Intervista a Sebastiano Vassalli



«Ho capito che nel presente, non c’è niente che meriti d’essere raccontato» scrive nel suo romanzo capolavoro, “La Chimera”, con cui nel 1990 ha vinto il premio Campiello. Eppure Sebastiano Vassalli, che domani sarà al Mart di Rovereto all’incontro intitolata “L’auto e le Arti” organizzato nell’ambito della mostra “Mitomacchina”, del presente ci racconta parecchio, nonostante gran parte dei suoi romanzi sia ambientata in epoche assai lontane da noi. Quasi a dimostrare che i segni intelligibili del passato possono illuminare e spiegare, ma non risolvere le paure del presente. La sua immagine di modernità è assai desolata, quasi un deserto in cui la fine delle ideologie e l’assenza di valori si condensa in un rumore assordante che ci impedisce di vivere in pace. Chissà, forse il rumore è quello di una fiammante automobile appena uscita dalla concessionaria, pronta a scorazzare il suo unico e solitario passeggero lungo le corsie del mondo. Chiediamo a Vassalli di aiutarci a capire il significato culturale della “macchina” nell’Italia degli ultimi cinquant’anni e come essa si colloca nella sua concezione assai pessimistica del presente.

Vassalli, partiamo con una provocazione. Se l’automobile è veramente un mito della modernità, i gas di scarico cosa sono?
I miti non hanno mica solo aspetti positivi. Anche quelli del passato, ad un certo punto, hanno rivelato la loro faccia demoniaca. Come il progresso in generale…
Insomma, l’altra faccia della medaglia?
Ogni aspetto del progresso ha dei costi pesanti. Il guaio per noi è che il progresso lo hanno vissuto soprattutto le generazioni precedenti. Noi ne stiamo solo pagando i costi.
Dopo aver raccontato molte storie ambientate nel passato, lei ha deciso di provare a descrivere la modernità e le mutazioni sociali che l’hanno determinata. Tra queste l’automobile. Quanto ha cambiato la nostra vita e quanto, invece, ha cambiato noi stessi?
Io sono una persona che racconta storie, quindi non sono la persona più adatta per definire la questione in maniera precisa. Tuttavia posso dire che almeno due oggetti costitutivi della cosiddetta modernità, l’automobile e la televisione, ci hanno modificato e condizionano i nostri comportamenti; ormai, anche quando non andiamo in automobile e anche quando non guardiamo la televisione. Sì, siamo decisamente diversi.
Roland Barthes ha detto: “Credo che oggi l’automobile sia l’equivalente delle grandi cattedrali gotiche”. Oggi le vediamo esposte in un importante museo di arte contemporanea: a tanto siamo arrivati?
L’automobile ha una sua storia indipendentemente dall’uso e dell’abuso che poi se n’è fatto. Una storia epica nella sua prima fase. Pensiamo al Futurismo che è un vero e proprio omaggio all’automobile. Inoltre i primi veicoli ricalcano le forme antichissime del Mito, sono il carro di Fetonte o di Achille. Non hanno nulla dell’oggetto consumistico che sono diventate dopo.
Come spiega l’importanza del ruolo che l’automobile ha assunto all’interno della produzione culturale – cinema, letteratura, musica, ecc. – dell’ultimo secolo?
A parte il Futurismo, l’automobile non ha avuto quell’importanza che poi ha avuto nella vita. Forse è successo il contrario: che le arti tardano a riflettere certe mutazioni antropologiche. È anche difficile oggi raccontare la “macchina”, oggi, che è diventata un parente stretto del ferro da stiro o del frigorifero.
Nel suo ultimo libro “La Morte di Marx” lei fa compiere all’uomo una vera e propria metamorfosi kafkiana. L’uomo da bipede si dota di ruote e corazza, diventa automobilista e si incanala nel traffico della vita. L’auto assomiglia oramai così tanto alle nostre vite da divenirne metafora?
Sì, ma non da sola. Combinata con altre cose che poi costituiscono la modernità. Mettiamoci pure il televisore, il computer, il telefonino.
Si può quindi parlare di stretta correlazione tra questi oggetti.
Sono tutte protesi e prolungamenti dell’uomo, permettono di fare cose che non fanno parte della nostra natura, né siamo attrezzati a fare.
Cioè?
L’uomo nella sua natura bioogica non è fatto per volare o per spostarsi in tre ore di cinquemila chilometri. Questi fatti, apparentemente banali, travolgono la nostra vita in una maniera assoluta.
Quindi gli scopi per cui era stata creata inizialmente l’automobile sono stati traditi? E le cause di questo tradimento a chi sono imputabili?
Guardi, il contrario del mio mestiere è quello di mettermi a costruire teorie. Io sono un raccontatore. Se lo scrittore si mette – e spesso purtroppo succede – a cercare di trarre teorie da ciò che racconta è bell’e finito.
Le chiedo scusa. Torniamo ai libri. Nella prima pagina de “La Chimera” lei parla di un presente che da sé stesso non può spiegare quasi nulla, essendo ormai ridotto al puro rumore. A quale rumore fa riferimento?
Questi miliardi di esseri che gridano tutti insieme la parola “io”. Non è importante il rumore vero e proprio, quello per intenderci si misura con i decibel, ma tutto questo accavallarsi infinito delle nostre vite verso un’auto-affermazione. Però colgo l’occasione della sua domanda per dire che rispetto a quanto scrissi allora ho cambiato un po’ le mie idee. Quando dicevo che il presente non è raccontabile, avrei dovuto dire che non è raccontabile nel presente; lo diventerà quando non sarà più presente.
Qual è il rapporto di Sebastiano Vassalli con l’automobile? Con che mezzo giungerà a Rovereto?
Verrò in automobile, ma non guido io. Non dovrei dirlo, ma non solo guido; ho anche alcuni vizi d’automobilista. Per dire, sono anche uno che a volte schiaccia un po’ troppo il piede. Ma col tempo sono diventato più disciplinato.
Insomma, nonostante lei individui così bene certe problematiche, non riesce a sottrarsene.
Temo che questo sia inevitabile.

("Trentino", 23 febbraio 2007)

Viva Rota... Viva Fellini

Nuova produzione per "I Concerti della Domenica"
"Dieci storie davanti ad un mare in burrasca"



Nel presentare “Viva Rota… Viva Fellini”, produzione originale per i Concerti della Domenica, non posso non pensare ancora una volta a Pippo Mazzeo. Soprattutto perché l’idea di svelare la magnifica musica per film di Nino Rota era stata la sua. Gli mancava solo un modo che tecnicamente rendesse possibile esporre la musica senza trascurare il cinema. Io mi sono prodigato affinché ciò risultasse possibile attraverso la mediazione di una forma teatrale.
Come nel “Cuoco di Mozart” predominante è la musica (arrangiata da Patrick Trentini), come nel “Cuoco” accanto alla musica si sviluppa un’idea teatrale (la voce recitante è quella di Riccardo Gadotti). Eppure rispetto al “Cuoco” c’è qualcosa in più, questa volta il progetto originale si spinge più in là, fino a lambire e coste della sperimentazione, coinvolgendo una terza forma d’arte, la cosiddetta fabbrica dei sogni: il cinema.
Allora ecco questo viaggio letterario, ma non troppo, attraverso alcune delle più importanti pagine della filmografia di Federico Fellini musicate dal grande compositore Nino Rota.
"Viva Rota" è un contenitore di storie che si dipanano al crocevia della memoria. Musica, cinema e letteratura si incontrano grazie all'arrivo di un misterioso personaggio in un bar lungo il mare.
Lui in quel posto ci è già stato molto tempo prima. È stato lì che il suo amico Federico gli ha raccontato quelle dieci storie. Dieci intuizioni che sarebbero poi diventate altrettanti capolavori: "Lo sceicco bianco", "I vitelloni", "La strada", "il bidone", "Le notti di cabiria", "La dolce vita", "8 e mezzo", "Amarcord", "Casanova" e "Prova d'orchestra".
Teatro, cinema e musica: il rischio di farne un polpettone c’è sempre quando si osa tanto. Ma non se di mezzo ci sono quei due geniacci di Rota e Fellini, due straordinari artisti che sembrano essere fatti l’uno per l’altro. Rota ha musicato per altri grandissimi registi, ma con Fellini aveva un feeling davvero particolare.
“Viva Rota… Viva Fellini” è un viaggio nella memoria, alla ricerca del bandolo dell’inestricabile matassa dei ricordi, alla ricerca di cari amici che non ci sono più. Un viaggio tra le immagini e le note di film indimenticabili che nel bene o nel male hanno segnato la nostra vita di uomini del secolo scorso, facendo il pieno di benzina alla macchina dei sogni, il cinema, àncora della salvezza per chi proprio non vuole accontentarsi di vivere una vita soltanto.



“Viva Rota... Viva Fellini”
Opera originale di Pino Loperfido
Con Riccardo Gadotti (voce recitante), Patrick Trentini (pianoforte), Giuliana Beberi (sax), Luca Merlini (percussioni e voce), Lorenzo Corbolini (violoncello)

Lunedì 26 febbraio, ore 20.30
Trento, Aula Liceo Prati

Domenica 4 marzo, ore 10.30
Trento, Sala Filarmonica, via Verdi

27 e 28 Luglio ,ore 21
Castel Stenico