Intervento della prof.ssa Maria Garbari
05/12/03 15:21
Il libro di Pino Loperfido non è un lavoro di storia,
ma si fonda sulla storia come appare dalla ricca
appendice (cronologia, notizie biografiche dei
personaggi, bibliografia).
Il linguaggio, lo stile, la stessa successione degli avvenimenti evocati sull’onda della carica emozionale che crea luci e dissolvenze, l’intrecciarsi di più voci compresa quella narrante dell’autore che danno un’impronta teatrale all’opera, hanno un carattere letterario suggestivo, accattivante, spesso commovente. E, proprio per questi caratteri, il libro può dare un insegnamento o suscitare un interesse alla storia soprattutto nei giovani che, nelle aule scolastiche, non hanno mai sentito parlare dell’età di Alcide Degasperi. Una grande figura in un paese che conta pochi veri statisti, almeno per chi, come la sottoscritta, è scettica di fronte ad apostoli, martiri ed eroi, sia pure dei due mondi, perché ritiene che l’arte della politica vada esercitata con la ragione, non con le suggestioni di piazza, né con quelle violente, né con quelle ludiche. In questa prospettiva l’Italia ha avuto – almeno così ritengo – solo tre grandi statisti: Cavour, Giolitti e Degasperi.
Il linguaggio, lo stile, la stessa successione degli avvenimenti evocati sull’onda della carica emozionale che crea luci e dissolvenze, l’intrecciarsi di più voci compresa quella narrante dell’autore che danno un’impronta teatrale all’opera, hanno un carattere letterario suggestivo, accattivante, spesso commovente. E, proprio per questi caratteri, il libro può dare un insegnamento o suscitare un interesse alla storia soprattutto nei giovani che, nelle aule scolastiche, non hanno mai sentito parlare dell’età di Alcide Degasperi. Una grande figura in un paese che conta pochi veri statisti, almeno per chi, come la sottoscritta, è scettica di fronte ad apostoli, martiri ed eroi, sia pure dei due mondi, perché ritiene che l’arte della politica vada esercitata con la ragione, non con le suggestioni di piazza, né con quelle violente, né con quelle ludiche. In questa prospettiva l’Italia ha avuto – almeno così ritengo – solo tre grandi statisti: Cavour, Giolitti e Degasperi.
Il libro di Pino Loperfido non è un lavoro di storia,
ma si fonda sulla storia come appare dalla ricca
appendice (cronologia, notizie biografiche dei
personaggi, bibliografia).
Il linguaggio, lo stile, la stessa successione degli avvenimenti evocati sull’onda della carica emozionale che crea luci e dissolvenze, l’intrecciarsi di più voci compresa quella narrante dell’autore che danno un’impronta teatrale all’opera, hanno un carattere letterario suggestivo, accattivante, spesso commovente. E, proprio per questi caratteri, il libro può dare un insegnamento o suscitare un interesse alla storia soprattutto nei giovani che, nelle aule scolastiche, non hanno mai sentito parlare dell’età di Alcide Degasperi. Una grande figura in un paese che conta pochi veri statisti, almeno per chi, come la sottoscritta, è scettica di fronte ad apostoli, martiri ed eroi, sia pure dei due mondi, perché ritiene che l’arte della politica vada esercitata con la ragione, non con le suggestioni di piazza, né con quelle violente, né con quelle ludiche. In questa prospettiva l’Italia ha avuto – almeno così ritengo – solo tre grandi statisti: Cavour, Giolitti e Degasperi.
Toccherò lievemente l’insegnamento storico che, mi auguro, sarà trasmesso ai lettori di questo volume, Degasperi, fin dall’inizio, (p. 11) è definito “un uomo dello Stato”. Una definizione sulla quale ho sempre insistito, nelle lezioni e nelle pubblicazioni, perché fondamentale alla comprensione del ruolo assunto dallo statista, prima in Austria, poi in Italia e fa chiarezza su molte polemiche nate all’ombra di un nazionalismo spesso strumentalizzato per fini denigratori.
Alcide Degasperi si impegnò nelle strutture amministrative e politiche dell’Austria (Comune di Trento, Dieta Tirolese e, soprattutto, Camera dei deputati) con grande responsabilità e rispetto delle istituzioni. La funzione dello Stato, ed in particolare del legislativo, appariva ai suoi occhi fondamentale. Ma lo Stato al quale guardava non era quello accentrato ed autoritario, bensì quello fondato sul suffragio universale (per il quale egli sostenne una incisiva battaglia), articolato in ampie autonomie con decentramento di funzioni e poteri, con rispetto e tutela di tutte le minoranze. L’Austria, Europa in miniatura, avrebbe potuto realizzare l’unire dei popoli: ed in questo suscitava l’ammirazione e la speranza anche da parte dell’internazionalismo socialista e di diversi liberali. Gli irredentisti, nel Trentino dove tutti puntarono sull’autonomia, costituirono una ristretta minoranza ma non avevano il monopolio dell’italianità. Di nazionalità italiana si dichiararono in molti, anche leali sudditi della autorità costituite, ed italiano si proclamava Degasperi, pronto a difendere “con le unghie” i caratteri nazionali servendosi degli strumenti offerti dalle leggi fondamentali dello Stato.
La guerra lo vide neutralista, non per scarsa italianità, ma perché avverso al flagello del conflitto. Scartata l’ipotesi di riparare in Italia, scelse l’impegno di rimanere per difendere le genti trentine disperse nell’esodo bellico dei profughi, confinati ed internati. Dalle pagine di Loperfido emerge cosa significasse tale scelta, non solo per Degasperi. La storiografia nazionalista imputerà in seguito l’espatrio o il rimanere nel paese all’essere buoni o cattivi italiani, con una miopia ed un astio che peseranno sulla figura di Degasperi non solo nel periodo fascista, ma anche nel secondo dopoguerra. E dalle pagine di Loperfido si evince pure come, a volte, sia più semplice e gratificante indossare la veste e la corona dell’eroe che non impegnarsi nel duro e magari anonimo lavoro di salvaguardia delle popolazioni civili attraverso l’utilizzo delle norme in vigore. Conclusa la guerra, Degasperi fu eletto deputato del parlamento italiano, passando dall’una all’altra sovranità senza crisi di coscienza perché egli era sempre stato italiano. Al nuovo stato chiedeva però di dimettere il centralismo e di assumere il modello autonomistico ritenuto valido per l’intero paese. La nascita e l’avvento del fascismo vennero seguiti (vedi gli articoli su Il Nuovo Trentino) come il crollo delle strutture liberali-democratiche dello Stato, ossia dell’asse portante, l’impalcatura della società civile, difesa con ogni mezzo possibile fino all’instaurarsi del totalitarismo.
La fine del regime e poi della guerra riportano alla ribalta il politico che aveva il senso dello Stato. Non vi è – come appare bene nel lavoro di Loperfido – nessuna rivalsa né ambizione, ma solo la decisione di porsi ancora una volta al servizio di tutti i cittadini. Il potere logora, afferma l’autore, ma chi ce l’ha e lo esercita in modo responsabile. Degasperi, facendosi carico di colpe non sue, si presenta all’assise internazionale, chiedendo solo quello che è possibile ottenere perché l’Italia non ha poteri contrattuali., collocata, com’è, fra i vinti.
Anche il confine al Brennero è dovuto alle decisive dei quattro grandi, anzi di Molotov, che guardano solo agli equilibri internazionali. E l’accordo Degasperi-Gruber, dovuto a due gentiluomini della politica, mirava, in una visione europea, a disinnescare le tensioni provocate dal “già fatto”. Reggere il timone dello Stato è faticoso, sfibrante. Ma il capo del Governo resiste ai colpi assestati dall’esterno e dall’interno: supera con fermezza le minacce di crisi dovute al referendum istituzionale e incassa il durissimo Trattato di Pace. Varata la Costituzione, nelle elezioni politiche dell’aprile 1948 la D.C. ottiene la maggioranza assoluta. E’ una vittoria schiacciante che non scalfisce l’equilibrio dell’uomo di Stato, vale a dire l’uomo di tutto il Paese. Un altro politico, afferma l’autore, drogato da tanto consenso si sarebbe perso nei ghirigori dell’arroganza. Ma sarebbe stato un errore, quello nel quale cadono i dittatori e i dittatorellli. La vittoria non deve significare il monopolio e l’arroganza dle potere. Di qui la chiamata dei laici al governo con la formula del quadripartito. Un insegnamento che dovrebbe essere presente alle nuove generazioni.
Il volume ricorda l’europeismo di Degasperi precisando alcune caratteristiche. Sulla visione internazionale dello statista dovuta alla formazione dottrinale e culturale si è ampiamente indagato ed è ormai stata acquisita dagli studiosi la sua concezione della civiltà europea dove, superati antichi residui di integralismo, egli riconosceva, accanto ai valori cristiani, l’apporto di quelli dovuti al liberalismo e al socialismo. Nell’Europa e nelal Storia egli, con profonda sensibilità umanistica, si impegnava a difendere una identità fatta di civiltà. Questo gli riconosceva lo storico laico Benedetto Croce nell alettera del 1949, riportata da Loperfido: “Che Dio ti aiuti nell abuona volontà di servire l’Italia e di proteggere le sorti pericolanti della civiltà. Laica o non laica che sia”. Ma la strada verso l’Europa si dimostrava irta di difficoltà dovute alla vischiosità di nazionalismi mai dismessi. Se la via politico-istituzionale conosceva tanti ostacoli e rallentava il processo di unificazione, restava il percorso funzionale, ossia l’incontro su interessi di settore relativi al campo dell’economia. Nel 1951, a Parigi, Degasperi partecipava alla fondazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e nel 1953, a Strasburgo, si impegnava nel progetto della Comunità Economica Europea. La nascita della Comunità europe di Difesa (CED) rimaneva però all’apice della sua attività e dei suoi sogni, non per velleità militariste, ma perché ritenuta lo strumento più adatto a legare gli stati europei (Germania compresa) in un progetto capace di realizzare l’intesa politica. Il suo fallimento, che tanto lo amareggiò poco prima della morte, veniva giudicato come in grado di ritardare, per alcuni lustri, l’unione europea.
Gli insegnamenti storici che corrono lungo le pagine del lavoro di Loperfido sono molti ed è impossibile fermarsi su tutti. Mi limito, pertanto, a sottolineare alcuni aspetti relativi alla metodologia della ricerca storica, quasi un appello ed un invito a coloro che si accostano agli accadimenti dell’età contemporanea, ancora vibranti di presenzialità e di emozioni, spesso inquadrati nell’ottica delle scelte politiche.
Degasperi è stato un perseguitato dal regime, inteso a distruggerlo anche come persona, ma “l’onda di rancori personali e di vendette” che si stava gonfiando con la fine della guerra non lo vede quale protagonista. Egli non alimenta la fitta letteratura densa di protagonismi e di disgusto per un Paese che si mostrava diverso da quello sognato negli anni della clandestinità, egli sa tacere sul proprio dramma e lavora per tutti. Con questo metro dovrebbe essere valutata la produzione di testimonianze, ricordi, ricostruzioni storiche apparse nel dopoguerra, per non cadere nell’astrazione dei miti. Perché, scrive Loperfido, sovente la Storia è stata raccontata come se fosse una favola basata sui miti: il mito del nazionaslimo, della vittoria mutilata, della Resistenza, con i buoni e i cattivi, cappuccetto rosso e il lupo. Con espressioni forti e a volte audaci, che costellano un discorso compiuto sempre in forma letteraria, Loperfido ricorda che la Storia ha il dovere di riconsiderare e rivedere il già acquisito sull ascorta di nuove ricerche e la scoperta di nuovi documenti per non cristallizzarsi in conclusioni scontate e definitive (e in ciò “antistoriche”). Lo studioso deve avere il coraggio di ritornare sui suoi passi, di affrontare anche gli eventi scomodi e rimossi magari per opportunità politiche, i “buchi neri” del nostro passato, rendersi conto che la Storia non è la lotta manichea fra il bene e il male, ma è un insieme complesso ed intrecciato di avvenimenti dove la “zona grigia” collocata fra i due estremi (zona alla quale si è aperta la storiografia di oggi) ha avuto un peso determinante nel marcare le caratteristiche e lo sviluppo di ogni società umana.
Maria Garbari
Il linguaggio, lo stile, la stessa successione degli avvenimenti evocati sull’onda della carica emozionale che crea luci e dissolvenze, l’intrecciarsi di più voci compresa quella narrante dell’autore che danno un’impronta teatrale all’opera, hanno un carattere letterario suggestivo, accattivante, spesso commovente. E, proprio per questi caratteri, il libro può dare un insegnamento o suscitare un interesse alla storia soprattutto nei giovani che, nelle aule scolastiche, non hanno mai sentito parlare dell’età di Alcide Degasperi. Una grande figura in un paese che conta pochi veri statisti, almeno per chi, come la sottoscritta, è scettica di fronte ad apostoli, martiri ed eroi, sia pure dei due mondi, perché ritiene che l’arte della politica vada esercitata con la ragione, non con le suggestioni di piazza, né con quelle violente, né con quelle ludiche. In questa prospettiva l’Italia ha avuto – almeno così ritengo – solo tre grandi statisti: Cavour, Giolitti e Degasperi.
Toccherò lievemente l’insegnamento storico che, mi auguro, sarà trasmesso ai lettori di questo volume, Degasperi, fin dall’inizio, (p. 11) è definito “un uomo dello Stato”. Una definizione sulla quale ho sempre insistito, nelle lezioni e nelle pubblicazioni, perché fondamentale alla comprensione del ruolo assunto dallo statista, prima in Austria, poi in Italia e fa chiarezza su molte polemiche nate all’ombra di un nazionalismo spesso strumentalizzato per fini denigratori.
Alcide Degasperi si impegnò nelle strutture amministrative e politiche dell’Austria (Comune di Trento, Dieta Tirolese e, soprattutto, Camera dei deputati) con grande responsabilità e rispetto delle istituzioni. La funzione dello Stato, ed in particolare del legislativo, appariva ai suoi occhi fondamentale. Ma lo Stato al quale guardava non era quello accentrato ed autoritario, bensì quello fondato sul suffragio universale (per il quale egli sostenne una incisiva battaglia), articolato in ampie autonomie con decentramento di funzioni e poteri, con rispetto e tutela di tutte le minoranze. L’Austria, Europa in miniatura, avrebbe potuto realizzare l’unire dei popoli: ed in questo suscitava l’ammirazione e la speranza anche da parte dell’internazionalismo socialista e di diversi liberali. Gli irredentisti, nel Trentino dove tutti puntarono sull’autonomia, costituirono una ristretta minoranza ma non avevano il monopolio dell’italianità. Di nazionalità italiana si dichiararono in molti, anche leali sudditi della autorità costituite, ed italiano si proclamava Degasperi, pronto a difendere “con le unghie” i caratteri nazionali servendosi degli strumenti offerti dalle leggi fondamentali dello Stato.
La guerra lo vide neutralista, non per scarsa italianità, ma perché avverso al flagello del conflitto. Scartata l’ipotesi di riparare in Italia, scelse l’impegno di rimanere per difendere le genti trentine disperse nell’esodo bellico dei profughi, confinati ed internati. Dalle pagine di Loperfido emerge cosa significasse tale scelta, non solo per Degasperi. La storiografia nazionalista imputerà in seguito l’espatrio o il rimanere nel paese all’essere buoni o cattivi italiani, con una miopia ed un astio che peseranno sulla figura di Degasperi non solo nel periodo fascista, ma anche nel secondo dopoguerra. E dalle pagine di Loperfido si evince pure come, a volte, sia più semplice e gratificante indossare la veste e la corona dell’eroe che non impegnarsi nel duro e magari anonimo lavoro di salvaguardia delle popolazioni civili attraverso l’utilizzo delle norme in vigore. Conclusa la guerra, Degasperi fu eletto deputato del parlamento italiano, passando dall’una all’altra sovranità senza crisi di coscienza perché egli era sempre stato italiano. Al nuovo stato chiedeva però di dimettere il centralismo e di assumere il modello autonomistico ritenuto valido per l’intero paese. La nascita e l’avvento del fascismo vennero seguiti (vedi gli articoli su Il Nuovo Trentino) come il crollo delle strutture liberali-democratiche dello Stato, ossia dell’asse portante, l’impalcatura della società civile, difesa con ogni mezzo possibile fino all’instaurarsi del totalitarismo.
La fine del regime e poi della guerra riportano alla ribalta il politico che aveva il senso dello Stato. Non vi è – come appare bene nel lavoro di Loperfido – nessuna rivalsa né ambizione, ma solo la decisione di porsi ancora una volta al servizio di tutti i cittadini. Il potere logora, afferma l’autore, ma chi ce l’ha e lo esercita in modo responsabile. Degasperi, facendosi carico di colpe non sue, si presenta all’assise internazionale, chiedendo solo quello che è possibile ottenere perché l’Italia non ha poteri contrattuali., collocata, com’è, fra i vinti.
Anche il confine al Brennero è dovuto alle decisive dei quattro grandi, anzi di Molotov, che guardano solo agli equilibri internazionali. E l’accordo Degasperi-Gruber, dovuto a due gentiluomini della politica, mirava, in una visione europea, a disinnescare le tensioni provocate dal “già fatto”. Reggere il timone dello Stato è faticoso, sfibrante. Ma il capo del Governo resiste ai colpi assestati dall’esterno e dall’interno: supera con fermezza le minacce di crisi dovute al referendum istituzionale e incassa il durissimo Trattato di Pace. Varata la Costituzione, nelle elezioni politiche dell’aprile 1948 la D.C. ottiene la maggioranza assoluta. E’ una vittoria schiacciante che non scalfisce l’equilibrio dell’uomo di Stato, vale a dire l’uomo di tutto il Paese. Un altro politico, afferma l’autore, drogato da tanto consenso si sarebbe perso nei ghirigori dell’arroganza. Ma sarebbe stato un errore, quello nel quale cadono i dittatori e i dittatorellli. La vittoria non deve significare il monopolio e l’arroganza dle potere. Di qui la chiamata dei laici al governo con la formula del quadripartito. Un insegnamento che dovrebbe essere presente alle nuove generazioni.
Il volume ricorda l’europeismo di Degasperi precisando alcune caratteristiche. Sulla visione internazionale dello statista dovuta alla formazione dottrinale e culturale si è ampiamente indagato ed è ormai stata acquisita dagli studiosi la sua concezione della civiltà europea dove, superati antichi residui di integralismo, egli riconosceva, accanto ai valori cristiani, l’apporto di quelli dovuti al liberalismo e al socialismo. Nell’Europa e nelal Storia egli, con profonda sensibilità umanistica, si impegnava a difendere una identità fatta di civiltà. Questo gli riconosceva lo storico laico Benedetto Croce nell alettera del 1949, riportata da Loperfido: “Che Dio ti aiuti nell abuona volontà di servire l’Italia e di proteggere le sorti pericolanti della civiltà. Laica o non laica che sia”. Ma la strada verso l’Europa si dimostrava irta di difficoltà dovute alla vischiosità di nazionalismi mai dismessi. Se la via politico-istituzionale conosceva tanti ostacoli e rallentava il processo di unificazione, restava il percorso funzionale, ossia l’incontro su interessi di settore relativi al campo dell’economia. Nel 1951, a Parigi, Degasperi partecipava alla fondazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e nel 1953, a Strasburgo, si impegnava nel progetto della Comunità Economica Europea. La nascita della Comunità europe di Difesa (CED) rimaneva però all’apice della sua attività e dei suoi sogni, non per velleità militariste, ma perché ritenuta lo strumento più adatto a legare gli stati europei (Germania compresa) in un progetto capace di realizzare l’intesa politica. Il suo fallimento, che tanto lo amareggiò poco prima della morte, veniva giudicato come in grado di ritardare, per alcuni lustri, l’unione europea.
Gli insegnamenti storici che corrono lungo le pagine del lavoro di Loperfido sono molti ed è impossibile fermarsi su tutti. Mi limito, pertanto, a sottolineare alcuni aspetti relativi alla metodologia della ricerca storica, quasi un appello ed un invito a coloro che si accostano agli accadimenti dell’età contemporanea, ancora vibranti di presenzialità e di emozioni, spesso inquadrati nell’ottica delle scelte politiche.
Degasperi è stato un perseguitato dal regime, inteso a distruggerlo anche come persona, ma “l’onda di rancori personali e di vendette” che si stava gonfiando con la fine della guerra non lo vede quale protagonista. Egli non alimenta la fitta letteratura densa di protagonismi e di disgusto per un Paese che si mostrava diverso da quello sognato negli anni della clandestinità, egli sa tacere sul proprio dramma e lavora per tutti. Con questo metro dovrebbe essere valutata la produzione di testimonianze, ricordi, ricostruzioni storiche apparse nel dopoguerra, per non cadere nell’astrazione dei miti. Perché, scrive Loperfido, sovente la Storia è stata raccontata come se fosse una favola basata sui miti: il mito del nazionaslimo, della vittoria mutilata, della Resistenza, con i buoni e i cattivi, cappuccetto rosso e il lupo. Con espressioni forti e a volte audaci, che costellano un discorso compiuto sempre in forma letteraria, Loperfido ricorda che la Storia ha il dovere di riconsiderare e rivedere il già acquisito sull ascorta di nuove ricerche e la scoperta di nuovi documenti per non cristallizzarsi in conclusioni scontate e definitive (e in ciò “antistoriche”). Lo studioso deve avere il coraggio di ritornare sui suoi passi, di affrontare anche gli eventi scomodi e rimossi magari per opportunità politiche, i “buchi neri” del nostro passato, rendersi conto che la Storia non è la lotta manichea fra il bene e il male, ma è un insieme complesso ed intrecciato di avvenimenti dove la “zona grigia” collocata fra i due estremi (zona alla quale si è aperta la storiografia di oggi) ha avuto un peso determinante nel marcare le caratteristiche e lo sviluppo di ogni società umana.
Maria Garbari