S. Giuseppe e il ruolo del padre



Il primo libro lo ha scritto quasi di getto, inseguendo le suggestioni di un sogno particolarmente avvincente fatto alla fine del 1988, quando oniricamente concepì il finale del suo primo romanzo, “Polvere”. Per scrivere più metodicamente il secondo è partito dalla toccante immagine di un vecchio che in punto di morte domanda a sua moglie di poter rivedere un’ultima volta il proprio figlio. L’autore di cui stiamo parlando è Giovanni Donna d’Oldenico, un medico torinese, che confessa di fare molta fatica a scrivere, anche perché per uno che fa quella professione – ed ha otto figli! – è difficile trovare il tempo di farlo, a meno di non sfruttare i piccoli tempi morti che le giornate solitamente offrono ai mortali.
Il secondo romanzo di Donna d’Oldenico si intitola “Giusto” (Marietti Editore) ed è al centro dell’incontro di questa sera organizzato dall’Associazione Culturale “Nitida Stella”, a Vigolo Vattaro (auditorium, ore 20.30), intitolato "Da San Giuseppe alle coppie di fatto". In teoria, si tratta della presentazione di un libro, ma in realtà l’occasione è ghiotta per partire dalla vicenda romanzata del padre più famoso della Storia ed arrivare fino ai giorni nostri, dibattendo del ruolo educativo della figura paterna oggi. D’Oldenico non si sottrae alla sottile provocazione che il titolo dell’incontro nasconde e prontamente risponde a quanti oggi pretendono di guardare alla Famiglia di Nazareth come ad una delle prime coppie di fatto. “Quella famiglia ha una regola – dice –, è storicamente provato che vi furono degli sponsali tra Giuseppe e Maria, vi fu un’introduzione nella casa dello sposo; per cui quel figlio era pienamente legittimo”.
Questa la perentoria risposta a chi sostiene che il Vangelo non ci dà nessun esempio di famiglia precisa. La sacra famiglia era formata da un padre e da una madre, come ce ne sono tanti, alle prese pure loro con un progetto educativo, pure loro lavorati ai fianchi da quello strisciante senso di inadeguatezza che accompagna i genitori durante la crescita di un figlio. Certo, Giuseppe, l’uomo “giusto”, è in una situazione particolare. È a capo di una famiglia che è “sua opera, ma non è opera sua”; titolare di un compito spropositato e immenso per le apparentemente scarne risorse umane: il compito di educare nientemeno che Dio fatto persona. Chiunque davanti ad una responsabilità tanto grande desisterebbe e fuggirebbe via lontano se – come il “Giusto” – non avesse ben presente che prendersi cura dei figli, al di là di ogni convinzione religiosa ed etica, è la più sana delle abitudini umane. Occasione quotidiana di vivere appieno il proprio ruolo famigliare, interpretando al meglio e senza presunzioni di sorta le mansioni educative che l’essere padre comporta.
“Purtroppo, nella modernità, – sostiene d’Oldenico – si tende ad interpretare la paternità come un’occasione di realizzazione sociale. Invece dovrebbe trattarsi sempre di una vocazione, come lo è ad esempio per il cristiano”.
Anche a causa di questa cattiva interpretazione di ruolo viviamo in una società in cui sempre più latita la paternità; i padri spesso si riducono ad essere quei tizi che escono di casa al mattino e ci ritornano la sera e servono per portare a casa lo stipendio. Proviamo invece a pensare a certi padri di una volta, quelli che sapevano “come si stava al mondo” e pur di fartelo capire erano disposti a tutto. Un po’ come Giuseppe di Nazareth, il falegname, che di quel figlio tanto particolare ha amato il destino e ne ha assecondato autorevolmente il passo. Affettuoso, lo ha custodito e ne ha curato la compagnia. Stando sulla soglia, sereno, serio, sicuro. Instancabilmente responsabile.
("Trentino" del 30 marzo 2007)