Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

"Se Degasperi non fosse nato", Trentino 13.02.2004

Pietro scese dalla bici e si passò la mano sulla barba di una settimana. Aveva giurato a se stesso di non radersi fino al giorno in cui avrebbe passato il confine. Nel binocolo le figurine dei militari si agitavano come marionette. L'accampamento sembrava sbucato dal nulla. Tende, automezzi e truppe di cui non c'era traccia venti giorni prima, quando Pietro aveva fatto l'ultimo sopralluogo. Più dietro, oltre la cortina, oltre il Brennero, l'Austria stava seduta come un vitello grasso.
Il tricolore dell'accampamento garriva allegramente. Il vento lo sbatacchiava qua e là, ora celando ora mostrando una stella rossa, una macchia appuntita che sporcava il bianco, come un buco, come una ferita.
Olga gliel'aveva detto un sacco di volte. "Lassù ci sono soldati ovunque". Lascia-perdere-le-montagne era il suo ritornello. Eppure non riusciva ad essere convincente. Come quando diceva di volergli bene. O le volte in cui giurava e spergiurava che con suo padre lei aveva chiuso, che la vita era sua e voleva viverla a modo suo.
Ma andare giù, al sud, a mettere il proprio destino in un motoscafo e poi puntare verso le coste della Grecia a Pietro era sembrato rischioso oltre che costoso.
Pensava a lei anche adesso. In quella posizione scomoda. Quella di chi sospetta della propria donna. Di una che ti lascia andare, ti manda avanti, ti dice "prova dove c'è quel traliccio", perché ha un conto da chiudere con un padre terribile e con un passato ingombrante. Che per Olga erano la stessa cosa. E ad aiutarla ci sarebbe stato ancora lui, l'amico Marcello, quel bulgaro dal nome truccato.
E che quel nome non era il suo, Pietro lo aveva scoperto il giorno del matrimonio con Olga, quando lui le aveva fatto gli auguri e lei lo aveva chiamato con una serie di consonanti.
La Fiat Cremlino della ronda si fermò davanti ai pensieri di Pietro.
Scesero due militari. Erano talmente vicini che Pietro sentiva il loro fiato che sapeva di vino. E di paura.
Uno, magro, con i capelli rossi, si accese una sigaretta. L'altro, più rotondo, con la faccia da siciliano, si slacciò la mimetica e si mise a pisciare.
" Non ce la faremo mai..." sospirò stancamente. "Ci stanno affamando, capisci? Come fanno con quei cani... Dai... Quelli da combattimento. Li fanno diventare pazzi per la fame."
" Così non hanno più paura", disse quello che fumava.
" Già. Ammazzerebbero un elefante"
" In ogni caso, stai calmo compagno. Il colonnello è in contatto diretto con Mosca. Eppure a Roma... è tutto sotto controllo", concluse chiudendosi la mimetica.
" Balle!", urlacchiò il rosso tenendosi il fumo nei polmoni. "Quello è un bugiardo. Per quanto ne sappiamo quei cani di occidentali sono qui, dietro la porta... L'associazione di quei cani potrebbe essere già sbarcata da qualche parte, magari in Sicilia, a casa tua. Associazione di merda..."
" Nato, si chiama Nato", disse il siciliano, vantandosi un po'.
" E a Roma? Che diavolo fanno a Roma? Il Presidente, gli oligarchi che stanno facendo?"
" E chi lo sa..."
" Te lo dico io chi lo sa.... Quelli si preparano. Sono mesi che stanno studiando il modo di riciclarsi, sono mesi che sanno come sarebbe finita."
E' vero, pensò Pietro. Noi viviamo e qualcuno sta già pensando a come vivremo domani, qualcuno ci sta già progettando un futuro. Mentre pensava ciò, la Fiat Cremlino sparì in breve dietro il cancello dell'accampamento.
I pensieri sbattevano tra loro nella testa. Pietro non poteva fare a meno di ripensare al suo Paese, all'Italia rossa del Patto di Varsavia, la nazione che era diventata il vanto di Mosca, il gioiellino che Palmiro Togliatti aveva aggiunto al forziere dell'est europeo.
Adesso aggredita, assediata dall'occidente, da un sogno opposto, diverso, sconosciuto. Forse qualcuno lo aveva previsto anni prima. Forse lo sapevano già i capi, quelli che avevano combattuto durante la guerra e che dopo la guerra si sedettero indisturbati sulle poltrone del potere a favoleggiare la repubblica socialista d'Italia.
Una favola. Ecco cos'era diventata. Cos'era sempre stata.
Pietro strinse forte i pugni. Anche lui aveva creduto alle parole, alle vere leggende delle bandiere rosse. Ce l'aveva davanti agli occhi, Togliatti, il giorno del giuramento al Quirinale, tutta quella speranza, troppa, come una torta troppo dolce che poi ti fa vomitare. O quando avevano cacciato il Re.
Si era divertito Pietro. E' facile divertirsi quando si fa finta di non vedere, di essere stupido, quando ci si tengono dentro le cose da dire e si pensa di conservarle, perché possono servire dopo, come una scorta di stupidaggini.
Sì, erano stati momenti felici. Ma non veri. Troppo sospesi per toccare terra.
Quel giorno, la vittoria alle elezioni del '48, in piazza, a far festa con Olga, col bulgaro e quella sua faccia da amico. Non si dormiva più, tanta era la frenesia di urlare, di liberarsi dall'armatura della guerra, senza accorgersi di indossare una camicia di forza.
Sorrise Pietro a rivedersi com'era allora. A ballare come pazzi. A sbeffeggiare i democratici, gli sconfitti, rei di non essere stati in grado di trovare un capo, un leader che potesse competere con il carisma Togliatti. E poi tutte quelle storie che si erano inventati, sui preti ammazzati, sui cattolici fatti sparire. Lo sapevano tutti che erano chiacchiere. Quelli li aveva fatti sparire il Vaticano. Certo. Scappati come conigli. O come conigli chiusi in gabbia, nella fortezza del Papa, con tutti quei soldati inglesi, francesi, americani a fare la guardia per sempre.
Pietro aveva la vista offuscata. Non dormiva da quasi quarantott'ore. Eppure riconobbe quell'uomo ritto sulla collinetta, a due passi da lì. Era immobile, aveva una sigaretta accesa in bocca, un nome impronunciabile e un braccio dritto davanti a sé. A quel braccio ci stava attaccato una mano, e alla mano un dito. Il dito indicava Pietro, nascosto dietro il cespuglio, accanto al traliccio.
Mentre i militari lo prendevano, un aereo inglese passava sopra le loro teste. La sirena d'allarme echeggiò dall'accampamento. Pietro fu colpito. Da un pugno più che dalla sorpresa.
Il braccio del siciliano strinse forte la gola. Pietro si sentì la vita scappare. La mimetica puzzava di vino e di follia. E proprio sulla spalla stava quella mostrina tricolore. Verde, rosso e in mezzo il bianco. Le stella rossa era quasi svanita.
Quasi non si vedeva più.