Benigni e Dante: all'inferno ci siamo noi



Quanti giovedì sera hanno avuto la ventura di seguire Roberto Benigni lungo il suo appassionato excursus dantesco, non hanno potuto non avere la percezione di essere stati partecipi di qualcosa di molto più grande di una trasmissione televisiva. La sensazione di stare assistendo ad un miracolo si è rivelata, per una volta, qualcosa di più di un semplice sospetto. Il miracolo è avvenuto ed è stato questo: l’uomo si è ripreso la televisione. Il creatore si è reimpossessato della sua creatura, di quell’oggetto pazzesco che da più di mezzo secolo è capace di divertire, intrattenere, informare, ma pure di plasmare e corrompere le coscienze. Giusto all’ora in cui, in altre normali serate, le facce di concorrenti stressati che sperano di beccare il pacco giusto fanno il loro ingresso nelle nostre case, un piccolo grande uomo toscano, conterraneo di Dante Alighieri, ci ha presi per mano e ci ha condotto nel luogo più impensabile: l’interno delle nostre coscienze. E per farlo non ha lanciato anatemi, né proposto noiosi sermoni. Ha giocato. Giocato con le parole, all’inizio, per conquistarsi l’attenzione. Proprio come in un rito dionisiaco, oppure come si fa con i bambini che prima li si lascia sfogare e poi, quando sono stanchi e rilassati, si acchiappa il loro sguardo e di esso, nutrendoli, ci si nutre.
L’uomo si è ripreso la televisione nella sera in cui, per la prima volta, siamo stati sinceramente felici di aver pagato il canone Rai. La prima e unica occasione che ci ha fatto sentire di aver speso bene quei soldi che tutti gli anni versiamo giocoforza nelle casse della tivù di Stato. Leggi tutto...

La morte del giornalismo



Una sera di mezz’estate può capitarti anche questo. Accendi la tv alla sera, dopo una giornata di lavoro, non tanto per sentire nuove notizie dato che sei rimasto attaccato ad Internet tutto il giorno, quanto per ascoltare qualche approfondimento, un commento illustre, interviste esclusive. E per farlo scegli quello che da sempre è considerato il più illustre dei notiziari, quello per intenderci riformato da Willy de Luca, i cui conduttori hanno riempito l’adolescenza di milioni di italiani: Bianca Maria Piccinino, Emilio Fede, Bruno Vespa, Paolo Frajese e soprattutto il grandissimo Massimo Valentini.
Un sera di mezz’estate, ecco il Tg1 che comincia. Si parte con la cronaca, è ovvio. Il delitto di Garlasco. La giornalista (!?) pare quella della pubblicità del chewingum, mentre indaga sul biancore dei denti dei finlandesi. Si piazza davanti alla caserma dei caramba e poi, quando questi escono con il fidanzato della povera Chiara, assieme a tutta la troupe si schiaffa in macchina e – incredibilmente – parte all’inseguimento dei militi per scoprire dove stanno andando!
Uno dice: “Vabbé, tutto si evolve a questo mondo. Si vede che dare le notizie in questo modo cattura di più l’interesse dei telespettatori”.

Andiamo avanti. Secondo servizio. Pare che i vestiti cinesi contengano quantità eccessive di formaldeide e pertanto sono pericolosi per la salute di chi li indossa. Lo rivela uno studio neozelandese (addirittura). La notizia pare da subito molto discutibile, anzi non è nemmeno una notizia. È un’illazione, lo spudorato tentativo di convincere la gente che la concorrenza commerciale va bene solo fino ad un certo punto.

Non poteva mancare, in perfetto stile studioaperto, un cenno al dorato mondo della moda che con le sue chiacchiere i tg sa riempirli da dio. Naomi Campbell denuncia (!?) le discriminazioni in atto nei riguardi delle sue colleghe (!?) nere. Guadagnano miliardi, è vero, però potrebbero guadagnarne di più, almeno quanto le colleghe bianche. Caspita, che capolavoro di giornalismo. Se non stiamo attenti prendiamo il Pullitzer. Primo velo pietoso.

Ma siamo al clou del telegiornale. Un servizio che sarebbe sembrato un po’ troppo ameno e inutile perfino se trasmesso da “La vita in diretta”. Una telefonata fiume di San Celentano che al Tg1 (no, non a sua zia: al Tg1!) dice peste e corna della liguria e del suo mare preda della speculazione edilizia. A parte che già Calvino ne aveva parlato, pare di risentire quella famosa canzone “Chissà perché continuano a costruire le case …e non lasciano l’erba”. Legittimo, per carità. Ogni cittadino (anche quelli con l’aureola) ha il diritto di lamentarsi e di pretendere ascolto. Ma devi farlo proprio al Tg1?! In prima serata?! Cos’è vi divertite a far rivoltare Valentini e Frajese nella tomba? Secondo velo pietoso.

A questo punto, sono passate le venti e venti e uno penserebbe di averne prese abbastanza. Macchè. Ecco il servizio sull’ennesimo studio dell’università di vattelapesca che permette di enunciare una nuova teoria: le donne sono più propense degli uomini alla separazione. Accidenti che notiziona. Aspetta che me la segno. I veli pietosi sono finiti.

Tutto questo sembra molte cose. Gossip, curiosità, pettegolezzo, ma non sembra giornalismo. Casomai la sua morte; lo scempio che del giornalismo si sta facendo in questi ultimi anni grazie ai vari Lucignolo, Vita in diretta, Studio Aperto. E all’elenco, dopo questa sera di mezz’estate, possiamo aggiungerci a pieno diritto pure il Tg1. Complimenti dunque al direttore Gianni Riotta – recentemente premiato in Trentino con il “Val di Sole” – per l’interessante linea che sta imponendo al suo telegiornale. I fischi diretti a Prodi misteriosamente cancellati, Lapo Elkann con il suo sito internet mandato in sovraimpressione, il mea culpa del motociclista evasore e – dulcis in fundo – l’intervista esclusiva a Fabrizio Corona in cerca delle cugine di Garlasco sono già nella storia del’informazione di questo paese malato. Sobrietà, essenzialità, deontologia e trasparenza. Il tutto, naturalmente, a spese degli italiani.

(Articolo pubblicato su Trentinario.it)

Cani, scimmie e baracche

Il capoluogo trentino si trova in questi giorni al centro di una stridente contraddizione. Da una parte ci sono due eventi culturali, o che almeno tali pretendono di essere. Al Museo Tridentino di Scienze Naturali si è da poco aperta una mostra intitolata “La Scimmia Nuda”, ove per Scimmia si intende naturalmente l’uomo, quel presuntuoso che pretende di ritenersi davvero qualcosa di più degli animali, egoista che pensa di avere davvero qualcosa in più rispetto agli illuminati appartenenti al mondo animale. Il secondo “evento” è la presentazione – in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento – dell’iniziativa “Cane bravo cittadino”. “Gli animali fanno parte della nostra vita – ha detto l’Assessore Iva Berasi – e chi ama i cani ritiene che abbiano diritto di cittadinanza come le persone”. No, non state sognando. È tutto vero. In pratica, da oggi, gli amici a quattro zampe in possesso della patente potranno entrare nei negozi e negli esercizi pubblici, salire sugli autobus e fare chissà cos’altro.

Sia chiaro. Non abbiamo nulla contro gli animali. A volte la presenza di un cane o di un gatto salva una persona anziana o disagiata psichicamente dalle mazzate della solitudine.
Quello che non possiamo tollerare, però, è che tanta attenzione verso il mondo animale vada a discapito della razza umana che, contrariamente a quanto allude la mostra succitata, non è composta da scimmie, ma da esseri pensanti abili a fare cosette come pensare, soffrire, amare, discernere, avere una morale, una spiritualità, ecc.; insomma, hanno la coscienza di chi può pronunciare la parola “io”.

Scimmie e cani, quindi, alla ribalta. Senza contare i tanti che hanno oramai perso la testa per gli insopportabili orsi. Tutto questo accade, mentre nella stessa città si erge una baraccopoli da Terzo Mondo. Forse i notai, gli avvocati, le femmine della Trento bene che passeggiano nelle vie del centro con i sacchetti delle boutique in mano ancora non lo sanno, ma sugli inquinatissimi terreni dell’ex Sloi, in via Vittime delle Foibe c’è già da tempo un accampamento clandestino popolato da una settantina di rumeni: uomini, donne e bambini. Impressiona quanto poco ancora si faccia a livello istituzionale per risolvere questo vergognoso problema. Lasciare che delle persone vivano in condizioni igienico-sanitarie disperate, con la dignità messa sotto le scarpe, è una cosa che in una città moderna come Trento pretende di essere non dovrebbe accadere. Anche perché, è risaputo che le baraccopoli sono destinate ad allargarsi. Una volta stabilite in un posto tendono ad attirare sempre più disperati e, raggiunte discrete dimensioni, spesso si strutturano fino a diventare quasi un’urbanizzazione parallela e alternativa a quella ufficiale. Voglio dire che pure le favelas di Salvador de Bahia devono essere iniziate in qualche modo.

In attesa che qualcuno si muova, prima che sia troppo tardi, continuiamo a sorbirci le interessantissime teorie di Darwin, i bravi cani patentati che educano i propri padroni, le notarelle stonate degli artisti di strada e – perché no – la prospettata e temutissima “Notte bianca” di Trento.

Pubblicato su "Trentinario.it"

Mastrogiacomo libero: adesso la facciamo finita?

Adesso che Mastrogiacomo è stato liberato e tutti, giustamente e umanamente, proviamo una sobria soddisfazione per il fatto che la sua vita non sia più in pericolo, che non debba più rimanere segregato in condizioni disumane, arriva finalmente il momento di toglierci alcuni sassolini dalle scarpe. E non si può non partire dall'incredibile edizione serale odierna del Tg1: diciotto minuti dedicati alla liberazione del giornalista italiano. Una specie di record. Senza contare l'edizione straordinaria. Ora, che ci siano state consistenti pressioni governative sui palinsesti è il classico segreto di Pulcinella. Il potere anche in quest'occasione ha voluto mostrare i muscoli, per costringere l'opinione pubblica a considerare il caso di Mastrogiacomo una questione di Stato. Gli appelli, le sfilate, le fiaccolate, i cartelloni appesi alle prefetture, gli striscioni, ecc. si sono sprecati. Gli italiani, dall'industrialotto della Bassa alla casalinga di Voghera, "dovevano" sapere che il Governo Prodi non era certo meno bravo del precedente a pagare riscatti. E in questa attività di lavaggio del cervello mediatico, il Governo è stato aiutato dal fatto che Mastrogiacomo appartenesse alla casta giornalistica. Contrariamente a quanto avvenuto per la vicenda dei tecnici rapiti in Nigeria, che a voler fare un confronto sono stati praticamente ignorati dalla stampa, questa volta non si è voluto badare a spese. Il risultato finale è stato un vero e proprio bombardamento mediatico a cui è stato davvero difficile sottrarsi. Purtroppo pochi si sono resi conto che in questa storia, soprattutto alla fine, si è perso da più parti il senso della misura. A partire dalle scene di esultanza viste non appena la notizia della liberazione del giornalista (peraltro già abbondantemente preannunciata) si è diffusa tra i media. Brindisi, applausi, abbracci scomposti, bandiere sventolanti. I principali telegiornali sono andati completamente fuori di testa. Si è arrivati cocuzzianamente ad intervistare i colleghi in delirio, la mamma commossa, la sorella compiaciuta e il fratello che stappa lo spumante nemmeno avesse vinto un Gran Premio. Un teatrino prefabbricato e patetico, talmente pre-confezionato da sembrare un soap opera. Certo, è comprensibile la gioia di chi ha temuto tanto a lungo per la sorte di un proprio caro. Tuttavia, la situazione avrebbe richiesto maggiore sobrietà. Non bisogna dimenticare che il prezzo pagato per la liberazione di Mastrogiacomo è stato e rimane altissimo. Anzitutto, la vita di Saied Agha, l'autista 25enne del giornalista di Repubblica, e quella di suo figlio, che non è sopravissuto al dolore provato dalla madre che lo portava in grembo. Poi, non dobbiamo dimenticare che il Governo afghano, su pressione di quello italiano, ha dovuto rilasciare un manipolo di farabutti che meritava di continuare a marcire nelle patrie galere e che invece adesso è pronto per nuove sinistre avventure. Infine, la dignità del nostro Paese perde un altro pezzetto, si sbriciola ulteriormente cedendo miseramente al ricatto di un gruppo di assassini, esponendosi in tal modo a futuri, probabilissimi, nuovi rapimenti. La vicenda Mastrogiacomo ci conferma ancora una volta che l'Italia è un Paese che ha continuamente bisogno di eroi, come di un deodorante che copra continuamente i cattivi odori di un corpo malandato. Un eroificio al servizio dei governi, della stampa loro fedelmente asservita e di tutti quei cittadini che hanno dimenticato, ancora una volta, di essere uomini in grado di pensare con la propria testa.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)

Quella scritta non c'è più

Prima


Dopo


O meglio. Di scritte ce ne sono altre, più fantasiose e colorate e decisamente meno razziste. Quello che mi piacerebbe sapere è se ad indirizzare sul posto i graffittari sia stato in qualche maniera quanto scritto in Teroldego. Oppure se si è trattato solo di un giustiziere armato di spray deciso a cancellare certe frasi ignominiose dai lindi muri che arredano quel certo cavalcavia, dalle parti della ciclabile di Febbre Valsugana. Che ci sia lo zampino di Lillo Gubert e dei suoi?