Comincia così...

Caro Alcide,
te ne sei andato quella notte d’estate, nella tua Valsugana. In quella casa che tante volte ti aveva accolto dopo il lavoro, gli incontri, i viaggi. Sì, quella sorta di rifugio in cui tutte le estati andavi a rigenerarti, a caricare le batterie.
È il diciannove agosto. Del cinquantaquattro, si capisce.
Siamo a Sella, un paese del Trentino orientale; non siamo certo al livello del mare, eppure ad agosto fa caldo perfino a certe latitudini.
Guarda là, Alcide... La vedi quella gente... là negli stretti campi di Sella? I villeggianti, i padroni dei masi. E più giù, verso Borgo, i tuoi amici contadini. Sono tutti lì, negli orti, sotto ai faggi, tra i prati, sotto al sole testardo… quando improvvisamente vengono a sapere della tua morte.
Un’estate luminosa, normale, che sembra soltanto un’altra estate qualsiasi e invece è quella che si porta via l’Alcide...
Così ti chiamavano, loro. L’Alcide... Come se fossi sempre stato uno di famiglia.
È andata così.
Ci hai lasciati proprio quando da noi cominciava il bello, quando si iniziava a percepire che la vita poteva essere qualcosa di più di uno scialbo sopravvivere. Sai, era un’Italia fiera quella, un paese che cominciava ad alzare la testa, che iniziava a vedere una via d’uscita dopo i macelli della prima metà del secolo. Per dirne una, a Trento la tv arriva proprio quell’anno. Poi arriveranno le seicento, gli elettrodomestici, i primi mutui per la casa. I trentini scoprono, come per caso, la libertà. Sì. Perché in tanti non la riconoscono subito; la libertà in quegli anni è solo una sensazione piacevole e sconosciuta a cui non si riesce a dare una spiegazione. …è l’ossigeno, aria pura, dopo l’apnea dei conflitti mondiali, dopo l’occupazione nazista, la follia dell’Alpenvorland.
La vita ricomincia e imbocca strade impensate.
La tua, invece, finisce quella notte, nel caldo di un agosto ingrato. Come se tutto fosse stabilito da secoli. Come se prima di andartene ti fossi accertato che tutto fosse a posto, che il lavoro fosse compiuto pure nei particolari; come se tutti noi, figli e nipoti di questa Italia ferita, fossimo eterni ragazzi e tu il padre premuroso che ci rimbocca le coperte e ci dà la buonanotte, prima di andarsene per sempre.
Caro Alcide, è così che voglio immaginarti: un vecchio papà che prima di chiudere la porta dà un’ultima occhiata a quanto fatto, a quel paese rivoltato come un calzino, una nazione raccolta nel fango, pulita, tirata a lucido e rimessa in carreggiata, pronta a partire e andare lontano, anni luce dalle follie e dai troppi errori del passato.

Un padre così non può che divenire mito agli occhi dei figli. Un uomo dello Stato, prima che della famiglia, che spende ogni energia, che logora ogni più piccola fibra del proprio corpo per la causa comune non può che meritarsi il ricordo perpetuo, l’onore che spetta a chi, spinto dall’amore per la verità, ha speso la sua intera esistenza per un’idea.
Almeno così dovrebbe essere.
Ed invece non è andata proprio così. È talmente ingrato questo paese, sono così distratti gli italiani che fanno presto a dimenticarsi di quelli come te, di queste ombre in bianco e nero, di questi uomini sottili, figurine da cinegiornale, ricordi sbiaditi che ci hanno regalato la libertà.
E quei bambini a cui hai rimboccato le coperte sono diventati padri a loro volta, e hanno figli che sovente hanno altri padri: cantanti, attori, pacifisti di professione, comici accigliati, preti politici... genitori segreti il cui merito più grande è quello di sembrare più interessanti dei genitori veri.
Come dici? Ah, già... dimenticavo i calciatori...
Perché lo sai cosa penso: penso che la politica sia un po’ come il calcio. Alla fine quello che conta è il risultato: l’importante è vincere la partita. Come la si vinca e chi segni i gol sono aspetti secondari.

Sarà che ci siamo talmente abituati a questa benedetta libertà da non farci più nemmeno caso, come le scarpe nuove che all’inizio fanno male, vorresti riportarle al negoziante, poi ti calzano sempre meglio e alla fine non ti accorgi nemmeno più di indossarle.
Anche la solitudine è così. All’inizio fa male, ti mette a di-
sagio; poi… tu ne sai qualcosa della solitudine, eh, Alcide? Perché lo sai meglio di me quanto essa sia invisibile, come si nasconda nel chiasso di mille conoscenze inutili ...come tante volte essa sia un tributo da pagare, una tassa sulla celebrità. Lo sai bene come la solitudine sia spesso uno stato mentale, la condizione irrinunciabile quando tutto il peso di una azione o di una decisione ricade su una sola persona.

E, insomma, nella pancia di quell’estate ti sei voluto chiudere, come nel ventre di una balena, dopo una vita talmente piena da sembrare la vita di cento, mille uomini. Sepolto in quella stagione afosa, con le parole rimaste in testa e le dita affusolate che stringono – chissà perché – una piccola croce fatta di paglia.

“È morto el Presidente! È morto el Presidente! L’Alcide... l’è morto l’Alcide... No l’è possibile! L’è morto te digo...”

I contadini nei campi si fermano, posano la falce smarriti, e si guardano intorno, alla ricerca di un segno, di qualcosa da seguire. L’Italia intera alla notizia della tua morte ha come un attimo di incertezza, l’angoscia la pervade, come se avesse timore a proseguire il cammino senza di te. Come quando impari ad andare in bici da solo e il papà da dietro ti molla: è bello andare in bici, bellissimo quel vento tra i capelli, ma non c’è più la mano forte del papà a tenere il sellino.
Com’è che dicevi? Ah, sì…
“Quel poco di intelligenza che ho la metto al servizio della verità, la quale si trova sepolta molte volte sotto strati difficilmente penetrabili, ma esiste. Io mi sento un cercatore, un uomo che va a scovare e a cercare i filoni della verità della quale abbiamo bisogno come dell’acqua. Non voglio essere altro”.

Non volevi essere altro che te stesso: Degasperi Alcide Amedeo Francesco, nato a Pieve Tesino all’alba del 3 aprile 1881, da Amedeo fu Luigi e Maria Morandini.
A scuola, si sa, in ottobre siamo ancora al Congresso di Vienna (perché l’anno prima non si è arrivati a farlo), ad aprile, se si fa in fretta, si arriva alla prima guerra, per il resto del Novecento rimangono poche lezioni. A te non ci si arriva mai. Dopo fascismo e liberazione pare che in Italia non sia successo più niente. Al massimo alcuni cenni sulla Costituzione. Sappiamo tutto di Asdrubale, di Carlo Martello; conosciamo i nomi di tutte e sei le mogli di Enrico VIII e non sappiamo nulla di chi fino all’altro ieri la faceva, la Storia.
Mi dispiace dovertelo dire, ma – vedi, Alcide – oggi, le nuove generazioni hanno un grosso difetto: dimenticano molto in fretta. Non è difficile trovare chi di te conosce solo il cognome, magari per il fatto che c’è una via che, guarda te il caso, si chiama proprio così. Al giorno d’oggi accade anche questo: che le strade diventano più famose degli uomini di cui portano il nome.
Per non parlare di quali vie ti hanno intitolato… Cosa pretendi?.. Sei arrivato troppo tardi, le piazze se l’erano già prese tutte i Garibaldi e i Giuseppe Mazzini. Quando è arrivato il momento di intitolarti una via ci si è accorti che restavano solo i vialoni di periferia, le strade fuori città, vicino ai centri commerciali, o quelle che uniscono i sobborghi.
Come? Non sai cos’è un centro commerciale?
Beh, hai presente un negozio… Di più… molto di più… Un centro commerciale è un luogo d’aggregazione… una specie di punto di ritrovo... una sorta di…
Voglio proporti un patto, Alcide: non farmi domande imbarazzanti e io non ne farò a te. Lasciami solo ricordare e raccontarti questa storia che conosci già, ma che io ti voglio raccontare così: sottovoce, come si narra una storia ad un bimbo, dopo avergli rimboccato le coperte. Prima di dargli la buonanotte. Socchiudere la porta.
E andarsene via.

© 2003 - Edizioni Curcu & Genovese