Note all'uscita del libro
07/03/07 11:43
Condensare la vita di Alcide Degasperi in poche righe
non è certamente pensabile. Sarebbe come provare a
fare un riassunto del vocabolario, o una sintesi
della Treccani. Quello che allora si potrebbe provare
a fare è spiegare al lettore lo stato d’animo di chi
con la storia di quell’uomo, con la sua memoria, ci
convive da diversi anni.
Quando, un po’ per gioco un po’ per curiosità, ho cominciato ad “occuparmi di lui”, il mio proposito era quello di fare un lavoro onesto, originale, pulito, ma di non coinvolgermi emotivamente. Ebbene, non è stato possibile farlo. La vita di Alcide, il suo cuore, la sua passione al “vero”, la sua dedizione alle umane esigenze di bellezza, verità e giustizia mi hanno conquistato.
All’inizio l’ho trovato un personaggio freddo, altero, un po’ antipatico, addirittura. Poi, mi sono accorto di una cosa molto importante.
C’è una frase della sig.ra Maria Romana, la primogenita del Presidente, che dice: “...non importa non averti conosciuto, non importa non esserti stato vicino, poiché basta saper guardare, essere disposti a crederti, ad amarti. Chi non è pronto a questo non ti troverà”.
Proprio così. Un personaggio così carismatico, con una vita lunga e densa come mille vite, non lo puoi capire con lo studio, non lo puoi comprendere appieno con la mera erudizione. Ecco dove stava il segreto: bisognava essere disposti ad amarlo.
Allora mi sono messo in gioco veramente. Mi sono buttato in questo progetto con tutto me stesso. Ed ecco che, col passare dei mesi, quella “statua di ghiaccio” cominciava a sciogliersi e diventava sempre più simile ad un uomo, ad un padre di famiglia, ad un marito affettuoso. La freddezza e l’austerità lasciavano il posto al calore, ad un’umanità impensata.
Così ho imparato a convivere con lui, con le sue battaglie, i suoi impegni; ho imparato a volergli bene. Abbiamo lottato contro gli stessi avversari, abbiamo gioito delle stesse vittorie, ci siamo dati da fare per risolvere, ancora una volta, gli stessi problemi.
In questi mesi, mi sono convinto di una cosa: l’artista non può tenere una gamba dentro ed una fuori. Lo possono fare i mercanti disonesti, gli impavidi cambiavalute, gli storici in malafede, i cattivi maestri. L’artista no.
Così, ho ripercorso la vita del grande Statista trentino con solerzia, costanza e amore; quello stesso amore di cui la sig.ra Maria Romana auspica la presenza ogni qual volta ci si voglia occupare dell’opera del padre. Così è nato “Caro Alcide”, un testo che, ancora prima di essere pubblicato, ha incontrato il consenso dei tanti storici, giornalisti e politici a cui ho voluto sottoporlo. Senza l’incoraggiamento di alcuni tra loro, il libro non sarebbe mai nato.
Lo so. Il libro non piacerà a tutti. Ci sarà qualcuno che sicuramente storcerà il naso; qualcuno per cui la Storia rimane intoccabile, come un sacrario, come un cumulo di cose morte, come una mummia che a toccarla va in frantumi. Probabilmente ci sarà pure chi – un po’ per moda un po’ per pigrizia mentale – arriverà ad accusarmi di revisionismo; ma io non posso farci niente se la Storia è sempre una revisione; credo sia nella sua stessa natura esserlo. Altrimenti, – come sosteneva Indro Montanelli – che senso avrebbe scrivere ancora altri libri?
La Storia non dovrebbe insegnare solo come e quando i fatti sono accaduti, ma principalmente spiegarne il perché. Solo così Essa potrà esserci di aiuto, per trovare – nel Passato – una risposta alle mille assillanti domande che questo nostro Presente, così controverso e difficile, continuamente ci pone.
Io non voglio rubare il mestiere agli storici. Se mi sono occupato di Storia è perché è stato il suo stesso fascino a tentarmi, è stata la Storia a scegliere me e non viceversa.
No, non sono uno storico. Sono solo un narratore prestato alla Storia, così come Alcide Degasperi amò definirsi “Un trentino prestato all’Italia”.
Con questo libro ho voluto solo rendere omaggio ad un uomo che ha sacrificato tutta la propria vita per un’Idea: per il Trentino prima, per l’Italia poi, per l’Europa, alla fine.
p.l.
Caldonazzo, novembre 2003
Quando, un po’ per gioco un po’ per curiosità, ho cominciato ad “occuparmi di lui”, il mio proposito era quello di fare un lavoro onesto, originale, pulito, ma di non coinvolgermi emotivamente. Ebbene, non è stato possibile farlo. La vita di Alcide, il suo cuore, la sua passione al “vero”, la sua dedizione alle umane esigenze di bellezza, verità e giustizia mi hanno conquistato.
All’inizio l’ho trovato un personaggio freddo, altero, un po’ antipatico, addirittura. Poi, mi sono accorto di una cosa molto importante.
C’è una frase della sig.ra Maria Romana, la primogenita del Presidente, che dice: “...non importa non averti conosciuto, non importa non esserti stato vicino, poiché basta saper guardare, essere disposti a crederti, ad amarti. Chi non è pronto a questo non ti troverà”.
Proprio così. Un personaggio così carismatico, con una vita lunga e densa come mille vite, non lo puoi capire con lo studio, non lo puoi comprendere appieno con la mera erudizione. Ecco dove stava il segreto: bisognava essere disposti ad amarlo.
Allora mi sono messo in gioco veramente. Mi sono buttato in questo progetto con tutto me stesso. Ed ecco che, col passare dei mesi, quella “statua di ghiaccio” cominciava a sciogliersi e diventava sempre più simile ad un uomo, ad un padre di famiglia, ad un marito affettuoso. La freddezza e l’austerità lasciavano il posto al calore, ad un’umanità impensata.
Così ho imparato a convivere con lui, con le sue battaglie, i suoi impegni; ho imparato a volergli bene. Abbiamo lottato contro gli stessi avversari, abbiamo gioito delle stesse vittorie, ci siamo dati da fare per risolvere, ancora una volta, gli stessi problemi.
In questi mesi, mi sono convinto di una cosa: l’artista non può tenere una gamba dentro ed una fuori. Lo possono fare i mercanti disonesti, gli impavidi cambiavalute, gli storici in malafede, i cattivi maestri. L’artista no.
Così, ho ripercorso la vita del grande Statista trentino con solerzia, costanza e amore; quello stesso amore di cui la sig.ra Maria Romana auspica la presenza ogni qual volta ci si voglia occupare dell’opera del padre. Così è nato “Caro Alcide”, un testo che, ancora prima di essere pubblicato, ha incontrato il consenso dei tanti storici, giornalisti e politici a cui ho voluto sottoporlo. Senza l’incoraggiamento di alcuni tra loro, il libro non sarebbe mai nato.
Lo so. Il libro non piacerà a tutti. Ci sarà qualcuno che sicuramente storcerà il naso; qualcuno per cui la Storia rimane intoccabile, come un sacrario, come un cumulo di cose morte, come una mummia che a toccarla va in frantumi. Probabilmente ci sarà pure chi – un po’ per moda un po’ per pigrizia mentale – arriverà ad accusarmi di revisionismo; ma io non posso farci niente se la Storia è sempre una revisione; credo sia nella sua stessa natura esserlo. Altrimenti, – come sosteneva Indro Montanelli – che senso avrebbe scrivere ancora altri libri?
La Storia non dovrebbe insegnare solo come e quando i fatti sono accaduti, ma principalmente spiegarne il perché. Solo così Essa potrà esserci di aiuto, per trovare – nel Passato – una risposta alle mille assillanti domande che questo nostro Presente, così controverso e difficile, continuamente ci pone.
Io non voglio rubare il mestiere agli storici. Se mi sono occupato di Storia è perché è stato il suo stesso fascino a tentarmi, è stata la Storia a scegliere me e non viceversa.
No, non sono uno storico. Sono solo un narratore prestato alla Storia, così come Alcide Degasperi amò definirsi “Un trentino prestato all’Italia”.
Con questo libro ho voluto solo rendere omaggio ad un uomo che ha sacrificato tutta la propria vita per un’Idea: per il Trentino prima, per l’Italia poi, per l’Europa, alla fine.
p.l.
Caldonazzo, novembre 2003