Quella sana voglia di andare via
17 maggio 2007
“Vede, quando si arriva ad una certa età. E
voltandosi si può vedere tutta la propria vita alle
spalle. È strano… Ma viene come la voglia di
scappare. Un’irresistibile desiderio di andarsene,
non si sa da chi o verso cosa, che ti fa muovere le
gambe sotto al tavolo e roteare le punte dei piedi in
preda ad un inconsulto formicolio.” Mentre diceva
ciò, il vecchio continuava a controllare la caldaia
della pipa e con gli occhi si era davvero messo alla
ricerca di possibili vie di fuga – una finestra
semiaperta, il poggiolo sul cortile, la cuccia del
cane –, come se da un momento all’altro avesse dovuto
mettersi a correre, iniziare la corsa che lo portasse
finalmente lontano dall’idea brutta della morte. Come
quando ti trovi in un posto da troppo tempo e l’aria
si è fatta pesante, irrespirabile quasi, e di ogni
cosa senti di averne avuto abbastanza. L’unica cosa
che ti interessa a quel punto è uscire, non importa
per incontrare chi o vedere cosa. Uscire e basta.
Cambiare registro alla musica monotona e un po’
stonata che da troppo tempo senti nelle orecchie.
Così se a qualcuno capitasse di incontrarlo, mentre va su e giù per le strade del paese con la sua bici scassata, con quel curioso cappello sulle ventitré e l’aria di chi ha voglia di darla a bere al prossimo suo, non si manchi di salutarlo. Pare voler andare lontano, ma in realtà non supera mai il cartello che annuncia l’abitato. Quello sono le sue colonne d’Ercole, il punto di non ritorno oltre il quale nulla è dato prevedere. Lui si chiama Luigi, ma tutti in paese lo chiamano Bigio. Forse perché Luigi è un nome da re o da cardinale e lui proprio non se la sentiva di avere tanta importanza.
***
Quando si realizza che in fondo per quanto smagati, siamo in balia di delicatissimi equilibri chimici che ci tengono su come marionette emancipate che hanno imparato a fabbricarsi un copione: questa cosa capita ad esempio quando per brevissimi lassi di tempo il cervello pare andare in stand-by. In uno di quegli attimi di calcolata follia in cui si perdono nome, cognome e paternità pare essere piombato il Bigio questa mattina. Le colonne d’Ercole sono bell’e superate e quella carriola di un bici cigolando-cigolando arranca ai bordi della strada, ad un millimetro dai tir furibondi e dalle auto dei soliti pendolari. Come un Ulisse cardiopatico, il Bigio ha deciso di sfidare la sorte e andare a vedere cosa ci sta al di là degli stretti confini in cui la sua vita ristagna sin dal giorno in cui è venuto al mondo, circa un secolo fa. E chi se ne frega se il signor Buonsenso e la signora Previdenza non sono d’accordo. I confini sono solo delle convenzioni. Pure il tempo, forse.
***
L'impresa dell’eroe greco si concluse con il naufragio e la sua morte assieme a tutti i suoi compagni. Lo sa bene il Bigio, che qualche libro nella vita lo ha letto pure lui. Per questo è un po’ agitato quando le tenebre calano e la bici diventa un punto nero nella notte più scura. La notte fredda che annulla i limiti delle cose e addomestica il cervello delle persone. Il Bigio non si fermerebbe, il tappone della sua vita non ha una distanza predefinita perché non lo si può misurare con le normali unità di misura, proseguirebbe all’infinito sino a divenire altro da sé, un ibrido fatto di carne, tubi saldati e paura. “Quando si arriva ad una certa età. E voltandosi si può vedere tutta la propria vita alle spalle. È strano… Ma viene come la voglia di scappare”, questo vorrebbe confidare il Bigio ai due poliziotti che lo fermano increduli, interrompendo il cigolio con cui quel ferrovecchio stava fendendo la notte già da un po’. Invece non dice nulla e sorride da sotto a quel cappello sulle ventitré. Forse è felice di essere scampato al “disastro”. In fondo di fare la fine dell’incauto Ulisse non ne aveva proprio nessuna voglia.
IL FATTO
A 86 anni ha percorso più di 130 chilometri in bicicletta. Partito dal suo paese, Camisano vicentino, l’uomo è stato fermato da una pattuglia della stradale alle 3.30 di notte nei pressi di San Michele all’Adige. Portato all’ospedale per un controllo e per essere rifocillato, è risultato solo un po’ stanco e confuso. Di lì a poco ha potuto fare ritorno a casa.
("Trentino" del 14 maggio 2007)
Così se a qualcuno capitasse di incontrarlo, mentre va su e giù per le strade del paese con la sua bici scassata, con quel curioso cappello sulle ventitré e l’aria di chi ha voglia di darla a bere al prossimo suo, non si manchi di salutarlo. Pare voler andare lontano, ma in realtà non supera mai il cartello che annuncia l’abitato. Quello sono le sue colonne d’Ercole, il punto di non ritorno oltre il quale nulla è dato prevedere. Lui si chiama Luigi, ma tutti in paese lo chiamano Bigio. Forse perché Luigi è un nome da re o da cardinale e lui proprio non se la sentiva di avere tanta importanza.
***
Quando si realizza che in fondo per quanto smagati, siamo in balia di delicatissimi equilibri chimici che ci tengono su come marionette emancipate che hanno imparato a fabbricarsi un copione: questa cosa capita ad esempio quando per brevissimi lassi di tempo il cervello pare andare in stand-by. In uno di quegli attimi di calcolata follia in cui si perdono nome, cognome e paternità pare essere piombato il Bigio questa mattina. Le colonne d’Ercole sono bell’e superate e quella carriola di un bici cigolando-cigolando arranca ai bordi della strada, ad un millimetro dai tir furibondi e dalle auto dei soliti pendolari. Come un Ulisse cardiopatico, il Bigio ha deciso di sfidare la sorte e andare a vedere cosa ci sta al di là degli stretti confini in cui la sua vita ristagna sin dal giorno in cui è venuto al mondo, circa un secolo fa. E chi se ne frega se il signor Buonsenso e la signora Previdenza non sono d’accordo. I confini sono solo delle convenzioni. Pure il tempo, forse.
***
L'impresa dell’eroe greco si concluse con il naufragio e la sua morte assieme a tutti i suoi compagni. Lo sa bene il Bigio, che qualche libro nella vita lo ha letto pure lui. Per questo è un po’ agitato quando le tenebre calano e la bici diventa un punto nero nella notte più scura. La notte fredda che annulla i limiti delle cose e addomestica il cervello delle persone. Il Bigio non si fermerebbe, il tappone della sua vita non ha una distanza predefinita perché non lo si può misurare con le normali unità di misura, proseguirebbe all’infinito sino a divenire altro da sé, un ibrido fatto di carne, tubi saldati e paura. “Quando si arriva ad una certa età. E voltandosi si può vedere tutta la propria vita alle spalle. È strano… Ma viene come la voglia di scappare”, questo vorrebbe confidare il Bigio ai due poliziotti che lo fermano increduli, interrompendo il cigolio con cui quel ferrovecchio stava fendendo la notte già da un po’. Invece non dice nulla e sorride da sotto a quel cappello sulle ventitré. Forse è felice di essere scampato al “disastro”. In fondo di fare la fine dell’incauto Ulisse non ne aveva proprio nessuna voglia.
IL FATTO
A 86 anni ha percorso più di 130 chilometri in bicicletta. Partito dal suo paese, Camisano vicentino, l’uomo è stato fermato da una pattuglia della stradale alle 3.30 di notte nei pressi di San Michele all’Adige. Portato all’ospedale per un controllo e per essere rifocillato, è risultato solo un po’ stanco e confuso. Di lì a poco ha potuto fare ritorno a casa.
("Trentino" del 14 maggio 2007)
Il ladro che rubava la solitudine
08 maggio 2007
Magari ci passi davanti dieci volte al giorno e non
pensi nemmeno un minuto alla babele di speranze che
corre lungo quegli asettici corridoi, negli
ascensori, sotto ai letti, nei vassoi di plastica in
cui servono pranzo e cena. Una costruzione come
un'altra. Magari qualche finestra e qualche piano in
più, ma è l'aria birbona e strafottente che distingue
un ospedale dal resto di un città. L'aria di chi sta
aspettando ed ha tutto il tempo per farlo. E la cosa
inquietante è che la persona che l'ospedale sta
aspettando sei tu, il tuo vicino di casa, il sindaco,
la portinaia di tua cognata. Tutti. Come un destino.
Ma la gente, si sa, fa volentieri a meno di pensare
al proprio destino, ché certi pensieri sono troppo
ingombranti, o forse mettono solo troppa paura.
Per cui andare in ospedale in fondo è solo il realizzarsi di un’evenienza di cui da tempo sarebbe stato possibile – a volerlo – intuirne l'esistenza. Anche se l'angoscia, beh, non esiste una consapevolezza che può togliertela. A meno che tu non sappia per tempo perchè lì ci stai andando e che cosa è probabile che accada una volta arrivato. Guardalo, infatti, il Luigino com'è baldanzoso mentre entra in reparto. Lui se ne fotte dell'aria birbona, della paura e di tutto il resto. In quel posto c’andrebbe pure se fosse costretto a pagare un biglietto d’entrata. Ed è bello ed evangelico che si vadano a visitare gli ammalati, li si conforti nel momento della sofferenza, li si alleggerisca di quel peso che è la preoccupazione che qualcosa durante il ricovero vada irrimediabilmente storto. Però, ammazza se ne conosce di degenti il Luigino. Qualcuno sussurra che in fondo sia un po’ portasfiga dato che per lui le corsie del reparto non hanno misteri e le facce che timidamente si affacciano da sotto alle coperte dell’azienda sanitaria per lui hanno tutte qualcosa di familiare. Al confronto una cena dei coscritti è un raduno di perfetti sconosciuti.
Non c’è che dire. La cosa è risaputa. Il Luigino è davvero bravo in quello che fa. Nell’alleggerire i pesi altrui. Solo che, forse, egli prende troppo alla lettera l’altruistica operazione perché durante le sue pellegrinazioni ai piedi del letto degli innumerevoli parenti-amici-conoscenti che sembra avere, fenomeni alquanto paranormali paiono verificarsi. Accade che ovunque passi questo samaritano le cose non rimangano più com’erano prima. Borsette, portafogli, tasche di ogni ordine grado vengono diligentemente rivisitate, snellite, sottoposte a revisione. Che male c’è? Il Luigino è parente di tutti ed un parente in ospedale fa sempre comodo. Se c’è da prendere un bicchiere d’acqua, se occorre sbrigare delle carte, risolvere i problemi lasciati insoluti nella vita al di là del vetro. I medici pensano a togliere appendiciti, ernie e tonsille; il Luigino a togliere quel che resta.
Tutto regolare, se non fosse che ad un certo punto qualcuno si è insospettito e non ha voluto più credere che il Luigino avesse una cerchia così ampia di conoscenti, ognuno con il suo problemino di salute da risolvere. Vabbé che sei un portasfiga, ma a tutto c’è un limite, devono aver detto gli agenti che lo hanno smascherato. Già, a tutto c’è un limite. Luigino a malincuore ha dovuto salutare tutti quanti. L’ospedale è tornato ad essere ciò che era prima del suo arrivo. Una costruzione come un'altra. Magari qualche finestra e qualche piano in più, è quell'aria birbona e strafottente. Tra le sue corsie adesso ci sono qualche borsetta e qualche portafoglio in più e quello strano samaritano in meno. Pare impossibile, ma qualche degente ne sente addirittura la mancanza, adesso. Forse perché a volte, quando messi davanti al proprio destino si è soli davvero, pure un ladro maldestro può andar bene per farti un briciolo di compagnia.
("Trentino" del 7 maggio 2007)
Per cui andare in ospedale in fondo è solo il realizzarsi di un’evenienza di cui da tempo sarebbe stato possibile – a volerlo – intuirne l'esistenza. Anche se l'angoscia, beh, non esiste una consapevolezza che può togliertela. A meno che tu non sappia per tempo perchè lì ci stai andando e che cosa è probabile che accada una volta arrivato. Guardalo, infatti, il Luigino com'è baldanzoso mentre entra in reparto. Lui se ne fotte dell'aria birbona, della paura e di tutto il resto. In quel posto c’andrebbe pure se fosse costretto a pagare un biglietto d’entrata. Ed è bello ed evangelico che si vadano a visitare gli ammalati, li si conforti nel momento della sofferenza, li si alleggerisca di quel peso che è la preoccupazione che qualcosa durante il ricovero vada irrimediabilmente storto. Però, ammazza se ne conosce di degenti il Luigino. Qualcuno sussurra che in fondo sia un po’ portasfiga dato che per lui le corsie del reparto non hanno misteri e le facce che timidamente si affacciano da sotto alle coperte dell’azienda sanitaria per lui hanno tutte qualcosa di familiare. Al confronto una cena dei coscritti è un raduno di perfetti sconosciuti.
Non c’è che dire. La cosa è risaputa. Il Luigino è davvero bravo in quello che fa. Nell’alleggerire i pesi altrui. Solo che, forse, egli prende troppo alla lettera l’altruistica operazione perché durante le sue pellegrinazioni ai piedi del letto degli innumerevoli parenti-amici-conoscenti che sembra avere, fenomeni alquanto paranormali paiono verificarsi. Accade che ovunque passi questo samaritano le cose non rimangano più com’erano prima. Borsette, portafogli, tasche di ogni ordine grado vengono diligentemente rivisitate, snellite, sottoposte a revisione. Che male c’è? Il Luigino è parente di tutti ed un parente in ospedale fa sempre comodo. Se c’è da prendere un bicchiere d’acqua, se occorre sbrigare delle carte, risolvere i problemi lasciati insoluti nella vita al di là del vetro. I medici pensano a togliere appendiciti, ernie e tonsille; il Luigino a togliere quel che resta.
Tutto regolare, se non fosse che ad un certo punto qualcuno si è insospettito e non ha voluto più credere che il Luigino avesse una cerchia così ampia di conoscenti, ognuno con il suo problemino di salute da risolvere. Vabbé che sei un portasfiga, ma a tutto c’è un limite, devono aver detto gli agenti che lo hanno smascherato. Già, a tutto c’è un limite. Luigino a malincuore ha dovuto salutare tutti quanti. L’ospedale è tornato ad essere ciò che era prima del suo arrivo. Una costruzione come un'altra. Magari qualche finestra e qualche piano in più, è quell'aria birbona e strafottente. Tra le sue corsie adesso ci sono qualche borsetta e qualche portafoglio in più e quello strano samaritano in meno. Pare impossibile, ma qualche degente ne sente addirittura la mancanza, adesso. Forse perché a volte, quando messi davanti al proprio destino si è soli davvero, pure un ladro maldestro può andar bene per farti un briciolo di compagnia.
("Trentino" del 7 maggio 2007)
L'hai voluta la bicicletta?
03 maggio 2007
Di certi impegni non si può mai dire che li si
potranno onorare al cento per cento. Già, perché in
agguato può sempre esserci un accidente oppure
l’imprevedibilità di un folletto incazzato che come
niente ti fa perdere la tramontana. Possono
frammettersi ostacoli tra te e il tuo obiettivo,
contrattempi che rischiano di compromettere il
normale svolgimento della giornata. Guasti, scioperi
selvaggi, domeniche ecologiche, virus intestinali,
l’invasione delle cavallette: quando ha visto quel
tizio in divisa nello specchietto retrovisore, che si
agitava e con ampi e plateali gesti con le mani la
invitava ad accostare e quindi a fermare l’auto, la
Bice ha pensato a tutto, proprio a tutto, meno ciò
che in realtà stava per accadere su quella tortuosa
strada provinciale.
(Che poi certe storie tu le racconti e chi ascolta, una volta capito di cosa si tratta, comincia – chissà perché – a darti candidamente dell’idiota. “Ma dai, cosa vuoi che sia, accade di peggio”. Come se una storia sia davvero misurabile con il metro miope della realtà. Come se un racconto dovesse quadrare per forza alla fine così come deve necessariamente quadrare – chessò – il bilancio di una Spa. Ogni storia ha un suo respiro, vola con le proprie ali fatte di parole e va a posarsi nella fantasia di chi legge o di chi ascolta.)
Accadrà pure di peggio, però alla Bice le girano di brutto quando la costringono a parcheggiare l’auto e il bimbetto che porta con sé comincia a piangere disperato. Ha fame, certo, e se quei signori con la fiamma sul cappello non avessero fermato sua madre a quest’ora avrebbe una gustosa pappa fumante sotto al naso e gli allegri strilli del suo fratellone… Già, c’è pure lui, la Bice presa dal nervoso per poco non se lo dimenticava. Adesso se non si sbriga, quel benedetto figliolo torna da scuola e trova la porta chiusa. Ci mancava pure l’abbandono di minore. “Signor milite, lei deve farmi passare, perché…” Ma il ragazzone allarga le braccia e le dice che è inutile che se la prenda con lui, ché sta solo eseguendo degli ordini e se ha delle rimostranze da fare può tranquillamente rivolgersi al Commissariato del Governo. Ciò dicendo, lo sguardo gli si illumina di ironia. Si vede lontano un chilometro ciò che avrebbe voglia di dire a quella ribelle di una rompiscatole: che non gliel’ha mica prescritto il medico di mettersi a fare figli. L’ha voluta la bicicletta? Ecc. ecc.
La Bice, naturalmente non vuole credere a quanto sta accadendo. In pratica la stanno costringendo al ruolo di madre degenere, a far soffrire la fame ad un figlio e ad abbandonare per strada l’altro. Il tutto per… Ma a proposito. Si può sapere perché diavolo state bloccando tutte le auto, facendo arrabbiare tutti i conducenti compreso quel signore anziano che continua a sbraitare che lui deve correre a casa a prendere la pillola di mezzogiorno altrimenti gli viene male? Cooosa?! E voi state facendo tutta questa baraonda per… “Guardi signora che il Giro del Trentino è una corsa molto conosciuta, c’è pure la tivù”. Beh, se c’è pure la tivù, allora, in questo caso… La Bice si domanda se quello lì sta parlando sul serio o sta tentando di prenderla per i fondelli. Poi, sconsolata, mentre le prime staffette le transitano davanti, ignorando esausta le urla del figlioletto, si mette a riflettere furiosa sul ciclismo, su questo sport bellissimo, portatore di valori sani che ogni due o tre mesi rischia di collassare per via di qualche storiaccia di doping. Già. Bello, tutto molto bello quando guardi sfrecciare il gruppone colorato nel piccolo schermo. Non li immagini mica gli improperi delle migliaia di Bice bloccate per strada che, nere di rabbia, se ne stanno a braccia conserte lungo il percorso a smoccolare contro il mondo. Le telecamere non le inquadrano mai.
("Trentino" del 30 aprile 2007)
(Che poi certe storie tu le racconti e chi ascolta, una volta capito di cosa si tratta, comincia – chissà perché – a darti candidamente dell’idiota. “Ma dai, cosa vuoi che sia, accade di peggio”. Come se una storia sia davvero misurabile con il metro miope della realtà. Come se un racconto dovesse quadrare per forza alla fine così come deve necessariamente quadrare – chessò – il bilancio di una Spa. Ogni storia ha un suo respiro, vola con le proprie ali fatte di parole e va a posarsi nella fantasia di chi legge o di chi ascolta.)
Accadrà pure di peggio, però alla Bice le girano di brutto quando la costringono a parcheggiare l’auto e il bimbetto che porta con sé comincia a piangere disperato. Ha fame, certo, e se quei signori con la fiamma sul cappello non avessero fermato sua madre a quest’ora avrebbe una gustosa pappa fumante sotto al naso e gli allegri strilli del suo fratellone… Già, c’è pure lui, la Bice presa dal nervoso per poco non se lo dimenticava. Adesso se non si sbriga, quel benedetto figliolo torna da scuola e trova la porta chiusa. Ci mancava pure l’abbandono di minore. “Signor milite, lei deve farmi passare, perché…” Ma il ragazzone allarga le braccia e le dice che è inutile che se la prenda con lui, ché sta solo eseguendo degli ordini e se ha delle rimostranze da fare può tranquillamente rivolgersi al Commissariato del Governo. Ciò dicendo, lo sguardo gli si illumina di ironia. Si vede lontano un chilometro ciò che avrebbe voglia di dire a quella ribelle di una rompiscatole: che non gliel’ha mica prescritto il medico di mettersi a fare figli. L’ha voluta la bicicletta? Ecc. ecc.
La Bice, naturalmente non vuole credere a quanto sta accadendo. In pratica la stanno costringendo al ruolo di madre degenere, a far soffrire la fame ad un figlio e ad abbandonare per strada l’altro. Il tutto per… Ma a proposito. Si può sapere perché diavolo state bloccando tutte le auto, facendo arrabbiare tutti i conducenti compreso quel signore anziano che continua a sbraitare che lui deve correre a casa a prendere la pillola di mezzogiorno altrimenti gli viene male? Cooosa?! E voi state facendo tutta questa baraonda per… “Guardi signora che il Giro del Trentino è una corsa molto conosciuta, c’è pure la tivù”. Beh, se c’è pure la tivù, allora, in questo caso… La Bice si domanda se quello lì sta parlando sul serio o sta tentando di prenderla per i fondelli. Poi, sconsolata, mentre le prime staffette le transitano davanti, ignorando esausta le urla del figlioletto, si mette a riflettere furiosa sul ciclismo, su questo sport bellissimo, portatore di valori sani che ogni due o tre mesi rischia di collassare per via di qualche storiaccia di doping. Già. Bello, tutto molto bello quando guardi sfrecciare il gruppone colorato nel piccolo schermo. Non li immagini mica gli improperi delle migliaia di Bice bloccate per strada che, nere di rabbia, se ne stanno a braccia conserte lungo il percorso a smoccolare contro il mondo. Le telecamere non le inquadrano mai.
("Trentino" del 30 aprile 2007)
Il successo logora chi non ce l'ha
23 aprile 2007
All’operaio che fa la catena di montaggio e guadagna
poco più di mille euro al mese, che sa già benissimo
di quanto misera sarà la pensione che percepirà
appena avrà smesso di lavorare, rotto dentro e fuori,
logorato come una machina che ha eseguito il suo
compito ed ora è pronta per essere sosituita da un
nuovo modello più tecnologico e veloce; a costui, a
questo signore oscuro che con la sua piccola e in
fondo insignificante gestualità fa fare i soldi veri
agli azionisti e ai grandi gruppi che controllano la
sua azienda, una roba del genere non gli sarebbe mai
passata per la mente. Invece a Gabriella certi
progetti le attizzano la fantasia e le fanno fare
quasi sempre sogni ad occhi aperti grandi così.
Sogni, appunto. A meno che un giorno fortunato non ti
faccia fotografare sulle ginocchia di un uomo
ricchissimo e famosissimo, oltre che spiritosissimo,
nessuno ti si presenterà mai davanti con un microfono
in mano e domandarti di te e della tua vita, se
preferisci il gelato al cioccolato o la zuppa inglese
e che ci facevi in casa di quell’uomo ricchissimo,
famosissimo, ecc.
A meno che non diventi miss qualcosa e poi ti lasci arrostire dai flash dei fotografi, fai la testimonial di quella crema e di quel bagnoschiuma e poi, quando ti hanno spremuto come un tubetto di dentifricio quando di dentifricio dentro non ne è rimasto nemmeno un po’, ritorni a casina e vivere di ricordi e nostalgia e non hai ancora vent’anni.
L’operaio che fa fatica ad arrivare a fine mese non avrebbe mai pensato che c’è chi come Gabriella farebbe pazzie per poter entrare nel mondo dello spettacolo, abbandonerebbe ogni ipotesi di ragionevolezza pur di aggiungere il suo nome al lungo elenco di vallette, soubrette, modelle, ballerine, bele-siore, belle statuine che come occupazione principale vanno in tivù o in radio a dire la loro su cose di cui non ci capiscono un’accidenti. Perché lì, in quel mondo parallelo fatto di parole di trucco pesante, tutto sembra essere più bello e appetibile. La vita da quella parte sembra non avere più certe miserie a cui sovente costringe la quotidianità, certe fatiche, gli immarcescibili tempi morti. E poi – vuoi mettere? – ci sono i soldini, quelli sono veri, nessuno può affermare il contrario.
Gabriella gira e rigira nelle mani il ritaglio di giornale con l’annuncio che la invita a telefonare, a mettere in gioco se stessa per poter assicurarsi un futuro da diva. La vocina che risponde dal’altro capo, intanto, la invita a mettere in gioco qualcos’altro: il portafoglio. Già, perché ci sono le spese per la selezione, i vestiti da affittare, e gli alberghi in cui avvengono le selezioni non sono certamente pensioncine a una stella. Queste le spiegazioni che alcuni addetti dell’agenzia, abbronzati e sorridenti, con facce da ricchi-premi-e-cotillons, danno a Gabriella, che dal canto suo si ritiene fortunata ad avere una tale opportunità. Paga volentieri. Lo considera il classico investimento per il futuro.
Solo che all’operaio smagato, abituato a dare alle cose il loro giusto nome, non lo farebbero mai fesso a quel modo. A Gabriella hanno promesso mari e monti, un futuro cucuzziano, ma a dire il vero fin’ora lei ha solo scucito una discreta sommetta; diciamo quella che un operaio guadagna in sei mesi di lavoro. Pure una sognatrice incallita, a questo punto, capirebbe che c’è qualcosa che non va. Così basta una telefonata e a sfilare, stavolta, non sono le modelle, ma le semper fidelis divise dei carabinieri che pongono fine ad inganni ed illusioni. Pubblicità, fiction, reality, copioni: tutto a remengo e così sia.
Un operaio che conosce il valore dei soldi e sa quanto bisogna sgobbare per sbarcare il lunario, dopo essere cascato in un tranello del genere, si darebbe del pirla un milione di volte. Non se lo perdonerebbe, insomma. Gabriella, stanca, triste, logorata dal miraggio del successo, questa volta, finalmente, è d’accordo con lui.
("Trentino" del 23 aprile 2007)
A meno che non diventi miss qualcosa e poi ti lasci arrostire dai flash dei fotografi, fai la testimonial di quella crema e di quel bagnoschiuma e poi, quando ti hanno spremuto come un tubetto di dentifricio quando di dentifricio dentro non ne è rimasto nemmeno un po’, ritorni a casina e vivere di ricordi e nostalgia e non hai ancora vent’anni.
L’operaio che fa fatica ad arrivare a fine mese non avrebbe mai pensato che c’è chi come Gabriella farebbe pazzie per poter entrare nel mondo dello spettacolo, abbandonerebbe ogni ipotesi di ragionevolezza pur di aggiungere il suo nome al lungo elenco di vallette, soubrette, modelle, ballerine, bele-siore, belle statuine che come occupazione principale vanno in tivù o in radio a dire la loro su cose di cui non ci capiscono un’accidenti. Perché lì, in quel mondo parallelo fatto di parole di trucco pesante, tutto sembra essere più bello e appetibile. La vita da quella parte sembra non avere più certe miserie a cui sovente costringe la quotidianità, certe fatiche, gli immarcescibili tempi morti. E poi – vuoi mettere? – ci sono i soldini, quelli sono veri, nessuno può affermare il contrario.
Gabriella gira e rigira nelle mani il ritaglio di giornale con l’annuncio che la invita a telefonare, a mettere in gioco se stessa per poter assicurarsi un futuro da diva. La vocina che risponde dal’altro capo, intanto, la invita a mettere in gioco qualcos’altro: il portafoglio. Già, perché ci sono le spese per la selezione, i vestiti da affittare, e gli alberghi in cui avvengono le selezioni non sono certamente pensioncine a una stella. Queste le spiegazioni che alcuni addetti dell’agenzia, abbronzati e sorridenti, con facce da ricchi-premi-e-cotillons, danno a Gabriella, che dal canto suo si ritiene fortunata ad avere una tale opportunità. Paga volentieri. Lo considera il classico investimento per il futuro.
Solo che all’operaio smagato, abituato a dare alle cose il loro giusto nome, non lo farebbero mai fesso a quel modo. A Gabriella hanno promesso mari e monti, un futuro cucuzziano, ma a dire il vero fin’ora lei ha solo scucito una discreta sommetta; diciamo quella che un operaio guadagna in sei mesi di lavoro. Pure una sognatrice incallita, a questo punto, capirebbe che c’è qualcosa che non va. Così basta una telefonata e a sfilare, stavolta, non sono le modelle, ma le semper fidelis divise dei carabinieri che pongono fine ad inganni ed illusioni. Pubblicità, fiction, reality, copioni: tutto a remengo e così sia.
Un operaio che conosce il valore dei soldi e sa quanto bisogna sgobbare per sbarcare il lunario, dopo essere cascato in un tranello del genere, si darebbe del pirla un milione di volte. Non se lo perdonerebbe, insomma. Gabriella, stanca, triste, logorata dal miraggio del successo, questa volta, finalmente, è d’accordo con lui.
("Trentino" del 23 aprile 2007)
Quando guarire non è permesso
03 aprile 2007
Possono pure dedicargli una canzone a Sanremo,
mettere per un giorno a tema la malattia mentale e
discuterne fino a farsela uscire dalle orecchie,
fargli promesse di circostanza della serie “Vedrai
che adesso le cose cambieranno”, “da oggi quelli come
te saranno meno soli”, ma quello che Agostino ha
provato rimane qualcosa di indecifrabile,
indefinibile, oscuro che è quasi impossibile spiegare
e, soprattutto, capire. Certe malattie le riconosci
dai segni, dalle macchie sulla pelle, dalle
cicatrici. Ma certe altre sono più subdole, si
nascondono come animali predatori e ti fanno svoltare
l’angolo del discernimento, giusto di fronte a piazza
della Follia.
Agostino è quella che si dice una persona iperattiva. Le sue energie non ama risparmiarsele. Ed è stato sempre così, fin dai tempi della scuola. Le lauree conseguite nei più prestigiosi atenei del paese sono adesso appese al muro e lo guardano dall’alto, come un passato che chieda conto al presente dei cambiamenti avvenuti. Perché è accaduto ad un certo punto che la mente di Agostino se n’è andata da un’altra parte. Così. Senza preavviso. Una mattina di giugno che pioveva che dio la mandava, ha fatto per scendere le scale e davanti alla rampa, prima di scendere il primo gradino, Agostino ha cominciato ad interrogarsi, ché non riconosceva più l’utilità di quelle assi di legno messe una accanto all’altra, proprio sotto al passamano. A cosa servono? E cosa ci sto facendo io qui? Come se anziché di semplici scale si trattasse di un astruso programma per la gestione di una centrale nucleare o del pannello dei comandi di un aereo supersonico.
Improvvisamente, nella vita di quest’uomo, è come se ogni cosa avesse mutato la propria destinazione d’uso. Il mestolo non serve più per girare la minestra, dal rubinetto non fuoriesce più l’acqua e le lancette dell’orologio in quale senso girano? La fiamma che salta su dall’accendino, poi, Agostino la osserva per ore, ma proprio non arriva ad afferrarne l’utilità.
Una malattia che non si vede, che non mostra sintomi se non quell’eccessiva attenzione per aspetti della quotidianità solitamente meno importanti di uno starnuto. E poi la rabbia per non poter mostrare a nessuno l’evidenza del male. Non poter urlare “guardi qui che pustole!” oppure “visto che c’ho quaranta di febbre?!” D’ora in poi, chiunque ascolterà Agostino sarà costretto a fidarsi delle sue parole, delle incerte descrizioni che gli usciranno di bocca.
Così la vita diventa d’incanto un pellegrinaggio da un ospedale all’altro, da un luminare all’altro, a contatto di gomito con quelli che “sono come te” eppure non ti assomigliano nemmeno un po’. Ed in mezzo ci stanno tutte quelle pilloline colorate che fanno tanto smarties, ma sono amare come una sconfitta. Ed in effetti Agostino ha sventolato già da un po’ la sua bandiera bianca. Infatti accetta di farsi curare e, mese dopo mese, le cose sembrano migliorare. Nel buio in cui era piombata la sua mente, lentamente, si aprono piccoli spiragli di speranza che invitano a sperare in un futuro normale. E poi anche lo Stato assitenziale ha fatto la sua parte. Lo ha curato, rimesso in carreggiata e gli ha pure assegnato una pensione di invalidità.
Agostino sorride, però. Dice che con quei soldi lui al massimo si fa un pugno di visite dallo specialista. In compenso, arrivati a questo punto, un lavoro vero non te lo dà più nessuno. Nemmeno se dalla malattia ci stai uscendo e ti senti rinascere per quanto stai bene. La fregatura di questi malanni della fantasia sono soprattutto le chiacchiere della gente, le etichette che la massa ti attacca addosso nemmeno fossi una chiquita. Perché secondo loro certe malattie possono solo aggravarsi. Insomma, una volta dentro non ne esci più.
Ed invece Agostino si tuffa nella vita, lo dimostra con i fatti che la vera fregatura sta nella falsità dei pregiudizi umani e legislativi, della miriade di microscopici giudizi sommari che i nostri simili distribuiscono a destra e a manca ogni santo giorno. Ma è tutto inutile. Per la Legge se sei matto lo sei per sempre. Devi accontentarti della pensione di invalidità, di qualche lavoretto per diversamente abili e del facile e furbesco ritornello con cui quel cantante miope ha vinto il Festival di Sanremo.
("Trentino" del 2 aprile 2007)
Agostino è quella che si dice una persona iperattiva. Le sue energie non ama risparmiarsele. Ed è stato sempre così, fin dai tempi della scuola. Le lauree conseguite nei più prestigiosi atenei del paese sono adesso appese al muro e lo guardano dall’alto, come un passato che chieda conto al presente dei cambiamenti avvenuti. Perché è accaduto ad un certo punto che la mente di Agostino se n’è andata da un’altra parte. Così. Senza preavviso. Una mattina di giugno che pioveva che dio la mandava, ha fatto per scendere le scale e davanti alla rampa, prima di scendere il primo gradino, Agostino ha cominciato ad interrogarsi, ché non riconosceva più l’utilità di quelle assi di legno messe una accanto all’altra, proprio sotto al passamano. A cosa servono? E cosa ci sto facendo io qui? Come se anziché di semplici scale si trattasse di un astruso programma per la gestione di una centrale nucleare o del pannello dei comandi di un aereo supersonico.
Improvvisamente, nella vita di quest’uomo, è come se ogni cosa avesse mutato la propria destinazione d’uso. Il mestolo non serve più per girare la minestra, dal rubinetto non fuoriesce più l’acqua e le lancette dell’orologio in quale senso girano? La fiamma che salta su dall’accendino, poi, Agostino la osserva per ore, ma proprio non arriva ad afferrarne l’utilità.
Una malattia che non si vede, che non mostra sintomi se non quell’eccessiva attenzione per aspetti della quotidianità solitamente meno importanti di uno starnuto. E poi la rabbia per non poter mostrare a nessuno l’evidenza del male. Non poter urlare “guardi qui che pustole!” oppure “visto che c’ho quaranta di febbre?!” D’ora in poi, chiunque ascolterà Agostino sarà costretto a fidarsi delle sue parole, delle incerte descrizioni che gli usciranno di bocca.
Così la vita diventa d’incanto un pellegrinaggio da un ospedale all’altro, da un luminare all’altro, a contatto di gomito con quelli che “sono come te” eppure non ti assomigliano nemmeno un po’. Ed in mezzo ci stanno tutte quelle pilloline colorate che fanno tanto smarties, ma sono amare come una sconfitta. Ed in effetti Agostino ha sventolato già da un po’ la sua bandiera bianca. Infatti accetta di farsi curare e, mese dopo mese, le cose sembrano migliorare. Nel buio in cui era piombata la sua mente, lentamente, si aprono piccoli spiragli di speranza che invitano a sperare in un futuro normale. E poi anche lo Stato assitenziale ha fatto la sua parte. Lo ha curato, rimesso in carreggiata e gli ha pure assegnato una pensione di invalidità.
Agostino sorride, però. Dice che con quei soldi lui al massimo si fa un pugno di visite dallo specialista. In compenso, arrivati a questo punto, un lavoro vero non te lo dà più nessuno. Nemmeno se dalla malattia ci stai uscendo e ti senti rinascere per quanto stai bene. La fregatura di questi malanni della fantasia sono soprattutto le chiacchiere della gente, le etichette che la massa ti attacca addosso nemmeno fossi una chiquita. Perché secondo loro certe malattie possono solo aggravarsi. Insomma, una volta dentro non ne esci più.
Ed invece Agostino si tuffa nella vita, lo dimostra con i fatti che la vera fregatura sta nella falsità dei pregiudizi umani e legislativi, della miriade di microscopici giudizi sommari che i nostri simili distribuiscono a destra e a manca ogni santo giorno. Ma è tutto inutile. Per la Legge se sei matto lo sei per sempre. Devi accontentarti della pensione di invalidità, di qualche lavoretto per diversamente abili e del facile e furbesco ritornello con cui quel cantante miope ha vinto il Festival di Sanremo.
("Trentino" del 2 aprile 2007)
Bugie con i tacchi a spillo
26 marzo 2007
C’è in ognuno l’oscura convinzione che basti
riempirsi la vita per allontanare i brutti pensieri.
Ma la vita non è un bicchiere, piuttosto è un
colapasta, è un recipiente bucato che fa fatica a
trattenere qualsiasi cosa. Così può capitare che uno
viaggi molto, abbia l’agenda piena di appuntamenti,
conosca migliaia di persone e quando, ad un certo
punto, pensa di averne avuto abbastanza di ogni cosa,
di essere arrivato, di aver concluso la navigazione
verso i mari della soddisfazione e della serenità si
accorge che ogni gesto fatto, ogni parola detta, ogni
posto visitato, ogni persona conosciuta fino a quel
momento non sono per niente quel che stava cercando.
Eppure Augusto stavolta è sicuro di aver trovato la “soluzione”. Ciò che ha incontrato gli consentirà finalmente di non dover più correre come un pazzo alla ricerca di un buon motivo per poter vivere sereno, di un grimaldello per scardinare l’angoscia dell’esistere. Almeno così crede.
Il fatto è che quando uno si innamora (e per fortuna capita poche volte nella vita) diventa una specie di deficiente, un invalido, un reduce di guerra perché il cervello comincia a girare a vuoto… come un motore imballato perché il conducente ha sbagliato marcia e pretende di fare i cento con la seconda marcia inserita. E chissà perché, quando un uomo o una donna si ritrovano in quello stato di rimbambimento l’ultima cosa che vanno a domandarsi è se il partner provi le medesime sensazioni o meno. Come se una risposta affermativa a tale dubbio fosse scontata.
Sì, perché a guardare quella donna bionda tutto si andrebbe a pensare meno che è innamorata dell’Augusto. Tutta presa dal suo lavoro, piena di scartoffie, sempre attaccata a quel telefono come una donna in carriera che di cosuccie come i sentimenti proprio non sa che farsene. Delle volte ci sarebbe davvero da domandarsi come fa Nostro Signore a farli e dopo ad accoppiarli a quel modo. Tanto diversi e complementari sotto più punti di vista. Lui di media estrazione sociale, operaio, abitudinario. Lei, a quanto pare, di alta estrazione sociale, industriale, abituata a zompettare da questo a quell’altro salotto mondano sui suoi tacchi a spillo. Intanto, però, stasera è ad Augusto che tocca pagare la costosa cena consumata in uno dei migliori ristoranti della città, ché la sua bella ha dimenticato a casa le innumerevoli carte di credito. Può capitare, si giustifica l’uomo. Lei è così piena di impegni che a certe questioni materiali proprio non ha il tempo di pensarci. Né quella sera né nei giorni successivi.
Nessun problema, dice Augusto, io la amo. E poi con tutti i soldi che c’ha io potrei pure permettermi di smettere di lavorare.
Intanto, però, deve prestarle nuovamente un gruzzoletto ché lei è alle prese con i soliti problemi di liquidità: sempre così questi industriali, miliardi investiti in titoli e case e nemmeno un euro per comperarsi il giornale.
Fino a che, un brutto giorno per le illusioni di Augusto, egli ha l’avventata idea di cercare la sua bella in azienda, ché al cellulare non risponde. Domanda del direttore e questi non ha la voce sensuale di chi sappiamo, ma il tipico rantolo del “cummenda” tabagista. Ma… Ci dev’essere un errore. Augusto ricontrolla il numero e il nome della ditta, ritelefona, richiede di poter parlare con… ma sa bene che gli errori si commettono sempre quando non si vorrebbe accadessero. Non ha sbagliato numero né ditta. La sua lei è dissolta, andata, svanita assieme a tutte le sue frottole, alla velocità della luce, come una castello di carte travolto da una tempesta. Non era questo, dunque, l’amore che Augusto stava cercando e che sognava di aver trovato; quello che gli avrebbe riempito la vita, allontanando i brutti pensieri. O forse il problema vero è che non esiste nulla che possa colmare il vuoto di certe esistenze. Mai. Nemmeno un paio di tacchi a spillo coi capelli biondi. Nemmeno un amore imbottito di bugie.
("Trentino" del 26 marzo 2007)
Eppure Augusto stavolta è sicuro di aver trovato la “soluzione”. Ciò che ha incontrato gli consentirà finalmente di non dover più correre come un pazzo alla ricerca di un buon motivo per poter vivere sereno, di un grimaldello per scardinare l’angoscia dell’esistere. Almeno così crede.
Il fatto è che quando uno si innamora (e per fortuna capita poche volte nella vita) diventa una specie di deficiente, un invalido, un reduce di guerra perché il cervello comincia a girare a vuoto… come un motore imballato perché il conducente ha sbagliato marcia e pretende di fare i cento con la seconda marcia inserita. E chissà perché, quando un uomo o una donna si ritrovano in quello stato di rimbambimento l’ultima cosa che vanno a domandarsi è se il partner provi le medesime sensazioni o meno. Come se una risposta affermativa a tale dubbio fosse scontata.
Sì, perché a guardare quella donna bionda tutto si andrebbe a pensare meno che è innamorata dell’Augusto. Tutta presa dal suo lavoro, piena di scartoffie, sempre attaccata a quel telefono come una donna in carriera che di cosuccie come i sentimenti proprio non sa che farsene. Delle volte ci sarebbe davvero da domandarsi come fa Nostro Signore a farli e dopo ad accoppiarli a quel modo. Tanto diversi e complementari sotto più punti di vista. Lui di media estrazione sociale, operaio, abitudinario. Lei, a quanto pare, di alta estrazione sociale, industriale, abituata a zompettare da questo a quell’altro salotto mondano sui suoi tacchi a spillo. Intanto, però, stasera è ad Augusto che tocca pagare la costosa cena consumata in uno dei migliori ristoranti della città, ché la sua bella ha dimenticato a casa le innumerevoli carte di credito. Può capitare, si giustifica l’uomo. Lei è così piena di impegni che a certe questioni materiali proprio non ha il tempo di pensarci. Né quella sera né nei giorni successivi.
Nessun problema, dice Augusto, io la amo. E poi con tutti i soldi che c’ha io potrei pure permettermi di smettere di lavorare.
Intanto, però, deve prestarle nuovamente un gruzzoletto ché lei è alle prese con i soliti problemi di liquidità: sempre così questi industriali, miliardi investiti in titoli e case e nemmeno un euro per comperarsi il giornale.
Fino a che, un brutto giorno per le illusioni di Augusto, egli ha l’avventata idea di cercare la sua bella in azienda, ché al cellulare non risponde. Domanda del direttore e questi non ha la voce sensuale di chi sappiamo, ma il tipico rantolo del “cummenda” tabagista. Ma… Ci dev’essere un errore. Augusto ricontrolla il numero e il nome della ditta, ritelefona, richiede di poter parlare con… ma sa bene che gli errori si commettono sempre quando non si vorrebbe accadessero. Non ha sbagliato numero né ditta. La sua lei è dissolta, andata, svanita assieme a tutte le sue frottole, alla velocità della luce, come una castello di carte travolto da una tempesta. Non era questo, dunque, l’amore che Augusto stava cercando e che sognava di aver trovato; quello che gli avrebbe riempito la vita, allontanando i brutti pensieri. O forse il problema vero è che non esiste nulla che possa colmare il vuoto di certe esistenze. Mai. Nemmeno un paio di tacchi a spillo coi capelli biondi. Nemmeno un amore imbottito di bugie.
("Trentino" del 26 marzo 2007)
Una storia a testa in giù
19 marzo 2007
Ci sono molti modi per riuscire a vivere nel mondo
frenetico e caotico dei giorni nostri. Uno è questo:
convincere chi ti sta vicino, il maggior numero di
persone possibile, ad ascoltare le tue ossessioni e –
alla fine – a darti ragione. Forse a prescindere dal
posto che occupa la verità, che di solito è unica e,
spesso, insondabile.
Se ne vedono di cose strane in giro. E non ci riferiamo certo a qualche eccentrico capo d’abbigliamento o ad una macchina posteggiata in maniera particolarmente ardita, perché le stranezze non sono poi così appariscenti. Bisogna saperle cercare nel marasma quotidiano. Guarda quel tizio, ad esempio. Quello che impavido si aggira nel finale della nostra storia. Una storia bizzarra che se ne sta a testa in giù perché è così che deve stare se la vogliamo raccontare per bene; come un acrobata che cammina sulle mani e raccoglie pochi spiccioli di offerta tra i passanti.
***
Per riuscire a vivere nel mondo frenetico e caotico dei giorni nostri bisogna credere a ciò che si sta guardando, anche se la mente ti si è messa in ginocchio e ti sta scongiurando di non prestare fede a certe scene assurde.
Nemmeno nella città più disincantata del mondo, un uomo che va in giro regalando banconote al primo che capita può passare inosservato. Guardalo lì, Mirko, come è contento mentre zompetta per le strade del paesone tra i monti. Venti euro al signore col cappello, cinquanta alla signorina con la ventiquattrore, cento – addirittura – al pensionato con la borsa della spesa. Tutti accettano volentieri, nessuno trova niente da ridire in un’azione tanto magnanima. La generosità di certe persone, talvolta, riesce ad educare meglio di scuola, famiglia e Chiesa messe assieme. Guardalo, Mirko, che tenta di guadagnarsi il paradiso con un’azione buona. Stende in piazza la propria ossessione come fosse biancheria mal lavata. Eppure nessuno nel mondo frenetico e caotico pare intenzionato a dargli ragione. Ha l’aria stralunata di un miliardario in vena di filantropia estrema, un po’ come se a Rupert Murdoch desse improvvisamente di volta il cervello e cominciasse a gettare denaro dalla finestra del suo ufficio.
Ma prima di compiacerci con Mirko per il suo altruismo, risaliamo un attimo la storia. Lo so che è lunedì mattina, ma facciamolo lo stesso uno sforzo mentale e dall’epilogo ci spostiamo verso la parte centrale della trama. Immaginiamo così il Nostro alcuni minuti prima delle grandi regalìe. Si sta cazzando cifre da capogiro in negozi e ristoranti del centro. Un’ostentazione di potere economico che ben presto fa serpeggiare alcune domande tra i passanti e tra i lettori. Ma chi è, costui? Donde viene? Ha così tanti soldi da? D’altra parte nella città disincantata, nel paesone che sta tra i monti la generosità è proprio come la maleducazione: non riesce a passare inosservata. I passanti sembrano assorti nei casi loro, eppure in realtà sono piccoli registratori ambulanti che annotano ogni cosa dei propri simili: altri passanti che a loro volta registrano e annotano. Credono di vivere e, in realtà, anno dopo anno, partecipano ad una eterna conferenza stampa in cui c’è nulla da annunciare.
Ma di tutto ciò Mirko se ne frega allegramente. È l’inizio della storia, questo, e d’incanto assomiglia all’inizio di tante altre storie a cui ci ha resi avvezzi la modernità. L’arrivo da un Paese straniero, il difficile adattamento, la complicata ricerca di un lavoro, l’integrazione, l’agognata conquista della fiducia di chi ti sta attorno.
Mentre mette in tasca i soldi delle casse aziendali, qualcosa scatta nella testa di Mirko. Capisce che quei soldi potrebbe tenerseli e allo stesso tempo sente i rimproveri del rimorso. È combattuto, una vela sbattuta dai venti del bene e del male. Certo è che la sua faccia non ha più i tratti rilassati a cui ci eravamo oramai abituati. Profonde rughe adesso gli solcano il viso, come se si portasse dentro una perpetua preoccupazione. Dovrebbe effettuarci dei pagamenti con tutti quegli euro. Per conto dell’azienda, si capisce. Andare in banca, fare i bonifici e fine. Ed invece questo è solo l’inizio. Lo sconsiderato inizio di una storia a testa in giù.
IL FATTO
lI primo di marzo ruba dei soldi al proprio datore di lavoro e poi si ingegna a spenderli e a regalarli ad amici e parenti. Il novello Robin Hood, denunciato per furto, è un bosniaco di 37 anni. In base a quanto verificato dalla polizia, la somma dilapidata ammonterebbe a circa dieci milioni delle vecchie lire.
("Trentino" del 19 marzo 2007)
Se ne vedono di cose strane in giro. E non ci riferiamo certo a qualche eccentrico capo d’abbigliamento o ad una macchina posteggiata in maniera particolarmente ardita, perché le stranezze non sono poi così appariscenti. Bisogna saperle cercare nel marasma quotidiano. Guarda quel tizio, ad esempio. Quello che impavido si aggira nel finale della nostra storia. Una storia bizzarra che se ne sta a testa in giù perché è così che deve stare se la vogliamo raccontare per bene; come un acrobata che cammina sulle mani e raccoglie pochi spiccioli di offerta tra i passanti.
***
Per riuscire a vivere nel mondo frenetico e caotico dei giorni nostri bisogna credere a ciò che si sta guardando, anche se la mente ti si è messa in ginocchio e ti sta scongiurando di non prestare fede a certe scene assurde.
Nemmeno nella città più disincantata del mondo, un uomo che va in giro regalando banconote al primo che capita può passare inosservato. Guardalo lì, Mirko, come è contento mentre zompetta per le strade del paesone tra i monti. Venti euro al signore col cappello, cinquanta alla signorina con la ventiquattrore, cento – addirittura – al pensionato con la borsa della spesa. Tutti accettano volentieri, nessuno trova niente da ridire in un’azione tanto magnanima. La generosità di certe persone, talvolta, riesce ad educare meglio di scuola, famiglia e Chiesa messe assieme. Guardalo, Mirko, che tenta di guadagnarsi il paradiso con un’azione buona. Stende in piazza la propria ossessione come fosse biancheria mal lavata. Eppure nessuno nel mondo frenetico e caotico pare intenzionato a dargli ragione. Ha l’aria stralunata di un miliardario in vena di filantropia estrema, un po’ come se a Rupert Murdoch desse improvvisamente di volta il cervello e cominciasse a gettare denaro dalla finestra del suo ufficio.
Ma prima di compiacerci con Mirko per il suo altruismo, risaliamo un attimo la storia. Lo so che è lunedì mattina, ma facciamolo lo stesso uno sforzo mentale e dall’epilogo ci spostiamo verso la parte centrale della trama. Immaginiamo così il Nostro alcuni minuti prima delle grandi regalìe. Si sta cazzando cifre da capogiro in negozi e ristoranti del centro. Un’ostentazione di potere economico che ben presto fa serpeggiare alcune domande tra i passanti e tra i lettori. Ma chi è, costui? Donde viene? Ha così tanti soldi da? D’altra parte nella città disincantata, nel paesone che sta tra i monti la generosità è proprio come la maleducazione: non riesce a passare inosservata. I passanti sembrano assorti nei casi loro, eppure in realtà sono piccoli registratori ambulanti che annotano ogni cosa dei propri simili: altri passanti che a loro volta registrano e annotano. Credono di vivere e, in realtà, anno dopo anno, partecipano ad una eterna conferenza stampa in cui c’è nulla da annunciare.
Ma di tutto ciò Mirko se ne frega allegramente. È l’inizio della storia, questo, e d’incanto assomiglia all’inizio di tante altre storie a cui ci ha resi avvezzi la modernità. L’arrivo da un Paese straniero, il difficile adattamento, la complicata ricerca di un lavoro, l’integrazione, l’agognata conquista della fiducia di chi ti sta attorno.
Mentre mette in tasca i soldi delle casse aziendali, qualcosa scatta nella testa di Mirko. Capisce che quei soldi potrebbe tenerseli e allo stesso tempo sente i rimproveri del rimorso. È combattuto, una vela sbattuta dai venti del bene e del male. Certo è che la sua faccia non ha più i tratti rilassati a cui ci eravamo oramai abituati. Profonde rughe adesso gli solcano il viso, come se si portasse dentro una perpetua preoccupazione. Dovrebbe effettuarci dei pagamenti con tutti quegli euro. Per conto dell’azienda, si capisce. Andare in banca, fare i bonifici e fine. Ed invece questo è solo l’inizio. Lo sconsiderato inizio di una storia a testa in giù.
IL FATTO
lI primo di marzo ruba dei soldi al proprio datore di lavoro e poi si ingegna a spenderli e a regalarli ad amici e parenti. Il novello Robin Hood, denunciato per furto, è un bosniaco di 37 anni. In base a quanto verificato dalla polizia, la somma dilapidata ammonterebbe a circa dieci milioni delle vecchie lire.
("Trentino" del 19 marzo 2007)
La prima notte dell'umanità
12 marzo 2007
La domenica sarà pure ecologica, ma alla stazione di
servizio il lavoro non manca mai. Un’occhiata al
livello dell’olio, un’altra a quello dell’acqua, una
pulitina al parabrezza e poi benzina, tanta benzina
da inquinarci un pianeta intero. Per fortuna è quasi
ora di chiusura. Le auto sono case ambulanti che non
temono i terremoti, né le mazzate dell’Ici e poi le
metti dove vuoi. Ammesso che trovi parcheggio. A dire
il vero, Cristina un parcheggio se l’è preso e basta.
Sono quasi venti minuti che il suo catorcio rosso è
fermo sotto la pensilina con il motore acceso. Che ci
fa lì, adesso, che la stazione di servizio è chiusa
ormai; il cartello “Self Service” ammonisce gli
automobilisti sul fatto che devono arrangiarsi con la
pompa e tutto il resto.
***
Scende la notte e per Cristina è come se si trattasse della prima notte dell’umanità. Guarda la sua bambina legata malamente sul seggiolino e ha paura, la stessa paura che probabilmente provarono i nostri progenitori il giorno in cui videro il sole sparire e mica lo potevano sapere che sarebbe tornato il mattino dopo. Intanto il motore continua a girare, come una preghiera sciancata, e grazie ad un semplice sistema di ventole e resistenze regala un po’ del suo calore alle due abitatrici del veicolo. La notte è fredda, fredda davvero. E sarebbe un guaio se quel motore si fermasse.
La bimba, intanto, si è assopita. Per lei, si capisce, è tutto una specie di gioco: restare chiuse tutta la notte in auto come sardine… cosa potrebbe essere se non un incomprensibile gioco? Ma la bimba è troppo piccola per fare domande. Cristina guarda fisso davanti a sé, il suo sguardo prova a bucare la notte e trovare le risposte che sta cercando. L’uomo da cui forse sta scappando, i debiti che forse sta tentando di lasciarsi alle spalle oppure la vita che non è certo quella sognata: tutte le ragioni di quel gesto tanto incomprensibile danzano nella testa di Cristina, che adesso prova a far ripartire quel motore maledetto. Ma non c’è niente da fare. Il serbatoio è vuoto, il portafogli pure. Si resta così, all’adiaccio, in un’auto rossa, in un angolo di mondo che confina col benessere, ma che dal benessere non attinge nulla, nemmeno il profumo.
***
L’alba livida trova ad attenderla un’auto con i vetri appannati. Dentro due donne, o meglio, una donna e un cucciolo di donna ranicchiate all’interno di un auto, immerse in un sonno disperato, nel piazzale di una stazione di servizio. Il lunedì si presenta con una teoria di veicoli che si ferma a far benzina, a pochi metri da Cristina e da sua figlia che ora piange disperata, domanda aiuto in quella sua lingua imberbe e incomprensibile che solo le persone di buon cuore riescono a capire. Il benzinaio, ad esempio, per il quale una scena simile costituisce condizione necessaria e sufficiente affinché vengano chiamati i soccorsi a far ragionare Cristina, a consolarla, a ridare calore al suo cuore freddo, a porre fine alla pantomima e chiudere una buona volta quel rosso “refugium peccatorum” a quattro ruote motrici. È stata una domenica infame. Ecologica, ma infame. Ora è lunedì, infame pure questo.
IL FATTO
È la mattina di martedì 10 gennaio 2006, quando il titolare del distributore Total, situato lungo la Statale Valsugana, in loc. Limena, nota qualcosa di strano in un’auto parcheggiata nella sua area di servizio: una bambina piange disperatamente per il freddo e la fame. La madre, una trentenne residente a Trento, le ha fatto trascorrere tutta la notte in macchina. Vengono allertati i carabinieri per le indagini del caso, ma la donna morirà qualche giorno dopo in tragiche circostanze.
("Trentino" del 12 marzo 2007)
***
Scende la notte e per Cristina è come se si trattasse della prima notte dell’umanità. Guarda la sua bambina legata malamente sul seggiolino e ha paura, la stessa paura che probabilmente provarono i nostri progenitori il giorno in cui videro il sole sparire e mica lo potevano sapere che sarebbe tornato il mattino dopo. Intanto il motore continua a girare, come una preghiera sciancata, e grazie ad un semplice sistema di ventole e resistenze regala un po’ del suo calore alle due abitatrici del veicolo. La notte è fredda, fredda davvero. E sarebbe un guaio se quel motore si fermasse.
La bimba, intanto, si è assopita. Per lei, si capisce, è tutto una specie di gioco: restare chiuse tutta la notte in auto come sardine… cosa potrebbe essere se non un incomprensibile gioco? Ma la bimba è troppo piccola per fare domande. Cristina guarda fisso davanti a sé, il suo sguardo prova a bucare la notte e trovare le risposte che sta cercando. L’uomo da cui forse sta scappando, i debiti che forse sta tentando di lasciarsi alle spalle oppure la vita che non è certo quella sognata: tutte le ragioni di quel gesto tanto incomprensibile danzano nella testa di Cristina, che adesso prova a far ripartire quel motore maledetto. Ma non c’è niente da fare. Il serbatoio è vuoto, il portafogli pure. Si resta così, all’adiaccio, in un’auto rossa, in un angolo di mondo che confina col benessere, ma che dal benessere non attinge nulla, nemmeno il profumo.
***
L’alba livida trova ad attenderla un’auto con i vetri appannati. Dentro due donne, o meglio, una donna e un cucciolo di donna ranicchiate all’interno di un auto, immerse in un sonno disperato, nel piazzale di una stazione di servizio. Il lunedì si presenta con una teoria di veicoli che si ferma a far benzina, a pochi metri da Cristina e da sua figlia che ora piange disperata, domanda aiuto in quella sua lingua imberbe e incomprensibile che solo le persone di buon cuore riescono a capire. Il benzinaio, ad esempio, per il quale una scena simile costituisce condizione necessaria e sufficiente affinché vengano chiamati i soccorsi a far ragionare Cristina, a consolarla, a ridare calore al suo cuore freddo, a porre fine alla pantomima e chiudere una buona volta quel rosso “refugium peccatorum” a quattro ruote motrici. È stata una domenica infame. Ecologica, ma infame. Ora è lunedì, infame pure questo.
IL FATTO
È la mattina di martedì 10 gennaio 2006, quando il titolare del distributore Total, situato lungo la Statale Valsugana, in loc. Limena, nota qualcosa di strano in un’auto parcheggiata nella sua area di servizio: una bambina piange disperatamente per il freddo e la fame. La madre, una trentenne residente a Trento, le ha fatto trascorrere tutta la notte in macchina. Vengono allertati i carabinieri per le indagini del caso, ma la donna morirà qualche giorno dopo in tragiche circostanze.
("Trentino" del 12 marzo 2007)