Bugie con i tacchi a spillo
26 marzo 2007 Archiviato in: Racconti
C’è in ognuno l’oscura convinzione che basti
riempirsi la vita per allontanare i brutti pensieri.
Ma la vita non è un bicchiere, piuttosto è un
colapasta, è un recipiente bucato che fa fatica a
trattenere qualsiasi cosa. Così può capitare che uno
viaggi molto, abbia l’agenda piena di appuntamenti,
conosca migliaia di persone e quando, ad un certo
punto, pensa di averne avuto abbastanza di ogni cosa,
di essere arrivato, di aver concluso la navigazione
verso i mari della soddisfazione e della serenità si
accorge che ogni gesto fatto, ogni parola detta, ogni
posto visitato, ogni persona conosciuta fino a quel
momento non sono per niente quel che stava cercando.
Eppure Augusto stavolta è sicuro di aver trovato la “soluzione”. Ciò che ha incontrato gli consentirà finalmente di non dover più correre come un pazzo alla ricerca di un buon motivo per poter vivere sereno, di un grimaldello per scardinare l’angoscia dell’esistere. Almeno così crede.
Il fatto è che quando uno si innamora (e per fortuna capita poche volte nella vita) diventa una specie di deficiente, un invalido, un reduce di guerra perché il cervello comincia a girare a vuoto… come un motore imballato perché il conducente ha sbagliato marcia e pretende di fare i cento con la seconda marcia inserita. E chissà perché, quando un uomo o una donna si ritrovano in quello stato di rimbambimento l’ultima cosa che vanno a domandarsi è se il partner provi le medesime sensazioni o meno. Come se una risposta affermativa a tale dubbio fosse scontata.
Sì, perché a guardare quella donna bionda tutto si andrebbe a pensare meno che è innamorata dell’Augusto. Tutta presa dal suo lavoro, piena di scartoffie, sempre attaccata a quel telefono come una donna in carriera che di cosuccie come i sentimenti proprio non sa che farsene. Delle volte ci sarebbe davvero da domandarsi come fa Nostro Signore a farli e dopo ad accoppiarli a quel modo. Tanto diversi e complementari sotto più punti di vista. Lui di media estrazione sociale, operaio, abitudinario. Lei, a quanto pare, di alta estrazione sociale, industriale, abituata a zompettare da questo a quell’altro salotto mondano sui suoi tacchi a spillo. Intanto, però, stasera è ad Augusto che tocca pagare la costosa cena consumata in uno dei migliori ristoranti della città, ché la sua bella ha dimenticato a casa le innumerevoli carte di credito. Può capitare, si giustifica l’uomo. Lei è così piena di impegni che a certe questioni materiali proprio non ha il tempo di pensarci. Né quella sera né nei giorni successivi.
Nessun problema, dice Augusto, io la amo. E poi con tutti i soldi che c’ha io potrei pure permettermi di smettere di lavorare.
Intanto, però, deve prestarle nuovamente un gruzzoletto ché lei è alle prese con i soliti problemi di liquidità: sempre così questi industriali, miliardi investiti in titoli e case e nemmeno un euro per comperarsi il giornale.
Fino a che, un brutto giorno per le illusioni di Augusto, egli ha l’avventata idea di cercare la sua bella in azienda, ché al cellulare non risponde. Domanda del direttore e questi non ha la voce sensuale di chi sappiamo, ma il tipico rantolo del “cummenda” tabagista. Ma… Ci dev’essere un errore. Augusto ricontrolla il numero e il nome della ditta, ritelefona, richiede di poter parlare con… ma sa bene che gli errori si commettono sempre quando non si vorrebbe accadessero. Non ha sbagliato numero né ditta. La sua lei è dissolta, andata, svanita assieme a tutte le sue frottole, alla velocità della luce, come una castello di carte travolto da una tempesta. Non era questo, dunque, l’amore che Augusto stava cercando e che sognava di aver trovato; quello che gli avrebbe riempito la vita, allontanando i brutti pensieri. O forse il problema vero è che non esiste nulla che possa colmare il vuoto di certe esistenze. Mai. Nemmeno un paio di tacchi a spillo coi capelli biondi. Nemmeno un amore imbottito di bugie.
("Trentino" del 26 marzo 2007)
Eppure Augusto stavolta è sicuro di aver trovato la “soluzione”. Ciò che ha incontrato gli consentirà finalmente di non dover più correre come un pazzo alla ricerca di un buon motivo per poter vivere sereno, di un grimaldello per scardinare l’angoscia dell’esistere. Almeno così crede.
Il fatto è che quando uno si innamora (e per fortuna capita poche volte nella vita) diventa una specie di deficiente, un invalido, un reduce di guerra perché il cervello comincia a girare a vuoto… come un motore imballato perché il conducente ha sbagliato marcia e pretende di fare i cento con la seconda marcia inserita. E chissà perché, quando un uomo o una donna si ritrovano in quello stato di rimbambimento l’ultima cosa che vanno a domandarsi è se il partner provi le medesime sensazioni o meno. Come se una risposta affermativa a tale dubbio fosse scontata.
Sì, perché a guardare quella donna bionda tutto si andrebbe a pensare meno che è innamorata dell’Augusto. Tutta presa dal suo lavoro, piena di scartoffie, sempre attaccata a quel telefono come una donna in carriera che di cosuccie come i sentimenti proprio non sa che farsene. Delle volte ci sarebbe davvero da domandarsi come fa Nostro Signore a farli e dopo ad accoppiarli a quel modo. Tanto diversi e complementari sotto più punti di vista. Lui di media estrazione sociale, operaio, abitudinario. Lei, a quanto pare, di alta estrazione sociale, industriale, abituata a zompettare da questo a quell’altro salotto mondano sui suoi tacchi a spillo. Intanto, però, stasera è ad Augusto che tocca pagare la costosa cena consumata in uno dei migliori ristoranti della città, ché la sua bella ha dimenticato a casa le innumerevoli carte di credito. Può capitare, si giustifica l’uomo. Lei è così piena di impegni che a certe questioni materiali proprio non ha il tempo di pensarci. Né quella sera né nei giorni successivi.
Nessun problema, dice Augusto, io la amo. E poi con tutti i soldi che c’ha io potrei pure permettermi di smettere di lavorare.
Intanto, però, deve prestarle nuovamente un gruzzoletto ché lei è alle prese con i soliti problemi di liquidità: sempre così questi industriali, miliardi investiti in titoli e case e nemmeno un euro per comperarsi il giornale.
Fino a che, un brutto giorno per le illusioni di Augusto, egli ha l’avventata idea di cercare la sua bella in azienda, ché al cellulare non risponde. Domanda del direttore e questi non ha la voce sensuale di chi sappiamo, ma il tipico rantolo del “cummenda” tabagista. Ma… Ci dev’essere un errore. Augusto ricontrolla il numero e il nome della ditta, ritelefona, richiede di poter parlare con… ma sa bene che gli errori si commettono sempre quando non si vorrebbe accadessero. Non ha sbagliato numero né ditta. La sua lei è dissolta, andata, svanita assieme a tutte le sue frottole, alla velocità della luce, come una castello di carte travolto da una tempesta. Non era questo, dunque, l’amore che Augusto stava cercando e che sognava di aver trovato; quello che gli avrebbe riempito la vita, allontanando i brutti pensieri. O forse il problema vero è che non esiste nulla che possa colmare il vuoto di certe esistenze. Mai. Nemmeno un paio di tacchi a spillo coi capelli biondi. Nemmeno un amore imbottito di bugie.
("Trentino" del 26 marzo 2007)