto da subito di come lui avesse ricevuto una Grazia dal cielo. Perché anch’io ero stato educato agli stessi valori cristiani, però mi accorsi ben presto che il mio era un cristianesimo morto. In lui era la pienezza dell’umanità. Ci sono atei, comunisti, ebrei che vedono in lui il difensore della loro stessa possibilità di essere felici.
È vero che è stato Giussani stesso domandarle di scrivere questo libro?
Probabilmente il libro che lui mi ha chiesto di scrivere non è nemmeno questo. Forse lo sarà il prossimo. Mi preme che più gente possibile possa conoscere il contenuto della missione di Don Giussani: Gesù presente nella Storia, attraverso un’amicizia.
Faccia finta di dover spiegare in un solo capoverso la novità del grande messaggio di Giussani.
Rendere presente nel nostro tempo la verità antica che il Cristianesimo è per la felicità degli uomini su questa terra. Adesso.
Giussani prete, ma soprattutto educatore.
Per Giussani l’educazione era tutto. Essa è la modalità attraverso cui l’uomo diventa uomo e sviluppa le domande del suo cuore. Ma attenzione, in lui il problema educativo non è impostato cristianamente, ma semplicemente in modo razionale, tanto che potrebbe essere accettato da chiunque; a patto di avere la mente libera e sgombra da pregiudizi. Voglio dire, è un diritto naturale per i figli ricevere non solo il latte e il risotto, ma le ragioni della vita.
Primavera del 1970. La prima volta che sentì parlare di Gioventù Studentesca, il primo gruppo di Giussani, lei seguiva un impeto rivoluzionario. Era in prima fila assieme a Mario Capanna e gli altri. Cos’è che più la colpì dei giessini?
Il fatto che erano amici, insieme sempre, uniti e nello stesso tempo non erano chiusi in se stessi, ma li interessava tutto ciò che accadeva. Avevano qualcosa in più, che magari non riuscivano bene ad esprimere. Io mi rendevo conto che la rivoluzione era sempre attesa per un dopo, mentre loro verificavano subito l’utilità di qualsiasi proposta.
Giussani accusava i ragazzi di sinistra di giudicare l’esperienza cristiana senza averla nemmeno affrontata. Il dubbio o è conseguenza di una ricerca o è un preconcetto vigliacco. Un bel colpo per un ragazzo che gioca a fare il rivoluzionario.
Quando sentiti parlare per la prima volta Don Giussani, a Pesaro, fui colpito dal fatto che descriveva il mio cuore. Come se mi avesse conosciuto da sempre.
Antonio Padellaro, oggi direttore dell’Unità, disse allora dei ciellini: “Sono di destra, ma parlano come comunisti”.
Forse voleva dire che noi ingannavamo la gente. Oppure che lui non riusciva ad afferrarci. Fu per questo che venimmo menati.
E cosa invece la deluse di più del marxismo?
La falsità umana, perché le persone che capeggiavano i movimenti marxisti in realtà non avevano rispetto per le persone.
In fondo è una cosa che può capitare a tutti.
Sì, però in loro era propria teorizzato. Quella cosa non era importante come il destino delle masse.
“La politica o è sostegno al senso religioso, oppure è gestione di un potere cattivo.” Quanto è vera oggi questa frase nella politica italiana? Non le sembra un po’ troppo manichea come posizione?
La posizione è nettissima, ma poi la vita è fatta di chiaroscuri. Le persone agiscono per il potere e poi magari incontrano il senso religioso.
Cioè?
Imparano a commuoversi per gli uomini, invece che obbedire ad un’ideologia schematica. Questa è una delle chiavi di volta per chiunque voglia fare bene politica.
Una volta Wojtyla ha detto ai ciellini: “Voi siete senza patria. Perché non vi lasciate assimilare da questa società.” Trovo questa frase molto calzante alla sua figura poco allineata ad un certo giornalismo dominante che anziché informare la gente spesso assume delle posizioni ideologiche.
Sono senza patria– e senza Ordine! (dei giornalisti, N.d.r.) – ma ho tanti amici.
Attorno alla sua persona aleggia una certa quantità di odio, soprattutto da parte di certe categorie professionali. Qual è la critica che le dispiace di più?
Quella che mi offende di più è che io abbia fatto degli errori per il denaro. È la cosa più falsa del mondo. E il tempo vedrete che mi darà ragione. C’è un sacco di gente che non mi conosce, non ha mai letto niente di mio, eppure mi odia. A caso.
Oggi in politica come nelle attività professionali pare non ci siano più avversari da affrontare, ma solamente nemici da distruggere. Una volta lei ha chiesto a don Giussani se i nemici bisogna proprio amarli.
Lui mi ha risposto: “Bisogna amarli in Crrrrisssto!” e l’ha detto stringendo i pugni e digrignando i denti.
Pubblicato (parzialmente) sul "Trentino" del 14 aprile 2007