L'orsa che dà alla testa
31 dicembre 2007
Una bella storia di Natale. Commovente. Per una volta la pigra gente trentina ha deciso di mobilitarsi e di scendere in piazza a manifestare contro l’ingiusta detenzione di Jurka, imprigionata da ben centosettanta giorni e zifola. Questo almeno quello che qualcuno vuol farci credere. In realtà, a sfilare lungo le strade di Trento illuminate a festa sono state solo poche decine di animalisti e Jurka non è un prigioniero politico, bensì una femmina di orso, una bestia che si è deciso di porre in cattività perché si era messa in testa di fare bene il suo mestiere di orso. Diciamo un’orso un po’ troppo orso per i nostri gusti. Leggi tutto...
Il padre, questo sconosciuto
20 novembre 2007
La presenza paterna è il miglior investimento per il futuro dei figli. Lo ha detto Benedetto XVI, ma potrebbe tranquillamente sottoscriverlo anche il più acerrimo nemico del cattolicesimo. Lo pensano certamente anche quel gruppo di docenti universitari, scienziati, giornalisti, professionisti che da tutta Italia ha sottoscritto la cosiddetta “Lista per il Padre” promossa dallo psicologo Claudio Risé. Di essi fa parte pure Antonello Vanni, scrittore, insegnante ed esperto di tematiche giovanili, che questa sera sarà in Trentino a parlare del “Ruolo educativo del padre all’interno della famiglia” (Vigolo Vattaro, auditorium, ore 20.45, org. Associazione culturale “Nitida Stella”).
La figura del padre è stata in Occidente separata dalle sue funzioni educative e sociali. Come e perché? “Si è trattato di un processo molto lungo – dice Vanni – partito con la secolarizzazione della società e quindi anche della figura del padre. Questo a partire dalla riforma protestante in avanti, passando per l’illuminismo”.
Tuttavia ci sono state anche cause più contingenti che hanno ridotto i padri in senso numerico. Pensiamo, ad esempio, a ciò che è accaduto a causa delle guerre mondiali, quando milioni di padri non sono più tornati a casa. Ma pure all’avvento della società industriale, che ha letteralmente “tolto” i padri dalle famiglie. Cosa che si sta accentuando con l’attuale congiuntura economica. Il carovita, la disoccupazione, la crisi dei mutui: conseguenza diretta di questi problemi per la famiglia è che i genitori sono costretti a lavorare di più. Perciò la presenza del padre la dobbiamo misurare in termini qualitativi, piuttosto che quantitativi. Oggi si sta con i figli, magari meno, ma si cerca di farlo con un’intensità ed una passione più alti. Leggi tutto...
Le due ferite di Piedicastello
16 novembre 2007
Sia chiaro. Spazzare la polvere sotto al tappeto non è mai stato un grande rimedio contro la sporcizia. La vicina ti farà dei gran complimenti per come riesci a tenere in ordine la casa, d’accordo, ma il problema non sarà risolto. Voglio dire, adesso non è che siccome hanno spostato le due canne della tangenziale, infilando il traffico dei pendolari sotto al Doss Trento, il rione di Piedicastello diventa improvvisamente una specie di giadino dell’Eden. Piuttosto, il borgo più antico della città è oggi ancora più brutto di prima, con quelle due arterie deserte e silenziose che ora fanno il paio con l’inquietante relitto industriale dell’Italcementi. Due fantasmi di cemento e asfalto, due ferite inferte al tessuto urbanistico che avranno bisogno di chissà quanto tempo per risanarsi e restituire al luogo quella grazia e quella preziosità che aveva un tempo.
Certo che spendere trenta milioni di euro per smantellare due gallerie che non hanno nemmeno compiuto trent’anni fa una certa rabbia. Non solo per l’enormità della cifra che si è dovuta sborsare, ma per il fatto che ancora una volta i cittadini – e quelli di Piedicastello ne sono un esempio eclatante – si sono rivelati per quello che sono veramente: dei burattini manovrati dalle forze della politica e dell’interesse economico, binomio che spesso non si è fatto scrupoli a calpestare i diritti in nome del progresso. Altro che inaugurazioni con la banda, ricchi premi e cotillons. Non stiamo parlando di un castello di sabbia che il bambino ha costruito troppo vicino al mare a cui il papà consiglia di abbatterlo e riedificarlo qualche metro più su, nei pressi dell’ombrellone. Bensì di un orribile sfregio compiuto in barba ad ogni regola morale, una mazzata per la popolazione di Piedicastello già provata dai fumi di quella fabbrica troppo vicina e dall’evacuazione voluta nel 1963 dall’allora sindaco Nilo Piccoli perché il Dos – dicono – rischiava di franare sulle case. Leggi tutto...
Pizzol: riposarsi all'ombra di una storia
12 novembre 2007
Il nostro paese è attraversato da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica (anche se pure lì non è che siamo messi benissimo) e neppure quella economica (vedi sopra) ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Di cosa stiamo parlando? L’emergenza è quella educativa e nessuno può chiamarsi fuori, ovviamente, perché è attraverso l’educazione che si forma una persona e, quindi, l’intera società.
Lo hanno capito molto bene tre associazioni trentine (Periscopio, Nitida Stella e Stenico 80) che in questi giorni stanno lanciando una serie di interessanti iniziative culturali legate tra loro da un titolo – “Educarsi per educare” – all’apparenza semplice, ma che cela e svela una delle responsabilità principali dell’essere umano: quella di essere genitori.
Si tratta di una sorta di percorso formativo per chi ha dei figli o si accinge ad averne, ma indirettamente pure per i figli stessi. Nessuna pretesa di insegnare nulla a nessuno, giurano gli organizzatori. Infatti gli incontri sono per lo più testimonianze dirette di psicologi, attori, docenti che mirano a fare chiarezza, in un mondo in cui ormai troppe cose sono presentate e utilizzate ad un livello virtuale, sull’introduzione totale alla realtà. Abbiamo chiesto cosa significa al romagnolo Giampiero Pizzol, attore e autore di fiabe, racconti e numerosi spettacoli per ragazzi, che stasera parlerà a Caldonazzo (Sala S. Sisto, ore 20.30) in un incontro intitolato “Il senso dei 5 sensi - Guardare, udire, toccare... alla scoperta della realtà”.
“Oggi purtroppo nessuno racconta più storie, non c’è assolutamente il tempo per fare delle esperienze, a volte anche fondamentali. Per questo abbiamo pensato di utilizzare il percorso dei cinque sensi – che di solito si utilizza nelle scuole materne – attraverso il metodo della narrazione”.
Il problema del raccontare, del dare spazio alla relazione è molto importante oggi, momento storico in cui le famiglie sono spesso in affanno, quando non definitivamente disgregate. Tante nostre azioni quotidiane, spesso indotte dall’esterno, hanno relazione con il fare: dallo shopping, allo sport; il racconto invece è strettamente connesso con l’essere e può abbracciare tutta la realtà, rivelandosi così essenziale per tutti, non solo per i bambini.
Tutti concetti questi che verranno ampiamente trattati da Pizzol, accompagnato da Laura Aguzzoni, in una due giorni trentina – una vera e propria task force educativa – che lo vedrà impegnato, oltre che nell’incontro citato, a Mezzolombardo sabato mattina e a Vigolo Vattaro, dove offrirà uno spettacolo per ragazzi, intitolato “Il volo delle rondini” (teatro, ore 17, ingresso libero), tratto dal suo libro omonimo.
“Si fa un gran parlare di valori – conclude Pizzol –, ma noi non vogliamo insegnare valori. Ne verrebbe fuori un parolaio senza capo né coda. L’amicizia non si può insegnare, tuttavia si può sperimentare, sentire nelle parole, nei gesti”.
Quando ci si trova davanti ad un’emergenza (e quella educativa lo è) le soluzioni possibili sono due: o si scappa o si chiamano i soccorsi. Chi ha organizzato il ciclo “Educarsi per educare” ha certamente optato per la seconda opzione. Bene, i soccorsi stanno arrivando.
("l'Adige" del 9 novembre 2007)
L'orsa è in gabbia (finalmente)
02 luglio 2007
Plaudire all’istituzione pubblica non è un’attività molto praticata dai cittadini. Diciamo che le occasioni sono piuttosto rade. Questa volta ci sentiamo in dovere di complimentarci con il Servizio Foreste e Fauna della Provincia autonoma per la cattura dell’animale che già da qualche tempo si era dimostrato incontrollabile e fuori dai limiti che il progetto Life Ursus e l’intelligenza umana prevedono. Jurka se ne va in gabbia, quindi. Il posto giusto per coloro che delinquono. Uomini e animali.
È accaduto che l’orsa stava diventando troppo furba, oltre che pericolosa. Aveva compiuto incursioni ripetute in centri abitati, aveva troppa confidenza con l’uomo e aveva provato perfino a penetrare in strutture d’abitazione alla ricerca di cibo. I vertici del Ministero e quelli della P.a.t. hanno capito che qui non si trattava più di allarmismi infondati, ma di un pericolo estremamente reale che prima o poi potesse scapparci il morto (umano). Insomma, non era più ragionevole lasciare una bestia selvatica di quel temperamento ancora libera di scorazzare tra le case trentine. Tra l’altro, la cattura di altri orsi, ad esempio i cuccioli di Jurka, è già stata pre-autorizzata da Roma nel caso in cui dovesse presentarsi la necessità.
Quanto scrivevamo in un post di qualche mese fa, dunque, sembra essere stato raccolto da chi di dovere. Agli animalisti, veri o presunti tali, che si stracciano le vesti sui media per l’arresto del loro orso preferito, a tutti coloro che banalizzano la pericolosità della bestia in questione descrivendola come affettuosa e gentile, la Provincia risponde che la cattura di Jurka “si motiva in relazione alla necessità di garantire continuità e sostenibilità al progetto, in coerenza con la finalità generale dello stesso”. Forse nel senso che se fosse accaduto qualcosa di spiacevole l’intero progetto sarebbe stato messo in discussione. Ma per qualcuno in discussione lo è già.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
La Trento più brutta che c'è
25 giugno 2007
Dopo essersi arrampicata fino alle vette
della modernità grazie ai dotti interventi e
alle illustri partecipazioni del Festival
dell’Economia, la città di Trento sembra ripiombare
nel medioevo a causa di quello che – se non lo è –
assomiglia molto ad un grave episodio di censura.
Sono in pochi a saperlo. Giusto gli addetti ai lavori e qualche attento lettore. La sera del 25 giugno, nel pieno dei festeggiamenti per il Santo Patrono, il Teatro Sociale di Trento resterà desolatamente chiuso. Beh? E che problema c’è, domanderà qualcuno. Nessuno. Peccato che fino a qualche settimana fa era programmato un elaborato dramma teatrale, frutto di un’attenta ricerca storica, che avrebbe visto in scena oltre quaranta attori. Una piece che vuole fare chiarezza su una delle pagine più oscure della storia cittadina a cui però gli abitanti del capoluogo non potranno assistere. La recita del 25 giugno è stata cancellata.
Volendo vederci un pelo più chiaro, la prima cosa che abbiamo pensato di fare è stata quella di telefonare agli organizzatori. “Come mai lo spettacolo non si farà anche se era presente sui primi programmi delle Feste Vigiliane?” La segreteria risponde con voce ferma e sicura che si è trattato di un semplice problema di “location” in quanto il Teatro Sociale era risultato non “adatto” ad uno spettacolo del genere; spettacolo che, comunque, “non è annullato, ma soltanto rimandato a data da destinarsi, probabilmente questo autunno”. Quando comunque – ovvio – non sarà il Comune di Trento a provvedere alla sua organizzazione.
Di più non è dato sapere.
Lo spettacolo teatrale in questione si intitola “Via del Mercato Vecchio” ed è stato scritto una decina di anni fa da Antonia Dalpiaz, una delle più note e apprezzate figure della cultura trentina. Il testo affronta in maniera aperta e senza pregiudizi di sorta la nota vicenda del Simonino che nel 1475 sconvolse la città di Trento.
“Tutto sembrava ormai incanalato nel giusto percorso – dice la Dalpiaz – Gli organizzatori avevano letto il testo e concordato la data: il 25 giugno.”
Il 3 maggio l’autrice, il regista e gli attori avrebbero dovuto visionare il Teatro Sociale per i dettagli tecnici e per l’adattamento dello spettacolo. Ma pochi giorni prima… “la doccia fredda. Dopo la comparsa sui quotidiani della programmazione relativa alle Feste Vigiliane, gli organizzatori avvisano il Presidente della Co.f.as. (produttore dello spettacolo, N.d.r.) Gino Tarter, che lo spettacolo non si farà perché «non adatto»”.
Azzardando, saremmo portati a dire il Simonino fa ancora paura a qualcuno. Il Trentino “moderno” guarda avanti, ma pare far fatica a nascondere gli scheletri nei propri armadi rinascimentali. La vicenda del bimbo sfuggito al controllo materno e caduto nella roggia nel 1475 è abbastanza nota. Il suo corpo esamine si fermò proprio vicino alla cantina di Samuele, il rabbino. Ne nacque un tragico malinteso. Diciotto ebrei vennero torturati ed uccisi, mentre il Simonino venne innalzato ad una posticcia santità con tanto di culto e processioni votive. La Chiesa – come spesso avveniva allora – tacque per ragioni di opportunità, cogliendo al volo la possibilità di tenere un piede in due scarpe, cogliendo i benefici derivanti dal nuovo culto e omettendo di porre fine ad una ingiusta persecuzione nei confronti degli ebrei. Solo nel 1965, l’illuminato vescovo Gottardi porrà fine a questa sorta di follia popolare, riconoscendo ufficialmente l’innocenza degli ebrei.
In definitiva, perché “Via del mercato vecchio” è stato cancellato? Chi è stato a suggerire che venisse tolto dalle Feste Vigiliane dopo che ne era stata concordata la programmazione?
A domandare chiarezza è soprattutto l’autrice, delusa, amareggiata non solo dall’atmosfera pesante che circola attorno a questa vicenda, ma pure dal muro di silenzio che le si è parato dinanzi, da quella solidarietà che si aspettava per lo meno dai colleghi del mondo della cultura locale e che invece non s’è fatta vedere.
Ma a domandarne ragione sono pure i quaranta attori dilettanti, e quindi volontari, che sacrificando il loro tempo libero, si sono impegnati con entusiasmo e passione convinti di rendere un servizio alla propria comunità.
Esige una risposta anche il comune cittadino, incuriosito da questa misteriosa vicenda, una pagina di cultura non certo bella, di quelle di cui non si vorrebbe mai essere costretti a scrivere. Episodi che in una città veramente moderna proprio non dovrebbero accadere. Mai.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
Sono in pochi a saperlo. Giusto gli addetti ai lavori e qualche attento lettore. La sera del 25 giugno, nel pieno dei festeggiamenti per il Santo Patrono, il Teatro Sociale di Trento resterà desolatamente chiuso. Beh? E che problema c’è, domanderà qualcuno. Nessuno. Peccato che fino a qualche settimana fa era programmato un elaborato dramma teatrale, frutto di un’attenta ricerca storica, che avrebbe visto in scena oltre quaranta attori. Una piece che vuole fare chiarezza su una delle pagine più oscure della storia cittadina a cui però gli abitanti del capoluogo non potranno assistere. La recita del 25 giugno è stata cancellata.
Volendo vederci un pelo più chiaro, la prima cosa che abbiamo pensato di fare è stata quella di telefonare agli organizzatori. “Come mai lo spettacolo non si farà anche se era presente sui primi programmi delle Feste Vigiliane?” La segreteria risponde con voce ferma e sicura che si è trattato di un semplice problema di “location” in quanto il Teatro Sociale era risultato non “adatto” ad uno spettacolo del genere; spettacolo che, comunque, “non è annullato, ma soltanto rimandato a data da destinarsi, probabilmente questo autunno”. Quando comunque – ovvio – non sarà il Comune di Trento a provvedere alla sua organizzazione.
Di più non è dato sapere.
Lo spettacolo teatrale in questione si intitola “Via del Mercato Vecchio” ed è stato scritto una decina di anni fa da Antonia Dalpiaz, una delle più note e apprezzate figure della cultura trentina. Il testo affronta in maniera aperta e senza pregiudizi di sorta la nota vicenda del Simonino che nel 1475 sconvolse la città di Trento.
“Tutto sembrava ormai incanalato nel giusto percorso – dice la Dalpiaz – Gli organizzatori avevano letto il testo e concordato la data: il 25 giugno.”
Il 3 maggio l’autrice, il regista e gli attori avrebbero dovuto visionare il Teatro Sociale per i dettagli tecnici e per l’adattamento dello spettacolo. Ma pochi giorni prima… “la doccia fredda. Dopo la comparsa sui quotidiani della programmazione relativa alle Feste Vigiliane, gli organizzatori avvisano il Presidente della Co.f.as. (produttore dello spettacolo, N.d.r.) Gino Tarter, che lo spettacolo non si farà perché «non adatto»”.
Azzardando, saremmo portati a dire il Simonino fa ancora paura a qualcuno. Il Trentino “moderno” guarda avanti, ma pare far fatica a nascondere gli scheletri nei propri armadi rinascimentali. La vicenda del bimbo sfuggito al controllo materno e caduto nella roggia nel 1475 è abbastanza nota. Il suo corpo esamine si fermò proprio vicino alla cantina di Samuele, il rabbino. Ne nacque un tragico malinteso. Diciotto ebrei vennero torturati ed uccisi, mentre il Simonino venne innalzato ad una posticcia santità con tanto di culto e processioni votive. La Chiesa – come spesso avveniva allora – tacque per ragioni di opportunità, cogliendo al volo la possibilità di tenere un piede in due scarpe, cogliendo i benefici derivanti dal nuovo culto e omettendo di porre fine ad una ingiusta persecuzione nei confronti degli ebrei. Solo nel 1965, l’illuminato vescovo Gottardi porrà fine a questa sorta di follia popolare, riconoscendo ufficialmente l’innocenza degli ebrei.
In definitiva, perché “Via del mercato vecchio” è stato cancellato? Chi è stato a suggerire che venisse tolto dalle Feste Vigiliane dopo che ne era stata concordata la programmazione?
A domandare chiarezza è soprattutto l’autrice, delusa, amareggiata non solo dall’atmosfera pesante che circola attorno a questa vicenda, ma pure dal muro di silenzio che le si è parato dinanzi, da quella solidarietà che si aspettava per lo meno dai colleghi del mondo della cultura locale e che invece non s’è fatta vedere.
Ma a domandarne ragione sono pure i quaranta attori dilettanti, e quindi volontari, che sacrificando il loro tempo libero, si sono impegnati con entusiasmo e passione convinti di rendere un servizio alla propria comunità.
Esige una risposta anche il comune cittadino, incuriosito da questa misteriosa vicenda, una pagina di cultura non certo bella, di quelle di cui non si vorrebbe mai essere costretti a scrivere. Episodi che in una città veramente moderna proprio non dovrebbero accadere. Mai.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
Brad Pitt va a spasso con Oetzi
24 maggio 2007
Per l'ufficio stampa della Provincia autonoma di
Bolzano e per l'addetto alle pubbliche relazioni del
locale Museo Archeologico, Katharina Hersel,
nonostante l'ineluttabile chiarezza di alcune
fotografie, la notizia è ancora da prendere con le
pinze, viste e considerate le bufale ciclopiche che
circolano su Internet al giorno d'oggi. In ogni caso
sono già diversi i blog che in tutto il mondo
riportano i commenti (spesso disgustati) dei fans di
Brad Pitt che proprio non riescono a capacitarsi del
fatto che il loro beniamino, anziché la provocante
silhouette di Lara Croft - eroina virtuale
interpretata al cinema dalla bella moglie Angelina
Jolie - sull'avambraccio sinistro si sia fatto
tatuare niente meno che Sua Antichità la mummia del
Similaun.
Già, proprio così. Perfino sulla passerella del Festival Internazionale del Cinema di Cannes, dove Pitt e la Jolie hanno presentato il loro ultimo film sulla tragica storia del giornalista americano Daniel Pearl, perfino su quella dorata Croisette, attraverso il rigido filtro dello smoking, pare che allungando il braccio per agguantare uno dei figlioletti, il tatuaggio «incriminato» sia stato svelato al vorace e attento obiettivo dei fotografi, fugando ogni possibile dubbio. Naturalmente, venuti a conoscenza della cosa, al Museo Archeologico di Bolzano hanno fatto un salto sulla sedia alto così. Un piccolo terremoto nel tranquillo incedere delle attività culturali dell'Alto Adige. Soprattutto alla luce di una straordinaria coincidenza: per il gennaio 2008, infatti, nel capoluogo atesino è in programma una mostra tematica intitolata «Segni sul corpo» che indagherà sulle ragioni e sui significati dei tatuaggi praticati nell'antichità. Perché non dobbiamo dimenticare che Oetzi stesso presenta sul corpo una abbondante cinquantina di tatuaggi di cui ancora oggi non è chiaro quanto fossero a scopo decorativo e quanto no. «Abbiamo interpellato il management dell'attore - ci dice Katharina Hersel - ma al momento non abbiamo avuto conferma del fatto. Se si rivelasse vero per noi sarebbe davvero interessante sia per capire le vere motivazioni che hanno spinto Brad Pitt a fare quel tatuaggio, sia in prospettiva della mostra che stiamo allestendo». Ma su cosa può aver spinto il bell'Achille di «Troy» a tratteggiare sulla propria pelle l'immagine di un uomo vissuto più di cinquemila anni fa possiamo solo fare congetture. Una di queste verte proprio sul fatto che Oetzi è - a quanto ne sappiamo - il più antico essere umano tatuato di cui ci resti traccia. Ci sono pure le mummie egizie, certo, ma quelle a confronto con l'antico cacciatore - ritrovato tra i ghiacci del Similaun nel 1991 da una coppia di turisti tedeschi - sono talmente giovani da non sembrare nemmeno defunte. Si fa per dire. Certo è che appena appresa la clamorosa notizia Bruno Hosp, presidente dell'Ente Musei provinciali, ha subito dichiarato che qualora il Museo riuscirà a stabilire un contatto con l'agente dell'attore, lui e sua gentile signora riceveranno sicuramente un invito ufficiale a visitare il museo stesso e la mummia dell'Uomo venuto dal ghiaccio. Addirittura. Hai visto mai che Pitt non si metta in testa prima o poi di interpretarlo? I maligni dicono che non sarebbe possibile: pare che Oetzi sia molto più espressivo di lui.
("l'Adige" del 23 maggio 2007)
Già, proprio così. Perfino sulla passerella del Festival Internazionale del Cinema di Cannes, dove Pitt e la Jolie hanno presentato il loro ultimo film sulla tragica storia del giornalista americano Daniel Pearl, perfino su quella dorata Croisette, attraverso il rigido filtro dello smoking, pare che allungando il braccio per agguantare uno dei figlioletti, il tatuaggio «incriminato» sia stato svelato al vorace e attento obiettivo dei fotografi, fugando ogni possibile dubbio. Naturalmente, venuti a conoscenza della cosa, al Museo Archeologico di Bolzano hanno fatto un salto sulla sedia alto così. Un piccolo terremoto nel tranquillo incedere delle attività culturali dell'Alto Adige. Soprattutto alla luce di una straordinaria coincidenza: per il gennaio 2008, infatti, nel capoluogo atesino è in programma una mostra tematica intitolata «Segni sul corpo» che indagherà sulle ragioni e sui significati dei tatuaggi praticati nell'antichità. Perché non dobbiamo dimenticare che Oetzi stesso presenta sul corpo una abbondante cinquantina di tatuaggi di cui ancora oggi non è chiaro quanto fossero a scopo decorativo e quanto no. «Abbiamo interpellato il management dell'attore - ci dice Katharina Hersel - ma al momento non abbiamo avuto conferma del fatto. Se si rivelasse vero per noi sarebbe davvero interessante sia per capire le vere motivazioni che hanno spinto Brad Pitt a fare quel tatuaggio, sia in prospettiva della mostra che stiamo allestendo». Ma su cosa può aver spinto il bell'Achille di «Troy» a tratteggiare sulla propria pelle l'immagine di un uomo vissuto più di cinquemila anni fa possiamo solo fare congetture. Una di queste verte proprio sul fatto che Oetzi è - a quanto ne sappiamo - il più antico essere umano tatuato di cui ci resti traccia. Ci sono pure le mummie egizie, certo, ma quelle a confronto con l'antico cacciatore - ritrovato tra i ghiacci del Similaun nel 1991 da una coppia di turisti tedeschi - sono talmente giovani da non sembrare nemmeno defunte. Si fa per dire. Certo è che appena appresa la clamorosa notizia Bruno Hosp, presidente dell'Ente Musei provinciali, ha subito dichiarato che qualora il Museo riuscirà a stabilire un contatto con l'agente dell'attore, lui e sua gentile signora riceveranno sicuramente un invito ufficiale a visitare il museo stesso e la mummia dell'Uomo venuto dal ghiaccio. Addirittura. Hai visto mai che Pitt non si metta in testa prima o poi di interpretarlo? I maligni dicono che non sarebbe possibile: pare che Oetzi sia molto più espressivo di lui.
("l'Adige" del 23 maggio 2007)
L'Acquarena al tempo della siccità
26 aprile 2007
L’inverno pazzo e senza neve ha lasciato il segno
sulla nostra provincia. Non siamo ancora arrivati
all’emergenza ma – secondo il capo della Protezione
civile trentina, Claudio Bortolotti – in caso di
un’estate di estrema siccità potremmo cominciare ad
avere problemi molto seri, soprattutto per quanto
concerne l’irrigazione dei campi. Intanto, i fiumi
trentini non sembrano essere al massimo della forma e
– parafrasando Woody Allen – nemmeno le falde
acquifere si sentono molto bene. La situazione viene
costantemente monitorata dalle autorità competenti
che, come è giusto che sia, stanno provvedendo anche
ad un’opportuna sensibilizzazione dell’opinione
pubblica su un più corretto e morigerato uso
dell’acqua. Anche i politici fanno la loro parte. Il
capogruppo di Trento Democratica al Comune di Trento,
Michelangelo Marchesi, ad esempio, invoca soluzioni
che prevedano l’impiego di acque non potabili per usi
non alimentari. Bene. Ben vengano certi suggerimenti.
Tuttavia, proprio dallo stesso Comune di Trento viene
lanciata un’idea che pare da subito essere in
contrasto con lo scenario poc’anzi descritto: l’idea
è quella di costruire a Trento un centro aquatico sul
modello dell’Acquarena di Bressanone. Una sorta di
parco divertimenti costituito da una serie di
piscine, giochi d’acqua, saune, ecc. Inoltre, altre
due strutture simili pare sorgeranno a breve in
Trentino, a Baselga di Piné e a Ronzone. Se gli
allarmi sulla siccità sono veri, come siamo propensi
a credere, il progetto di metter su un’Acquarena a
Trento può lasciare un attimo sconcertato il lettore.
Non tanto per il consumo d’acqua che un impianto
simile può comportare (che in ogni caso dev’essere
considerevole), quanto per i dannosi suggerimenti
culturali ed educativi che un simile progetto
potrebbe dare alla popolazione. A nostro avviso in
tutto ciò sembra esserci una contraddizione di fondo.
Se da una parte, infatti, tanto si fa – anche a
livello politico – riguardo ad una certa
sensibilizzazione al problema, dall’altra si
prospetta l’installazione di un impianto che
rappresenta per certi versi l’esaltazione
dell’abbondanza dell’elemento liquido, oltre che
della spensieratezza e del divertimento. In questo
certe istituzioni sembrano comportarsi come quei
genitori che passano anni ad insegnare ai figli
l’arte del risparmio e un bel giorno davanti a loro
aprono la finestra e si mettono a gettare banconote
dalla finestra. Sarebbe interessante, oltre che
costruttivo, aprire un dibattito sulla questione, uno
scambio di opinioni che faccia capire una buona volta
alla gente quali e quante sono le priorità di alcune
istituzioni trentine. Il risparmio idrico o
l’Acquarena? O meglio: vogliamo o no adeguarci alla
paventata, futura e cronica scarsità di acqua che ci
interesserà dai prossimi anni o vogliamo far finta di
niente, magari scendendo giù a capofitto dallo
scivolo più alto dell’Acquarena di Trento?
("Trentino" del 22 aprile 2007)
("Trentino" del 22 aprile 2007)
Intervista a Renato Farina
16 aprile 2007
Lo confessiamo, la tentazione è stata quella di scrivere solo del libro su Don Giussani – che Renato Farina viene a presentare a Trento – e di tralasciare quanto capitato, e sta capitando, al suo autore a livello professionale e giudiziario. Tuttavia, sfogliando il volume non ci si mette molto a scoprire che Farina è una sorta di cooprotagonista della storia del prete brianzolo e della sua creatura, Comunione e Liberazione. Pertanto tacere su determinati avvenimenti sarebbe come fare ipocritamente i conti senza l’oste.
I detrattori lo hanno dipinto come un appestato, un criminale, una persona di cui bisogna fare addirittura a meno di parlare tanto è spregevole. Invece, conoscendolo meglio anche attraverso i suoi libri, Renato Farina si presenta per quello che realmente è: un (ex) giornalista brillante, non allineato, ma soprattutto un uomo che ha fatto uno sbaglio, lo ha riconosciuto e per quello sbaglio ha pagato. Tra l’altro il 29 marzo scorso l’Ordine dei giornalisti, su richiesta della procura di Milano, lo ha radiato per il ruolo svolto con il nome in codice di "Betulla" in favore dei servizi segreti. Una decisione – dal retrogusto vagamente politico, secondo diversi esponenti del centrodestra – che ha suscitato perplessità e stupore, anche all’interno dello stesso Ordine, se consideriamo che Farina si era già autosospeso e giornalista non lo era già da un pezzo. «Non pensavo di essere così importante da essere inseguito anche da morto», sono state le sue prima parole dopo aver appreso la notizia.
Vabbé, acqua passata ormai, verrebbe da dire. Farina continua a scrivere ugualmente su Libero, dove, in barba alla radiazione, l’amico Vittorio Feltri gli offre un’incondizionata ospitalità “in base alla Costituzione che consente fino a ora la libera espressione del pensiero”. E oggi, Farina arriva a Trento (Palazzo della Regione, ore 17.30), invitato dall’Associazione “Libertà e Persona” per presentare il suo ultimo libro: “Don Giussani - Vita di un amico” (Piemme), dedicato alla figura del prete brianzolo, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, di cui Farina fa parte.
Quello che colpisce del libro, a parte la straordinarietà della vita di Giussani, è il fatto che racconta la storia di due uomini: Giussani, appunto, e Renato Farina. Un’amicizia vera…
Di tutto questo sono solo riconoscente ed indegno. Io sono di Desio come lui, mia nonna era compagna di banco di sua mamma, quindi c’era un rapporto atavico tra noi. Guardandolo io mi sono reso conto da subito di come lui avesse ricevuto una Grazia dal cielo. Perché anch’io ero stato educato agli stessi valori cristiani, però mi accorsi ben presto che il mio era un cristianesimo morto. In lui era la pienezza dell’umanità. Ci sono atei, comunisti, ebrei che vedono in lui il difensore della loro stessa possibilità di essere felici.
È vero che è stato Giussani stesso domandarle di scrivere questo libro?
Probabilmente il libro che lui mi ha chiesto di scrivere non è nemmeno questo. Forse lo sarà il prossimo. Mi preme che più gente possibile possa conoscere il contenuto della missione di Don Giussani: Gesù presente nella Storia, attraverso un’amicizia.
Faccia finta di dover spiegare in un solo capoverso la novità del grande messaggio di Giussani.
Rendere presente nel nostro tempo la verità antica che il Cristianesimo è per la felicità degli uomini su questa terra. Adesso.
Giussani prete, ma soprattutto educatore.
Per Giussani l’educazione era tutto. Essa è la modalità attraverso cui l’uomo diventa uomo e sviluppa le domande del suo cuore. Ma attenzione, in lui il problema educativo non è impostato cristianamente, ma semplicemente in modo razionale, tanto che potrebbe essere accettato da chiunque; a patto di avere la mente libera e sgombra da pregiudizi. Voglio dire, è un diritto naturale per i figli ricevere non solo il latte e il risotto, ma le ragioni della vita.
Primavera del 1970. La prima volta che sentì parlare di Gioventù Studentesca, il primo gruppo di Giussani, lei seguiva un impeto rivoluzionario. Era in prima fila assieme a Mario Capanna e gli altri. Cos’è che più la colpì dei giessini?
Il fatto che erano amici, insieme sempre, uniti e nello stesso tempo non erano chiusi in se stessi, ma li interessava tutto ciò che accadeva. Avevano qualcosa in più, che magari non riuscivano bene ad esprimere. Io mi rendevo conto che la rivoluzione era sempre attesa per un dopo, mentre loro verificavano subito l’utilità di qualsiasi proposta.
Giussani accusava i ragazzi di sinistra di giudicare l’esperienza cristiana senza averla nemmeno affrontata. Il dubbio o è conseguenza di una ricerca o è un preconcetto vigliacco. Un bel colpo per un ragazzo che gioca a fare il rivoluzionario.
Quando sentiti parlare per la prima volta Don Giussani, a Pesaro, fui colpito dal fatto che descriveva il mio cuore. Come se mi avesse conosciuto da sempre.
Antonio Padellaro, oggi direttore dell’Unità, disse allora dei ciellini: “Sono di destra, ma parlano come comunisti”.
Forse voleva dire che noi ingannavamo la gente. Oppure che lui non riusciva ad afferrarci. Fu per questo che venimmo menati.
E cosa invece la deluse di più del marxismo?
La falsità umana, perché le persone che capeggiavano i movimenti marxisti in realtà non avevano rispetto per le persone.
In fondo è una cosa che può capitare a tutti.
Sì, però in loro era propria teorizzato. Quella cosa non era importante come il destino delle masse.
“La politica o è sostegno al senso religioso, oppure è gestione di un potere cattivo.” Quanto è vera oggi questa frase nella politica italiana? Non le sembra un po’ troppo manichea come posizione?
La posizione è nettissima, ma poi la vita è fatta di chiaroscuri. Le persone agiscono per il potere e poi magari incontrano il senso religioso.
Cioè?
Imparano a commuoversi per gli uomini, invece che obbedire ad un’ideologia schematica. Questa è una delle chiavi di volta per chiunque voglia fare bene politica.
Una volta Wojtyla ha detto ai ciellini: “Voi siete senza patria. Perché non vi lasciate assimilare da questa società.” Trovo questa frase molto calzante alla sua figura poco allineata ad un certo giornalismo dominante che anziché informare la gente spesso assume delle posizioni ideologiche.
Sono senza patria– e senza Ordine! (dei giornalisti, N.d.r.) – ma ho tanti amici.
Attorno alla sua persona aleggia una certa quantità di odio, soprattutto da parte di certe categorie professionali. Qual è la critica che le dispiace di più?
Quella che mi offende di più è che io abbia fatto degli errori per il denaro. È la cosa più falsa del mondo. E il tempo vedrete che mi darà ragione. C’è un sacco di gente che non mi conosce, non ha mai letto niente di mio, eppure mi odia. A caso.
Oggi in politica come nelle attività professionali pare non ci siano più avversari da affrontare, ma solamente nemici da distruggere. Una volta lei ha chiesto a don Giussani se i nemici bisogna proprio amarli.
Lui mi ha risposto: “Bisogna amarli in Crrrrisssto!” e l’ha detto stringendo i pugni e digrignando i denti.
Pubblicato (parzialmente) sul "Trentino" del 14 aprile 2007
S. Giuseppe e il ruolo del padre
30 marzo 2007
Il primo libro lo ha scritto quasi di getto, inseguendo le suggestioni di un sogno particolarmente avvincente fatto alla fine del 1988, quando oniricamente concepì il finale del suo primo romanzo, “Polvere”. Per scrivere più metodicamente il secondo è partito dalla toccante immagine di un vecchio che in punto di morte domanda a sua moglie di poter rivedere un’ultima volta il proprio figlio. L’autore di cui stiamo parlando è Giovanni Donna d’Oldenico, un medico torinese, che confessa di fare molta fatica a scrivere, anche perché per uno che fa quella professione – ed ha otto figli! – è difficile trovare il tempo di farlo, a meno di non sfruttare i piccoli tempi morti che le giornate solitamente offrono ai mortali.
Il secondo romanzo di Donna d’Oldenico si intitola “Giusto” (Marietti Editore) ed è al centro dell’incontro di questa sera organizzato dall’Associazione Culturale “Nitida Stella”, a Vigolo Vattaro (auditorium, ore 20.30), intitolato "Da San Giuseppe alle coppie di fatto". In teoria, si tratta della presentazione di un libro, ma in realtà l’occasione è ghiotta per partire dalla vicenda romanzata del padre più famoso della Storia ed arrivare fino ai giorni nostri, dibattendo del ruolo educativo della figura paterna oggi. D’Oldenico non si sottrae alla sottile provocazione che il titolo dell’incontro nasconde e prontamente risponde a quanti oggi pretendono di guardare alla Famiglia di Nazareth come ad una delle prime coppie di fatto. “Quella famiglia ha una regola – dice –, è storicamente provato che vi furono degli sponsali tra Giuseppe e Maria, vi fu un’introduzione nella casa dello sposo; per cui quel figlio era pienamente legittimo”.
Questa la perentoria risposta a chi sostiene che il Vangelo non ci dà nessun esempio di famiglia precisa. La sacra famiglia era formata da un padre e da una madre, come ce ne sono tanti, alle prese pure loro con un progetto educativo, pure loro lavorati ai fianchi da quello strisciante senso di inadeguatezza che accompagna i genitori durante la crescita di un figlio. Certo, Giuseppe, l’uomo “giusto”, è in una situazione particolare. È a capo di una famiglia che è “sua opera, ma non è opera sua”; titolare di un compito spropositato e immenso per le apparentemente scarne risorse umane: il compito di educare nientemeno che Dio fatto persona. Chiunque davanti ad una responsabilità tanto grande desisterebbe e fuggirebbe via lontano se – come il “Giusto” – non avesse ben presente che prendersi cura dei figli, al di là di ogni convinzione religiosa ed etica, è la più sana delle abitudini umane. Occasione quotidiana di vivere appieno il proprio ruolo famigliare, interpretando al meglio e senza presunzioni di sorta le mansioni educative che l’essere padre comporta.
“Purtroppo, nella modernità, – sostiene d’Oldenico – si tende ad interpretare la paternità come un’occasione di realizzazione sociale. Invece dovrebbe trattarsi sempre di una vocazione, come lo è ad esempio per il cristiano”.
Anche a causa di questa cattiva interpretazione di ruolo viviamo in una società in cui sempre più latita la paternità; i padri spesso si riducono ad essere quei tizi che escono di casa al mattino e ci ritornano la sera e servono per portare a casa lo stipendio. Proviamo invece a pensare a certi padri di una volta, quelli che sapevano “come si stava al mondo” e pur di fartelo capire erano disposti a tutto. Un po’ come Giuseppe di Nazareth, il falegname, che di quel figlio tanto particolare ha amato il destino e ne ha assecondato autorevolmente il passo. Affettuoso, lo ha custodito e ne ha curato la compagnia. Stando sulla soglia, sereno, serio, sicuro. Instancabilmente responsabile.
("Trentino" del 30 marzo 2007)
Intervista a Sebastiano Vassalli
23 febbraio 2007
«Ho capito che nel presente, non c’è niente che meriti d’essere raccontato» scrive nel suo romanzo capolavoro, “La Chimera”, con cui nel 1990 ha vinto il premio Campiello. Eppure Sebastiano Vassalli, che domani sarà al Mart di Rovereto all’incontro intitolata “L’auto e le Arti” organizzato nell’ambito della mostra “Mitomacchina”, del presente ci racconta parecchio, nonostante gran parte dei suoi romanzi sia ambientata in epoche assai lontane da noi. Quasi a dimostrare che i segni intelligibili del passato possono illuminare e spiegare, ma non risolvere le paure del presente. La sua immagine di modernità è assai desolata, quasi un deserto in cui la fine delle ideologie e l’assenza di valori si condensa in un rumore assordante che ci impedisce di vivere in pace. Chissà, forse il rumore è quello di una fiammante automobile appena uscita dalla concessionaria, pronta a scorazzare il suo unico e solitario passeggero lungo le corsie del mondo. Chiediamo a Vassalli di aiutarci a capire il significato culturale della “macchina” nell’Italia degli ultimi cinquant’anni e come essa si colloca nella sua concezione assai pessimistica del presente.
Vassalli, partiamo con una provocazione. Se l’automobile è veramente un mito della modernità, i gas di scarico cosa sono?
I miti non hanno mica solo aspetti positivi. Anche quelli del passato, ad un certo punto, hanno rivelato la loro faccia demoniaca. Come il progresso in generale…
Insomma, l’altra faccia della medaglia?
Ogni aspetto del progresso ha dei costi pesanti. Il guaio per noi è che il progresso lo hanno vissuto soprattutto le generazioni precedenti. Noi ne stiamo solo pagando i costi.
Dopo aver raccontato molte storie ambientate nel passato, lei ha deciso di provare a descrivere la modernità e le mutazioni sociali che l’hanno determinata. Tra queste l’automobile. Quanto ha cambiato la nostra vita e quanto, invece, ha cambiato noi stessi?
Io sono una persona che racconta storie, quindi non sono la persona più adatta per definire la questione in maniera precisa. Tuttavia posso dire che almeno due oggetti costitutivi della cosiddetta modernità, l’automobile e la televisione, ci hanno modificato e condizionano i nostri comportamenti; ormai, anche quando non andiamo in automobile e anche quando non guardiamo la televisione. Sì, siamo decisamente diversi.
Roland Barthes ha detto: “Credo che oggi l’automobile sia l’equivalente delle grandi cattedrali gotiche”. Oggi le vediamo esposte in un importante museo di arte contemporanea: a tanto siamo arrivati?
L’automobile ha una sua storia indipendentemente dall’uso e dell’abuso che poi se n’è fatto. Una storia epica nella sua prima fase. Pensiamo al Futurismo che è un vero e proprio omaggio all’automobile. Inoltre i primi veicoli ricalcano le forme antichissime del Mito, sono il carro di Fetonte o di Achille. Non hanno nulla dell’oggetto consumistico che sono diventate dopo.
Come spiega l’importanza del ruolo che l’automobile ha assunto all’interno della produzione culturale – cinema, letteratura, musica, ecc. – dell’ultimo secolo?
A parte il Futurismo, l’automobile non ha avuto quell’importanza che poi ha avuto nella vita. Forse è successo il contrario: che le arti tardano a riflettere certe mutazioni antropologiche. È anche difficile oggi raccontare la “macchina”, oggi, che è diventata un parente stretto del ferro da stiro o del frigorifero.
Nel suo ultimo libro “La Morte di Marx” lei fa compiere all’uomo una vera e propria metamorfosi kafkiana. L’uomo da bipede si dota di ruote e corazza, diventa automobilista e si incanala nel traffico della vita. L’auto assomiglia oramai così tanto alle nostre vite da divenirne metafora?
Sì, ma non da sola. Combinata con altre cose che poi costituiscono la modernità. Mettiamoci pure il televisore, il computer, il telefonino.
Si può quindi parlare di stretta correlazione tra questi oggetti.
Sono tutte protesi e prolungamenti dell’uomo, permettono di fare cose che non fanno parte della nostra natura, né siamo attrezzati a fare.
Cioè?
L’uomo nella sua natura bioogica non è fatto per volare o per spostarsi in tre ore di cinquemila chilometri. Questi fatti, apparentemente banali, travolgono la nostra vita in una maniera assoluta.
Quindi gli scopi per cui era stata creata inizialmente l’automobile sono stati traditi? E le cause di questo tradimento a chi sono imputabili?
Guardi, il contrario del mio mestiere è quello di mettermi a costruire teorie. Io sono un raccontatore. Se lo scrittore si mette – e spesso purtroppo succede – a cercare di trarre teorie da ciò che racconta è bell’e finito.
Le chiedo scusa. Torniamo ai libri. Nella prima pagina de “La Chimera” lei parla di un presente che da sé stesso non può spiegare quasi nulla, essendo ormai ridotto al puro rumore. A quale rumore fa riferimento?
Questi miliardi di esseri che gridano tutti insieme la parola “io”. Non è importante il rumore vero e proprio, quello per intenderci si misura con i decibel, ma tutto questo accavallarsi infinito delle nostre vite verso un’auto-affermazione. Però colgo l’occasione della sua domanda per dire che rispetto a quanto scrissi allora ho cambiato un po’ le mie idee. Quando dicevo che il presente non è raccontabile, avrei dovuto dire che non è raccontabile nel presente; lo diventerà quando non sarà più presente.
Qual è il rapporto di Sebastiano Vassalli con l’automobile? Con che mezzo giungerà a Rovereto?
Verrò in automobile, ma non guido io. Non dovrei dirlo, ma non solo guido; ho anche alcuni vizi d’automobilista. Per dire, sono anche uno che a volte schiaccia un po’ troppo il piede. Ma col tempo sono diventato più disciplinato.
Insomma, nonostante lei individui così bene certe problematiche, non riesce a sottrarsene.
Temo che questo sia inevitabile.
("Trentino", 23 febbraio 2007)