"Quando la Dc lo mandò a casa", Trentino 19.08.2004
07/03/07 11:45
Gli ultimi giorni di uomo sono come i versi conclusivi di una poesia: ti svelano il significato di tutti i versi precedenti, danno un senso compiuto al componimento, ti regalano l’anima del poeta criptata ad arte tra le rime baciate.
Napoli. Fine giugno del 1954. Il Teatro San Carlo è gremito all’inverosimile. La platea del Congresso nazionale della Democrazia Cristiana è affascinata dal carisma dell’oratore; ma allo stesso tempo spaventata dalle sue condizioni di salute.
“ Presidente, tenga!” Alcide prende il fazzoletto e si deterge la fronte grondante di sudore. La malattia lo costringe a parlare seduto, più come un vecchio satrapo che come un leader di partito. Durante l’intervallo del discorso gli viene praticata un’iniezione di caffeina, perché possa arrivare in fondo a quel discorso, a quel testamento politico. “Solo se siamo uniti siamo forti. Se siamo forti siamo liberi di agire”, dice quella voce impastata dalla malattia. “Solo se siamo uniti”… ascoltano i delegati già divisi in correnti; e poi saltano come grilli ad applaudire, fanno una teatrale standing ovation, ma dentro, negli angoli più nascosti della coscienza stanno dicendo a se stessi che le cose vanno cambiate, stanno progettando di trasformare il modo di fare politica. Perché così – dicono – è davvero troppo… La politica non può essere una missione… Se la politica deve ridurti a quella maniera, allora tanto vale cambiare mestiere. In quel momento la Politica con la p maiuscola dà il via alla metamorfosi, inizia a fare posto alla sua sorella più scema: quella con la p minuscola.
Alcide esce dal Teatro San Carlo e per lui è come uscire dalla storia politica del proprio Paese e prepararsi ad uscire dalla propria stessa esistenza. E’ in un certo senso in quel momento che il partito lo riconsegna alla famiglia, restituito come un oggetto preso a prestito, come un uomo “prestato all’Italia” restituito dopo l’uso. Già, restituito… Ma in quali condizioni? Angosciato, triste, malato, ma soprattutto stanco. Tanto, tanto stanco.
Bisogna prendere il treno, andare a Sella, in Trentino, tra quei monti gonfi di ossigeno e di voglia di vivere. Perché abbandonare così la speranza? In fondo, fino ad allora quel mese in montagna lo aveva aiutato a riprendersi, a smaltire le tossine del lavoro, era riuscito a dargli ogni volta nuova linfa. E poi quel nome – Sella – sembra un invito a rimettersi in sella, appunto. Ma c’è una vocina dentro, flebile, appena percettibile che già sussurra la parola fine. La montagna fa bene, certo, ma non può nulla contro il Destino.
Quei giorni d’agosto, nella casa in Val di Sella, sono strani. Segnati da un’attesa misteriosa. Donna Francesca e le figlie si scambiano eloquenti occhiate, tra loro aleggia qualcosa; una sensazione, uno stato d’animo che nessuno, però, osa confessare.
Per Alcide sono lontani i giorni delle lunghe passeggiate nei boschi, della ricerca dei funghi, della messa alla chiesetta di S. Lorenzo, delle partite a bocce all’Hotel Paradiso. Le escursioni, quest’anno, si sono ridotte a pochi passi fuori dall’uscio, sotto braccio a Maria Romana, con addosso un golfino che fa ridere il sole di agosto. Un corpo magro, scheletrico, che però sembra pesare una tonnellata. Ma se il corpo è incollato ai prati di Sella, la mente di Alcide vola. Si alza come un aereo supersonico e si precipita a Bruxelles, dove si sta decidendo cosa fare di questa cosa nuova di cui si parla tanto: l’Europa. Quel vecchio trentino malato si aggrappa a questa impellenza, ignora l’alito fetido della morte, prende il telefono, chiama Roma, Fanfani, Scelba, quelli che potrebbero fare, e parla, a fatica: “Se potessi essere lì, io saprei come fare…” Ma Alcide non ci può essere, accidenti! Non può essere dappertutto. Non può vivere per sempre.
Al mattino del diciannove, una lunga fila di macchine nere riempie la strada che, attraverso mille tornanti, da Borgo porta su, in Sella. E’ il 1954. Chi le ha mai viste tante automobili tutte assieme? Nella notte Alcide ha avuto l’ennesimo attacco di cuore, quello che se lo porta via. La notizia lascia l’Italia attonita. E’ una di quelle notizie che puoi aspettarti quanto vuoi, puoi passarci degli anni ad attenderla, ma quando giunge ti fa l’effetto di un pugno sulla faccia.
Eccolo quel volto, composto, circondato di ciclamini profumati, li hanno appena portati i bambini dell’asilo di Borgo. Alcide sul letto di morte ha il volto disteso, privo di tensioni, preoccupazioni, pensieri, doveri. Un volto finalmente rilassato. E diverso. Come se l’ansia di fare degli ultimi dieci anni gli avesse alterato i lineamenti dandogli il volto di un’altra persona.
Eppoi c’è un fatto: Alcide ha girato il mondo; è stato a lungo a Vienna e a Roma, eppure il Destino gli fa lasciare la vita proprio lì, in quell’angolo di mondo, all’ombra dei faggi. Così, sono tanti gli uomini di potere costretti ad arrampicarsi fin lassù, a mescolarsi con la gente semplice di montagna, a piangere il loro stesso pianto. E appare inevitabile che il viaggio del feretro verso la sepoltura di Roma si trasformi in una sorta di rito collettivo, nella catarsi di un popolo che, dopo la follia della guerra, è ancora alla ricerca di una propria identità. Che scene attorno a quel treno fermato in ogni stazione, in aperta campagna, addirittura. E in ogni sosta gli onori, i sindaci, i vescovi, gli italiani che applaudono come si fa al passaggio di un vincitore. Dal Polesine alla Romagna, sulle rive dell’Arno come su quelle del Tevere. La folla commossa vuole ascoltare l’ultimo comizio di Alcide, il più lungo, il più speciale: quello fatto interamente di silenzio.
La Democrazia Cristiana ha voluto seppellirlo nella basilica romana di S. Lorenzo. I valligiani lo avrebbero voluto tra i boschi del Trentino, magari sotto ad uno di quei faggi che ci sono a Sella. Roma o Trentino? Mio o tuo? Già il giorno dopo, ha inizio questa specie di sport in cui vince chi si dimostra più bravo nel rivendicare l’eredità di Alcide Degasperi, Presidente della Ricostruzione. Uno sport molto apprezzato, molto praticato ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, da atleti che spesso non sanno nulla di quell’uomo, non ne hanno letti i discorsi, gli articoli, o le immense “Lettere dalla prigione”. Atleti dopati dalla presunzione della conoscenza.
La verità che forse gli epigoni ignorano è che Alcide non apparteneva né agli uni né agli altri. Non apparterrà mai a nessuno, per il semplice fatto che è sempre stato e sarà di tutti: degli italiani poveri, ricchi, sani, storpi, generosi, arroganti, egoisti, amici e nemici. Di tutti. Un italiano al di sopra di ogni sospetto, un italiano talmente italiano che al posto di tante vuote rivendicazioni e di tanti ricordi sfuocati avrebbe desiderato la semplice epigrafe di Ungaretti: “E in questa uniforme di tuo soldato mi riposo come fosse la culla di mio padre”. Un soldato d’Italia sepolto assieme alle sue armi più care e micidiali: la pazienza, il realismo, la dignità.
Napoli. Fine giugno del 1954. Il Teatro San Carlo è gremito all’inverosimile. La platea del Congresso nazionale della Democrazia Cristiana è affascinata dal carisma dell’oratore; ma allo stesso tempo spaventata dalle sue condizioni di salute.
“ Presidente, tenga!” Alcide prende il fazzoletto e si deterge la fronte grondante di sudore. La malattia lo costringe a parlare seduto, più come un vecchio satrapo che come un leader di partito. Durante l’intervallo del discorso gli viene praticata un’iniezione di caffeina, perché possa arrivare in fondo a quel discorso, a quel testamento politico. “Solo se siamo uniti siamo forti. Se siamo forti siamo liberi di agire”, dice quella voce impastata dalla malattia. “Solo se siamo uniti”… ascoltano i delegati già divisi in correnti; e poi saltano come grilli ad applaudire, fanno una teatrale standing ovation, ma dentro, negli angoli più nascosti della coscienza stanno dicendo a se stessi che le cose vanno cambiate, stanno progettando di trasformare il modo di fare politica. Perché così – dicono – è davvero troppo… La politica non può essere una missione… Se la politica deve ridurti a quella maniera, allora tanto vale cambiare mestiere. In quel momento la Politica con la p maiuscola dà il via alla metamorfosi, inizia a fare posto alla sua sorella più scema: quella con la p minuscola.
Alcide esce dal Teatro San Carlo e per lui è come uscire dalla storia politica del proprio Paese e prepararsi ad uscire dalla propria stessa esistenza. E’ in un certo senso in quel momento che il partito lo riconsegna alla famiglia, restituito come un oggetto preso a prestito, come un uomo “prestato all’Italia” restituito dopo l’uso. Già, restituito… Ma in quali condizioni? Angosciato, triste, malato, ma soprattutto stanco. Tanto, tanto stanco.
Bisogna prendere il treno, andare a Sella, in Trentino, tra quei monti gonfi di ossigeno e di voglia di vivere. Perché abbandonare così la speranza? In fondo, fino ad allora quel mese in montagna lo aveva aiutato a riprendersi, a smaltire le tossine del lavoro, era riuscito a dargli ogni volta nuova linfa. E poi quel nome – Sella – sembra un invito a rimettersi in sella, appunto. Ma c’è una vocina dentro, flebile, appena percettibile che già sussurra la parola fine. La montagna fa bene, certo, ma non può nulla contro il Destino.
Quei giorni d’agosto, nella casa in Val di Sella, sono strani. Segnati da un’attesa misteriosa. Donna Francesca e le figlie si scambiano eloquenti occhiate, tra loro aleggia qualcosa; una sensazione, uno stato d’animo che nessuno, però, osa confessare.
Per Alcide sono lontani i giorni delle lunghe passeggiate nei boschi, della ricerca dei funghi, della messa alla chiesetta di S. Lorenzo, delle partite a bocce all’Hotel Paradiso. Le escursioni, quest’anno, si sono ridotte a pochi passi fuori dall’uscio, sotto braccio a Maria Romana, con addosso un golfino che fa ridere il sole di agosto. Un corpo magro, scheletrico, che però sembra pesare una tonnellata. Ma se il corpo è incollato ai prati di Sella, la mente di Alcide vola. Si alza come un aereo supersonico e si precipita a Bruxelles, dove si sta decidendo cosa fare di questa cosa nuova di cui si parla tanto: l’Europa. Quel vecchio trentino malato si aggrappa a questa impellenza, ignora l’alito fetido della morte, prende il telefono, chiama Roma, Fanfani, Scelba, quelli che potrebbero fare, e parla, a fatica: “Se potessi essere lì, io saprei come fare…” Ma Alcide non ci può essere, accidenti! Non può essere dappertutto. Non può vivere per sempre.
Al mattino del diciannove, una lunga fila di macchine nere riempie la strada che, attraverso mille tornanti, da Borgo porta su, in Sella. E’ il 1954. Chi le ha mai viste tante automobili tutte assieme? Nella notte Alcide ha avuto l’ennesimo attacco di cuore, quello che se lo porta via. La notizia lascia l’Italia attonita. E’ una di quelle notizie che puoi aspettarti quanto vuoi, puoi passarci degli anni ad attenderla, ma quando giunge ti fa l’effetto di un pugno sulla faccia.
Eccolo quel volto, composto, circondato di ciclamini profumati, li hanno appena portati i bambini dell’asilo di Borgo. Alcide sul letto di morte ha il volto disteso, privo di tensioni, preoccupazioni, pensieri, doveri. Un volto finalmente rilassato. E diverso. Come se l’ansia di fare degli ultimi dieci anni gli avesse alterato i lineamenti dandogli il volto di un’altra persona.
Eppoi c’è un fatto: Alcide ha girato il mondo; è stato a lungo a Vienna e a Roma, eppure il Destino gli fa lasciare la vita proprio lì, in quell’angolo di mondo, all’ombra dei faggi. Così, sono tanti gli uomini di potere costretti ad arrampicarsi fin lassù, a mescolarsi con la gente semplice di montagna, a piangere il loro stesso pianto. E appare inevitabile che il viaggio del feretro verso la sepoltura di Roma si trasformi in una sorta di rito collettivo, nella catarsi di un popolo che, dopo la follia della guerra, è ancora alla ricerca di una propria identità. Che scene attorno a quel treno fermato in ogni stazione, in aperta campagna, addirittura. E in ogni sosta gli onori, i sindaci, i vescovi, gli italiani che applaudono come si fa al passaggio di un vincitore. Dal Polesine alla Romagna, sulle rive dell’Arno come su quelle del Tevere. La folla commossa vuole ascoltare l’ultimo comizio di Alcide, il più lungo, il più speciale: quello fatto interamente di silenzio.
La Democrazia Cristiana ha voluto seppellirlo nella basilica romana di S. Lorenzo. I valligiani lo avrebbero voluto tra i boschi del Trentino, magari sotto ad uno di quei faggi che ci sono a Sella. Roma o Trentino? Mio o tuo? Già il giorno dopo, ha inizio questa specie di sport in cui vince chi si dimostra più bravo nel rivendicare l’eredità di Alcide Degasperi, Presidente della Ricostruzione. Uno sport molto apprezzato, molto praticato ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, da atleti che spesso non sanno nulla di quell’uomo, non ne hanno letti i discorsi, gli articoli, o le immense “Lettere dalla prigione”. Atleti dopati dalla presunzione della conoscenza.
La verità che forse gli epigoni ignorano è che Alcide non apparteneva né agli uni né agli altri. Non apparterrà mai a nessuno, per il semplice fatto che è sempre stato e sarà di tutti: degli italiani poveri, ricchi, sani, storpi, generosi, arroganti, egoisti, amici e nemici. Di tutti. Un italiano al di sopra di ogni sospetto, un italiano talmente italiano che al posto di tante vuote rivendicazioni e di tanti ricordi sfuocati avrebbe desiderato la semplice epigrafe di Ungaretti: “E in questa uniforme di tuo soldato mi riposo come fosse la culla di mio padre”. Un soldato d’Italia sepolto assieme alle sue armi più care e micidiali: la pazienza, il realismo, la dignità.