«Caro Alcide»: lo statista riscoperto

Dopo il successo de «Il racconto del Cermis» il nuovo lavoro di Pino Loperfido è su Degasperi
In un monologo schietto e drammatico la vita dell'uomo pubblico e privato

Ci voleva un «non trentino» per rivolgersi ad Alcide De Gasperi, a 50 anni dalla sua morte, con una «Caro Alcide...», allo stesso tempo confidenziale e rispettoso, commosso e curioso della sua vita, nel secolo breve e lunghissimo che è stato il Novecento, fra due guerre e una pace che ancora non vuole realizzarsi.
«Caro Alcide...». Chi l'avrebbe chiamato così - De Gasperi - se non forse la moglie Francesca? Per il Trentino il grande statista fa quasi parte del paesaggio, viene dato per scontato (e dimenticato), come un bosco o una montagna. E' là. Ora sono però i giovani che non l'hanno conosciuto, ma che ne sentono la presenza (o la nostalgia) lontana, al di là degli anniversari d'occasione, a volerlo riscoprire, a ricercarlo nei rapporti con una terra che può appartenere a patrie diverse (come era il Trentino, come è l'Europa), a scrutarlo nei suoi rapporti con la politica, con la famiglia, con Dio.
Dopo il successo de «Il racconto del Cermis» il nuovo lavoro di Pino Loperfido è su Degasperi
In un monologo schietto e drammatico la vita dell'uomo pubblico e privato

Ci voleva un «non trentino» per rivolgersi ad Alcide De Gasperi, a 50 anni dalla sua morte, con una «Caro Alcide...», allo stesso tempo confidenziale e rispettoso, commosso e curioso della sua vita, nel secolo breve e lunghissimo che è stato il Novecento, fra due guerre e una pace che ancora non vuole realizzarsi.
«Caro Alcide...». Chi l'avrebbe chiamato così - De Gasperi - se non forse la moglie Francesca? Per il Trentino il grande statista fa quasi parte del paesaggio, viene dato per scontato (e dimenticato), come un bosco o una montagna. E' là. Ora sono però i giovani che non l'hanno conosciuto, ma che ne sentono la presenza (o la nostalgia) lontana, al di là degli anniversari d'occasione, a volerlo riscoprire, a ricercarlo nei rapporti con una terra che può appartenere a patrie diverse (come era il Trentino, come è l'Europa), a scrutarlo nei suoi rapporti con la politica, con la famiglia, con Dio. «Caro Alcide...»: non tanto per confidenza, quanto per ricercare dall'uomo così austero una parola diretta, un'attenzione personale di incoraggiamento, la condivisione di quel suo stile non più ripetuto, che dovrà pur tornare ad essere punto di riferimento per una nuova stagione morale della convivenza, della politica. Come un figlio che dopo un lungo silenzio ritrova il suo vero padre. «Caro Alcide», è il nuovo testo drammatico che Pino Loperfido - l'autore del tragico, intenso, fortunatissimo «Racconto del Cermis» - ha voluto dedicare ad Alcide Degasperi. Dal Cermis a De Gasperi? Sì. Loperfido, che il Trentino vive, ed ama, e scruta, ha individuato questi due estremi come poli opposti di una tensione sotterranea in questa terra, capaci di una scintilla che valga a dare significato alla sua intera storia. Da un lato la tragedia del Cermis, i fili spezzati dagli aerei predatori della guerra globale, dall'altro l'uomo solo, che nella sua solitudine, pagando di persona incomprensioni, ingiustizie, ed anche insulti, costruisce, ricostruisce sulle macerie della storia. E degli uomini. La «storia» del Cermis è stata l'evento teatrale nazionale dell'anno passato. Portata in scena dal Teatro Stabile di Bolzano ha già ottenuto 120 repliche nella straordinaria interpretazione di Andrea Castelli. «Caro Alcide: Degasperi Alcide, Amedeo, Francesco, storia di un italiano», è ancora un copione di 90 pagine, rilegato in una copertina gialla, in attesa di essere letto, interpretato, annunciato ai giovani attraverso quella forma di comunicazione che è il teatro, l'incontro diretto delle parole, delle voci, dei corpi, delle emozioni. E' nel teatro che crescono le coscienze.
Chi ha letto il copione vi si è riconosciuto per il linguaggio diretto, per la ricostruzione schietta, non ipocrita degli avvenimenti, per le emozioni e i giudizi che il testo comunica nello scandire i colloqui con De Gasperi (il «ricordargli», da parte dell'autore, le tappe della sua vita) con i secchi flash d'agenzia che riportano la drammaticità degli avvenimenti storici, alternati poi a commenti «popolari» in dialetto che esprimono invece, quasi in un controcanto, i sentimenti della gente umile, di quel popolo per il quale De Gasperi lavorava e che De Gasperi amava. Il copione è stato letto da Maria Romana (in realtà non è così, n.d.a.), la figlia dello statista, e le è piaciuto. Ora attende di essere diffuso, portato magari nelle scuole visto che la «spinta» che ha portato Pino Loperfido a scriverlo è stata proprio l'incontro con la personalità morale di De Gasperi, la sua salda autenticità. «Mi sono messo a scrivere su De Gasperi - commenta il suo testo Pino Loperfido - colpito da due cose: il silenzio che è sceso su di lui e la sua normalità».
Il silenzio, dopo un accenno di riscoperta dovuto alla causa di beatificazione, è davvero impressionante per una figura di tale livello: «Se un turista, o un viaggiatore curioso, venendo a Trento, patria di De Gasperi, entra in una libreria e chiede un libro su di lui non lo trova. Nelle altre città d'Italia è ancora peggio. Su internet non c'è niente, la bibliografia è scarsa. Ci sono i libri della figlia, qualche ricordo di Andreotti, l'opera di Armando Vadagnini e Paolo Piccoli per la "Panorama"...». Quanto alla «normalità» - continua Loperfido - è proprio ciò che mi ha attirato in lui. Ciò che colpisce è la straordinarietà di quanto ha realizzato pur nel suo essere persona normale, ordinaria. Non era Cesare Battisti, non era il martire». Loperfido ripercorre anche momenti poco noti o rimossi della vita dello statista: la sua prigionia, l'interrogatorio dei fascisti, la caduta del fascismo il 25 luglio, mentre si trovava ospite di Guglielmo Marconi (Umberto Marconi, n.d.a.), il suo commento, che dice tutto sul carattere dell'uomo: «Quando attendi per vent'anni un momento può capitare che la gioia attesa diventi dolore. Non riesco a provare felicità». Questo era De Gasperi. Non si aspettava felicità per sé, cercava di costruire una dimora per la felicità degli altri. Forse per questo, fra tante diffidenze politiche, era amato dalla gente comune.
Ed egli non nelle ville o nei palazzi, ma nella piccola casa di Sella, in Valsugana, cercava i pochi momenti di serenità. E' questa dimensione che ha colpito Loperifdo e l'ha portato a scrivere: l'umanità di De Gasperi, la sua tristezza anche, una vita in apparenza perdente, tradita alla fine dal suo stesso partito, e però vincente sul piano storico, italiano ed europeo.

Franco De Battaglia