Facciamola noi una festa per Dewis
11 dicembre 2007
E se gliela organizzassimo noi una bella festa al giovane Dewis? Ma non una festa qualsiasi, bensì la più indimenticabile e bella che ti possa capitare nella vita. Una di quelle occasioni che poi ricorderai con piacere e commozione per tutto il resto della tua esistenza. Altro che raduno dei coscritti con la solita noiosissima bevuta e i patetici quattro salti in discoteca.
Viene davvero voglia di rimboccarsi le maniche e cominciare ad attaccare i festoni al muro leggendo la storia di Dewis Borghesi, il diciottenne della Val di Non affetto da Sindrome di Down che non ha ancora ricevuto l’invito per la programmata festa dei coscritti del suo paese. Per il momento. Quell’ “ancòra”, infatti, ce lo mettiamo perché vogliamo credere che un intoppo di qualche tipo abbia impedito agli organizzatori di recapitare il biglietto a casa Borghesi. Magari è sfilato accidentalmente via dal mucchio degli inviti, oppure una folata di vento l’ha portato via con sé. Può succedere. Si può credere anche alle ipotesi più fantascientifiche (l’inchiostro è svanito nel nulla, la cellulosa della carta si è autodistrutta per via di una complessa reazione chimica, un topolino goloso se l’è mangiato nella bussola, ecc.), ma non che gli altri coscritti volutamente abbiano evitato di invitare Dewis. No. Una cosa così è difficile da credere. Leggi tutto...
La sbronza dell'Economia
11 giugno 2007
Lo scorso anno la sorpresa era
scontata. Non poteva essere altrimenti. La
prima edizione del festival dell’Economia di Trento
aveva lasciato a bocca aperta per il successo
ottenuto. Fino ad allora le strade della città erano
state viste piene di turisti, naioni in libera
uscita, girini in partenza per la canonica tappa
alpina. Ma una folla di uomini e donne andati di
testa per l’Economia (quella cosa che normalmente a
scuola ci fa ribrezzo), disposte a fare file
autostradali per poter sentire dal vivo i santoni del
libero mercato e dell’organizzazione sociale del
mondo ancora non s’era veduta. Passi per il primo
anno, quindi. Ma il successo del 2007, conferma con
gli interessi di quello del 2006, oltre a sorprendere
– è inutile negarlo – ci ha spaventato anche un po’.
L’euforia popolare amplificata dall’usuale,
folcloristica, cassa di risonanza mediatica ha
raggiunto apici che non possono non indurre l’uomo
avveduto a fare un piccolo sforzo e riflettere almeno
un poco. Perché se qualcuno commentando la miriade di
partecipatissimi incontri proposti dal Festival
dell’Economia ha voluto scomodare la tradizione orale
delle Corti rinascimentali, a noi tutto ciò ha
ricordato paurosamente l’assordante chiacchiericcio
dei talk-show televisivi, quelli in cui il vero
protagonista è il pubblico che, con i suoi applausi
di approvazione ed i grugniti di disapprovazione,
sancisce il successo o l’insuccesso di chi sta
parlando.
Il punto è: cosa spinge tante persone ad inseguire un parolaio fatto di opinioni sparse per le vie della città tridentina, a pendere dalla bocca dei guru di turno che dissertano di cose, per la verità, abbastanze note. Cioè, non serviva certo l’imponente investimento di un Festival del genere per sentirsi dire che la pubblica amministrazione è inefficiente, che c’è la globalizzazione e che la povertà – a volerlo – può essere eliminata. Queste cose a dire il vero le sapevamo già. Questo per quanto riguarda gli interventi cosiddetti “tecnici”. Stendiamo un velo pietoso poi sulla partecipazione – “tecnica”, per carità – dei politici. Per certi aspetti, è inutile negarlo, il Festival è stato uno spottone per il Governo attualmente in carica. Sia nazionale che provinciale. Una reclame che ha, naturalmente, raggiunto il suo apice allorquando un sonnolento Romano Prodi ci ha ricordato che è essenziale il risanamento del bilancio pubblico. (Ma dai?!)
Voglio dire: cosa ne viene a chi partecipa a certi incontri che in altri tempi e in altri luoghi si definirebbero probabilmente noiosi? L’euforia del Festival è contagiosa, d’accordo. La gente fa la fila, poi si siede, sistema la borsa arancione sotto alla sedia e poi ascolta. Alla fine applaude, si alza e contenta o un po’ meno contenta se ne va a casa senza che poco o nulla gli rimanga di quanto sentito. Ma non perché quanto dibattuto non sia interessante. Ma perché poco o nulla di quelle illustri opinioni c’entra in fin dei conti con la vita di tutti i giorni, con le impellenze che scuotono le vite di noi comuni mortali, col portafogli, col pannolone da cambiare, con la rata del mutuo.
Per chi, allora, viene organizzato il Festival? Per quale scopo, in realtà, si è deciso di vestire Trento di arancione, una volta all’anno, investendola di un onore e di un onere sproporzionati se pensiamo alle dimensioni e alla tranquilla tradizione della città del Concilio, alla disarmante indole del trentino-medio e alla portata dell’evento di cui stiamo parlando? Forse per sentirsi fare i complimenti da Gary Becker (“festival unico”) e da Anthony Giddens (“amazing event”)? Sarebbe un po’ pochino come tornaconto. O no?
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
Il punto è: cosa spinge tante persone ad inseguire un parolaio fatto di opinioni sparse per le vie della città tridentina, a pendere dalla bocca dei guru di turno che dissertano di cose, per la verità, abbastanze note. Cioè, non serviva certo l’imponente investimento di un Festival del genere per sentirsi dire che la pubblica amministrazione è inefficiente, che c’è la globalizzazione e che la povertà – a volerlo – può essere eliminata. Queste cose a dire il vero le sapevamo già. Questo per quanto riguarda gli interventi cosiddetti “tecnici”. Stendiamo un velo pietoso poi sulla partecipazione – “tecnica”, per carità – dei politici. Per certi aspetti, è inutile negarlo, il Festival è stato uno spottone per il Governo attualmente in carica. Sia nazionale che provinciale. Una reclame che ha, naturalmente, raggiunto il suo apice allorquando un sonnolento Romano Prodi ci ha ricordato che è essenziale il risanamento del bilancio pubblico. (Ma dai?!)
Voglio dire: cosa ne viene a chi partecipa a certi incontri che in altri tempi e in altri luoghi si definirebbero probabilmente noiosi? L’euforia del Festival è contagiosa, d’accordo. La gente fa la fila, poi si siede, sistema la borsa arancione sotto alla sedia e poi ascolta. Alla fine applaude, si alza e contenta o un po’ meno contenta se ne va a casa senza che poco o nulla gli rimanga di quanto sentito. Ma non perché quanto dibattuto non sia interessante. Ma perché poco o nulla di quelle illustri opinioni c’entra in fin dei conti con la vita di tutti i giorni, con le impellenze che scuotono le vite di noi comuni mortali, col portafogli, col pannolone da cambiare, con la rata del mutuo.
Per chi, allora, viene organizzato il Festival? Per quale scopo, in realtà, si è deciso di vestire Trento di arancione, una volta all’anno, investendola di un onore e di un onere sproporzionati se pensiamo alle dimensioni e alla tranquilla tradizione della città del Concilio, alla disarmante indole del trentino-medio e alla portata dell’evento di cui stiamo parlando? Forse per sentirsi fare i complimenti da Gary Becker (“festival unico”) e da Anthony Giddens (“amazing event”)? Sarebbe un po’ pochino come tornaconto. O no?
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)