Cani, scimmie e baracche
16 aprile 2007 Archiviato in: Attualità
Il capoluogo trentino si trova in
questi giorni al centro di una stridente
contraddizione. Da una parte ci sono due eventi
culturali, o che almeno tali pretendono di essere. Al
Museo Tridentino di Scienze Naturali si è da poco
aperta una mostra intitolata “La Scimmia Nuda”, ove
per Scimmia si intende naturalmente l’uomo, quel
presuntuoso che pretende di ritenersi davvero
qualcosa di più degli animali, egoista che pensa di
avere davvero qualcosa in più rispetto agli
illuminati appartenenti al mondo animale. Il secondo
“evento” è la presentazione – in collaborazione con
la Provincia Autonoma di Trento – dell’iniziativa
“Cane bravo cittadino”. “Gli animali fanno parte
della nostra vita – ha detto l’Assessore Iva Berasi –
e chi ama i cani ritiene che abbiano diritto di
cittadinanza come le persone”. No, non state
sognando. È tutto vero. In pratica, da oggi, gli
amici a quattro zampe in possesso della patente
potranno entrare nei negozi e negli esercizi
pubblici, salire sugli autobus e fare chissà
cos’altro.
Sia chiaro. Non abbiamo nulla contro gli animali. A volte la presenza di un cane o di un gatto salva una persona anziana o disagiata psichicamente dalle mazzate della solitudine.
Quello che non possiamo tollerare, però, è che tanta attenzione verso il mondo animale vada a discapito della razza umana che, contrariamente a quanto allude la mostra succitata, non è composta da scimmie, ma da esseri pensanti abili a fare cosette come pensare, soffrire, amare, discernere, avere una morale, una spiritualità, ecc.; insomma, hanno la coscienza di chi può pronunciare la parola “io”.
Scimmie e cani, quindi, alla ribalta. Senza contare i tanti che hanno oramai perso la testa per gli insopportabili orsi. Tutto questo accade, mentre nella stessa città si erge una baraccopoli da Terzo Mondo. Forse i notai, gli avvocati, le femmine della Trento bene che passeggiano nelle vie del centro con i sacchetti delle boutique in mano ancora non lo sanno, ma sugli inquinatissimi terreni dell’ex Sloi, in via Vittime delle Foibe c’è già da tempo un accampamento clandestino popolato da una settantina di rumeni: uomini, donne e bambini. Impressiona quanto poco ancora si faccia a livello istituzionale per risolvere questo vergognoso problema. Lasciare che delle persone vivano in condizioni igienico-sanitarie disperate, con la dignità messa sotto le scarpe, è una cosa che in una città moderna come Trento pretende di essere non dovrebbe accadere. Anche perché, è risaputo che le baraccopoli sono destinate ad allargarsi. Una volta stabilite in un posto tendono ad attirare sempre più disperati e, raggiunte discrete dimensioni, spesso si strutturano fino a diventare quasi un’urbanizzazione parallela e alternativa a quella ufficiale. Voglio dire che pure le favelas di Salvador de Bahia devono essere iniziate in qualche modo.
In attesa che qualcuno si muova, prima che sia troppo tardi, continuiamo a sorbirci le interessantissime teorie di Darwin, i bravi cani patentati che educano i propri padroni, le notarelle stonate degli artisti di strada e – perché no – la prospettata e temutissima “Notte bianca” di Trento.
Pubblicato su "Trentinario.it"
Sia chiaro. Non abbiamo nulla contro gli animali. A volte la presenza di un cane o di un gatto salva una persona anziana o disagiata psichicamente dalle mazzate della solitudine.
Quello che non possiamo tollerare, però, è che tanta attenzione verso il mondo animale vada a discapito della razza umana che, contrariamente a quanto allude la mostra succitata, non è composta da scimmie, ma da esseri pensanti abili a fare cosette come pensare, soffrire, amare, discernere, avere una morale, una spiritualità, ecc.; insomma, hanno la coscienza di chi può pronunciare la parola “io”.
Scimmie e cani, quindi, alla ribalta. Senza contare i tanti che hanno oramai perso la testa per gli insopportabili orsi. Tutto questo accade, mentre nella stessa città si erge una baraccopoli da Terzo Mondo. Forse i notai, gli avvocati, le femmine della Trento bene che passeggiano nelle vie del centro con i sacchetti delle boutique in mano ancora non lo sanno, ma sugli inquinatissimi terreni dell’ex Sloi, in via Vittime delle Foibe c’è già da tempo un accampamento clandestino popolato da una settantina di rumeni: uomini, donne e bambini. Impressiona quanto poco ancora si faccia a livello istituzionale per risolvere questo vergognoso problema. Lasciare che delle persone vivano in condizioni igienico-sanitarie disperate, con la dignità messa sotto le scarpe, è una cosa che in una città moderna come Trento pretende di essere non dovrebbe accadere. Anche perché, è risaputo che le baraccopoli sono destinate ad allargarsi. Una volta stabilite in un posto tendono ad attirare sempre più disperati e, raggiunte discrete dimensioni, spesso si strutturano fino a diventare quasi un’urbanizzazione parallela e alternativa a quella ufficiale. Voglio dire che pure le favelas di Salvador de Bahia devono essere iniziate in qualche modo.
In attesa che qualcuno si muova, prima che sia troppo tardi, continuiamo a sorbirci le interessantissime teorie di Darwin, i bravi cani patentati che educano i propri padroni, le notarelle stonate degli artisti di strada e – perché no – la prospettata e temutissima “Notte bianca” di Trento.
Pubblicato su "Trentinario.it"
Quando guarire non è permesso
03 aprile 2007 Archiviato in: Racconti
Possono pure dedicargli una canzone a Sanremo,
mettere per un giorno a tema la malattia mentale e
discuterne fino a farsela uscire dalle orecchie,
fargli promesse di circostanza della serie “Vedrai
che adesso le cose cambieranno”, “da oggi quelli come
te saranno meno soli”, ma quello che Agostino ha
provato rimane qualcosa di indecifrabile,
indefinibile, oscuro che è quasi impossibile spiegare
e, soprattutto, capire. Certe malattie le riconosci
dai segni, dalle macchie sulla pelle, dalle
cicatrici. Ma certe altre sono più subdole, si
nascondono come animali predatori e ti fanno svoltare
l’angolo del discernimento, giusto di fronte a piazza
della Follia.
Agostino è quella che si dice una persona iperattiva. Le sue energie non ama risparmiarsele. Ed è stato sempre così, fin dai tempi della scuola. Le lauree conseguite nei più prestigiosi atenei del paese sono adesso appese al muro e lo guardano dall’alto, come un passato che chieda conto al presente dei cambiamenti avvenuti. Perché è accaduto ad un certo punto che la mente di Agostino se n’è andata da un’altra parte. Così. Senza preavviso. Una mattina di giugno che pioveva che dio la mandava, ha fatto per scendere le scale e davanti alla rampa, prima di scendere il primo gradino, Agostino ha cominciato ad interrogarsi, ché non riconosceva più l’utilità di quelle assi di legno messe una accanto all’altra, proprio sotto al passamano. A cosa servono? E cosa ci sto facendo io qui? Come se anziché di semplici scale si trattasse di un astruso programma per la gestione di una centrale nucleare o del pannello dei comandi di un aereo supersonico.
Improvvisamente, nella vita di quest’uomo, è come se ogni cosa avesse mutato la propria destinazione d’uso. Il mestolo non serve più per girare la minestra, dal rubinetto non fuoriesce più l’acqua e le lancette dell’orologio in quale senso girano? La fiamma che salta su dall’accendino, poi, Agostino la osserva per ore, ma proprio non arriva ad afferrarne l’utilità.
Una malattia che non si vede, che non mostra sintomi se non quell’eccessiva attenzione per aspetti della quotidianità solitamente meno importanti di uno starnuto. E poi la rabbia per non poter mostrare a nessuno l’evidenza del male. Non poter urlare “guardi qui che pustole!” oppure “visto che c’ho quaranta di febbre?!” D’ora in poi, chiunque ascolterà Agostino sarà costretto a fidarsi delle sue parole, delle incerte descrizioni che gli usciranno di bocca.
Così la vita diventa d’incanto un pellegrinaggio da un ospedale all’altro, da un luminare all’altro, a contatto di gomito con quelli che “sono come te” eppure non ti assomigliano nemmeno un po’. Ed in mezzo ci stanno tutte quelle pilloline colorate che fanno tanto smarties, ma sono amare come una sconfitta. Ed in effetti Agostino ha sventolato già da un po’ la sua bandiera bianca. Infatti accetta di farsi curare e, mese dopo mese, le cose sembrano migliorare. Nel buio in cui era piombata la sua mente, lentamente, si aprono piccoli spiragli di speranza che invitano a sperare in un futuro normale. E poi anche lo Stato assitenziale ha fatto la sua parte. Lo ha curato, rimesso in carreggiata e gli ha pure assegnato una pensione di invalidità.
Agostino sorride, però. Dice che con quei soldi lui al massimo si fa un pugno di visite dallo specialista. In compenso, arrivati a questo punto, un lavoro vero non te lo dà più nessuno. Nemmeno se dalla malattia ci stai uscendo e ti senti rinascere per quanto stai bene. La fregatura di questi malanni della fantasia sono soprattutto le chiacchiere della gente, le etichette che la massa ti attacca addosso nemmeno fossi una chiquita. Perché secondo loro certe malattie possono solo aggravarsi. Insomma, una volta dentro non ne esci più.
Ed invece Agostino si tuffa nella vita, lo dimostra con i fatti che la vera fregatura sta nella falsità dei pregiudizi umani e legislativi, della miriade di microscopici giudizi sommari che i nostri simili distribuiscono a destra e a manca ogni santo giorno. Ma è tutto inutile. Per la Legge se sei matto lo sei per sempre. Devi accontentarti della pensione di invalidità, di qualche lavoretto per diversamente abili e del facile e furbesco ritornello con cui quel cantante miope ha vinto il Festival di Sanremo.
("Trentino" del 2 aprile 2007)
Agostino è quella che si dice una persona iperattiva. Le sue energie non ama risparmiarsele. Ed è stato sempre così, fin dai tempi della scuola. Le lauree conseguite nei più prestigiosi atenei del paese sono adesso appese al muro e lo guardano dall’alto, come un passato che chieda conto al presente dei cambiamenti avvenuti. Perché è accaduto ad un certo punto che la mente di Agostino se n’è andata da un’altra parte. Così. Senza preavviso. Una mattina di giugno che pioveva che dio la mandava, ha fatto per scendere le scale e davanti alla rampa, prima di scendere il primo gradino, Agostino ha cominciato ad interrogarsi, ché non riconosceva più l’utilità di quelle assi di legno messe una accanto all’altra, proprio sotto al passamano. A cosa servono? E cosa ci sto facendo io qui? Come se anziché di semplici scale si trattasse di un astruso programma per la gestione di una centrale nucleare o del pannello dei comandi di un aereo supersonico.
Improvvisamente, nella vita di quest’uomo, è come se ogni cosa avesse mutato la propria destinazione d’uso. Il mestolo non serve più per girare la minestra, dal rubinetto non fuoriesce più l’acqua e le lancette dell’orologio in quale senso girano? La fiamma che salta su dall’accendino, poi, Agostino la osserva per ore, ma proprio non arriva ad afferrarne l’utilità.
Una malattia che non si vede, che non mostra sintomi se non quell’eccessiva attenzione per aspetti della quotidianità solitamente meno importanti di uno starnuto. E poi la rabbia per non poter mostrare a nessuno l’evidenza del male. Non poter urlare “guardi qui che pustole!” oppure “visto che c’ho quaranta di febbre?!” D’ora in poi, chiunque ascolterà Agostino sarà costretto a fidarsi delle sue parole, delle incerte descrizioni che gli usciranno di bocca.
Così la vita diventa d’incanto un pellegrinaggio da un ospedale all’altro, da un luminare all’altro, a contatto di gomito con quelli che “sono come te” eppure non ti assomigliano nemmeno un po’. Ed in mezzo ci stanno tutte quelle pilloline colorate che fanno tanto smarties, ma sono amare come una sconfitta. Ed in effetti Agostino ha sventolato già da un po’ la sua bandiera bianca. Infatti accetta di farsi curare e, mese dopo mese, le cose sembrano migliorare. Nel buio in cui era piombata la sua mente, lentamente, si aprono piccoli spiragli di speranza che invitano a sperare in un futuro normale. E poi anche lo Stato assitenziale ha fatto la sua parte. Lo ha curato, rimesso in carreggiata e gli ha pure assegnato una pensione di invalidità.
Agostino sorride, però. Dice che con quei soldi lui al massimo si fa un pugno di visite dallo specialista. In compenso, arrivati a questo punto, un lavoro vero non te lo dà più nessuno. Nemmeno se dalla malattia ci stai uscendo e ti senti rinascere per quanto stai bene. La fregatura di questi malanni della fantasia sono soprattutto le chiacchiere della gente, le etichette che la massa ti attacca addosso nemmeno fossi una chiquita. Perché secondo loro certe malattie possono solo aggravarsi. Insomma, una volta dentro non ne esci più.
Ed invece Agostino si tuffa nella vita, lo dimostra con i fatti che la vera fregatura sta nella falsità dei pregiudizi umani e legislativi, della miriade di microscopici giudizi sommari che i nostri simili distribuiscono a destra e a manca ogni santo giorno. Ma è tutto inutile. Per la Legge se sei matto lo sei per sempre. Devi accontentarti della pensione di invalidità, di qualche lavoretto per diversamente abili e del facile e furbesco ritornello con cui quel cantante miope ha vinto il Festival di Sanremo.
("Trentino" del 2 aprile 2007)