La morte del giornalismo
27 agosto 2007 Archiviato in: Attualità
Una sera di mezz’estate può capitarti anche questo. Accendi la tv alla sera, dopo una giornata di lavoro, non tanto per sentire nuove notizie dato che sei rimasto attaccato ad Internet tutto il giorno, quanto per ascoltare qualche approfondimento, un commento illustre, interviste esclusive. E per farlo scegli quello che da sempre è considerato il più illustre dei notiziari, quello per intenderci riformato da Willy de Luca, i cui conduttori hanno riempito l’adolescenza di milioni di italiani: Bianca Maria Piccinino, Emilio Fede, Bruno Vespa, Paolo Frajese e soprattutto il grandissimo Massimo Valentini.
Un sera di mezz’estate, ecco il Tg1 che comincia. Si parte con la cronaca, è ovvio. Il delitto di Garlasco. La giornalista (!?) pare quella della pubblicità del chewingum, mentre indaga sul biancore dei denti dei finlandesi. Si piazza davanti alla caserma dei caramba e poi, quando questi escono con il fidanzato della povera Chiara, assieme a tutta la troupe si schiaffa in macchina e – incredibilmente – parte all’inseguimento dei militi per scoprire dove stanno andando!
Uno dice: “Vabbé, tutto si evolve a questo mondo. Si vede che dare le notizie in questo modo cattura di più l’interesse dei telespettatori”.
Andiamo avanti. Secondo servizio. Pare che i vestiti cinesi contengano quantità eccessive di formaldeide e pertanto sono pericolosi per la salute di chi li indossa. Lo rivela uno studio neozelandese (addirittura). La notizia pare da subito molto discutibile, anzi non è nemmeno una notizia. È un’illazione, lo spudorato tentativo di convincere la gente che la concorrenza commerciale va bene solo fino ad un certo punto.
Non poteva mancare, in perfetto stile studioaperto, un cenno al dorato mondo della moda che con le sue chiacchiere i tg sa riempirli da dio. Naomi Campbell denuncia (!?) le discriminazioni in atto nei riguardi delle sue colleghe (!?) nere. Guadagnano miliardi, è vero, però potrebbero guadagnarne di più, almeno quanto le colleghe bianche. Caspita, che capolavoro di giornalismo. Se non stiamo attenti prendiamo il Pullitzer. Primo velo pietoso.
Ma siamo al clou del telegiornale. Un servizio che sarebbe sembrato un po’ troppo ameno e inutile perfino se trasmesso da “La vita in diretta”. Una telefonata fiume di San Celentano che al Tg1 (no, non a sua zia: al Tg1!) dice peste e corna della liguria e del suo mare preda della speculazione edilizia. A parte che già Calvino ne aveva parlato, pare di risentire quella famosa canzone “Chissà perché continuano a costruire le case …e non lasciano l’erba”. Legittimo, per carità. Ogni cittadino (anche quelli con l’aureola) ha il diritto di lamentarsi e di pretendere ascolto. Ma devi farlo proprio al Tg1?! In prima serata?! Cos’è vi divertite a far rivoltare Valentini e Frajese nella tomba? Secondo velo pietoso.
A questo punto, sono passate le venti e venti e uno penserebbe di averne prese abbastanza. Macchè. Ecco il servizio sull’ennesimo studio dell’università di vattelapesca che permette di enunciare una nuova teoria: le donne sono più propense degli uomini alla separazione. Accidenti che notiziona. Aspetta che me la segno. I veli pietosi sono finiti.
Tutto questo sembra molte cose. Gossip, curiosità, pettegolezzo, ma non sembra giornalismo. Casomai la sua morte; lo scempio che del giornalismo si sta facendo in questi ultimi anni grazie ai vari Lucignolo, Vita in diretta, Studio Aperto. E all’elenco, dopo questa sera di mezz’estate, possiamo aggiungerci a pieno diritto pure il Tg1. Complimenti dunque al direttore Gianni Riotta – recentemente premiato in Trentino con il “Val di Sole” – per l’interessante linea che sta imponendo al suo telegiornale. I fischi diretti a Prodi misteriosamente cancellati, Lapo Elkann con il suo sito internet mandato in sovraimpressione, il mea culpa del motociclista evasore e – dulcis in fundo – l’intervista esclusiva a Fabrizio Corona in cerca delle cugine di Garlasco sono già nella storia del’informazione di questo paese malato. Sobrietà, essenzialità, deontologia e trasparenza. Il tutto, naturalmente, a spese degli italiani.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)