Intervento del prof. Armando Vadagnini
05/12/03 15:22
Vorrei partire da una breve frase che l’autore pone
alla fine di una lunga lista di ringraziamenti.
“Grazie alla mia famiglia che per qualche anno ha
dovuto condividermi con un signore chiamato Alcide”.
E’ una maniera simpatica, ma anche forte per dare un’impronta a tutto il libro, che non ha l’ambizione di essere un libro di storia, ma nemmeno una biografia o soltanto un lusus letterario. La finzione letteraria c’è sicuramente ed è costituita dall’impianto generale del libro, da questo monologo che poi diventa dialogo immaginario con Degasperi Alcide Amedeo Francesco, al quale l’autore si rivolge in maniera schietta e franca, senza peraltro evitare anche problemi imbarazzanti, attorno ai quali pure la ricerca storiografica si sta muovendo per fare chiarezza.
E’ una maniera simpatica, ma anche forte per dare un’impronta a tutto il libro, che non ha l’ambizione di essere un libro di storia, ma nemmeno una biografia o soltanto un lusus letterario. La finzione letteraria c’è sicuramente ed è costituita dall’impianto generale del libro, da questo monologo che poi diventa dialogo immaginario con Degasperi Alcide Amedeo Francesco, al quale l’autore si rivolge in maniera schietta e franca, senza peraltro evitare anche problemi imbarazzanti, attorno ai quali pure la ricerca storiografica si sta muovendo per fare chiarezza.
Vorrei partire da una breve frase che l’autore pone
alla fine di una lunga lista di ringraziamenti.
“Grazie alla mia famiglia che per qualche anno ha
dovuto condividermi con un signore chiamato Alcide”.
E’ una maniera simpatica, ma anche forte per dare un’impronta a tutto il libro, che non ha l’ambizione di essere un libro di storia, ma nemmeno una biografia o soltanto un lusus letterario. La finzione letteraria c’è sicuramente ed è costituita dall’impianto generale del libro, da questo monologo che poi diventa dialogo immaginario con Degasperi Alcide Amedeo Francesco, al quale l’autore si rivolge in maniera schietta e franca, senza peraltro evitare anche problemi imbarazzanti, attorno ai quali pure la ricerca storiografica si sta muovendo per fare chiarezza.
La prima osservazione da fare, dunque, è che l’autore ha subìto il fascino di quel signore, lo ha amato al punto tale da considerarlo uno di famiglia. Lo si capisce anche dall’inizio, quando Degasperi viene presentato con sobrietà come un padre premuroso che rimbocca le coperte e dà la buonanotte ai figli e nipoti dell’Italia ferita e umiliata dalla guerra. C’è, insomma, in tutto il libro questa voglia di scoprire l’umanità di Degasperi, quella più intima, più nascosta, custodita con geloso scrupolo da una personalità peraltro aliena da ogni forma di esibizionismo esteriore. Tutto questo non significa, tuttavia, che gli eventi storici rappresentino la parte meno importante di questo colloquio amichevole tra i due, anzi: il libro in realtà ci presenta la figura di Degasperi come paradigma di vicende storiche complesse e drammatiche che hanno caratterizzato soprattutto la prima metà del secolo ventesimo.
Ecco allora che l’impostazione generale del libro segue innanzitutto un percorso che potremmo definire di “storia evenemenziale”, accompagnata sullo sfondo da un “coro” di voci popolari o di messaggi più freddi e burocratici, come sono i fonogrammi, che ritmano i vari passaggi di questa storia.
La storia evenemenziale, come osserva lo storico francese Philippe Ariès (cfr. Segreti della memoria. Saggi 1943-1983, La Nuova Italia, Firenze 1996, p. 22 ss), è come un “torrentaccio con una forza formidabile, sollecitata da passioni politiche o da spinte economiche”; una forza che attraversa i secoli e determina gli eventi, spesso scontrandosi con progetti e volontà dei singoli uomini o dei singoli popoli. Da questo punto di vista il Novecento è stato veramente un “torrentaccio” impetuoso, carico di eventi drammatici e di aspetti contraddittori, sicché nel consultivo finale si è visto appioppare definizioni non certo lusinghiere [Il secolo di Caino (Cetrano), il secolo delle idee assassine (Robert Conquest), il secolo del male (Alain Besançon), un secolo innominabile (Luciano Cafagna) ecc.] Dall’altra parte però non si possono dimenticare gli aspetti positivi, come il risveglio dei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, l’allargamento del sistema democratico a molti Paesi e soprattutto il progresso che ha interessato il mondo occidentale, garantendo alle persone condizioni di vita migliori rispetto a quelle del passato, come ci viene descritto con lucidità da Sergio Travaglia nel suo libro Maledetta industria.
Degasperi, dunque, vive intensamente questa storia di eventi e di fatti, che qui vengono rievocati con mano leggera, anche se con precisione e puntualità: i fermenti sociali e le battaglie politiche di inizio secolo in Trentino; la diaspora tragica di masse popolari durante la prima guerra mondiale; il fascismo e i totalitarismi che si impongono in Italia e in Europa e portano a una nuova devastante guerra mondiale; le difficoltà del secondo dopoguerra per un’Italia vinta, umiliata e povera, ma poi anche la sua ricostruzione economica e civile, le riforme strutturali e soprattutto il suo inserimento tra le nazioni democratiche del mondo.
La storia evenemenziale, tuttavia, come ho già detto prima, si intreccia con l’altra storia di Degasperi, ossia quella “esistenziale”, intessuta da vicende personali e familiari, che sempre Ariès, paragona a dei “laghi pacifici o segreti”.
Nel caso di Degasperi però bisogna ricordare che di pacifico, anche per quanto riguarda la sua storia esistenziale, ci sia stato ben poco, anzi. Di segreto forse sì, considerato il suo carattere schivo e riservato, ma di pacifico senza dubbio no, perché tutta la sua esistenza, il suo mondo interiore, i suoi ideali, i progetti lo tennero sempre lontano da quel quieto vivere che per il comune mortale si traduce in disimpegno e fa tutt’uno con il proprio “particulare”. In questo dialogo immaginario con Degasperi l’autore alla fine ci consegna il ritratto di un uomo che si è dedicato alla politica come ad una missione, ritenendola un servizio alto, nobile, ma difficile, da svolgere a favore delle persone concrete che aveva vicino (“eri di tutti, sei sempre stato di tutti”, p. 118): dagli arrotini emigrati dal Trentino a Vienna ai suoi colleghi dell’Auct, dai poveri profughi trentini in Austria durante la prima guerra mondiale ai lettori del “Nuovo Trentino”, dagli amici che in clandestinità operavano per far risorgere un partito di ispirazione cristiana ai contadini dei “sassi” di Matera, ai quali Degasperi salvò la vita, come ancora oggi ricordano con riconoscenza gli anziani del quartiere “La Martella”.
Ho parlato di politica come servizio e missione. Si tratta di parole forse logore, che possono suscitare un certo fastidio in chi le ascolta, anche perché oggi vediamo che spesso quelle parole servono da paravento ai politici. Ma per Degasperi quelle non erano solo parole. Mi ha colpito nel libro di Lo perfido la ripetizione di una frase: “Credevi fermamente a quello che dicevi e in quello che facevi” (27, 36).
Da che cosa derivava questa coerenza tra parola e azione?
Penso da due convinzioni profonde. La prima è la sua visione cristiana della vita (il cristianesimo inteso come anima e midollo di tutte le cose, dalla culla alla bara; la sua formazione tra i cristiano-sociali; il fatto che, almeno nella prima parte della sua vita, non agiva da cristiano isolato, ma aveva dietro di sé un movimento cattolico trentino attivo e compatto con a capo il vescovo; l’ottimismo riguardo alla Storia dell’uomo guidata dalla Provvidenza, la coscienza di essere un servo inutile che lo porta a concepire la politica come servizio: ecco allora il trentino prestato all’Italia, il cattolico prestato alla politica, il vecchio papà prestato ad una famiglia più grande ecc.
Seconda convinzione: fiducia nell’uomo, senso civico, attenzione sempre viva al bene comune, lo sguardo aperto a tutta l’umanità (sguardo sull’Europa per vincere ogni forma di nazionalismo). Da qui la forza di carattere, il coraggio di affrontare anche le umiliazioni personali (Parigi, Pio XII, il partito, i sacrifici della ricostruzione ecc.), ma anche la partecipazione alle gioie e alle soddisfazioni di vaste masse di cittadini (l’annessione, il referendum istituzionale, il 18 aprile del ’48).
E’ da questo intreccio di storia di eventi e di storia di un uomo nella sua particolarità che prende luce in tutta la sua grandezza e complessità la figura di Alcide Degasperi, personaggio vivo, che l’autore ha amato con rispetto ed ammirazione, che ha fatto amare anche a noi primi lettori e che ci auguriamo faccia amare a tanti, a tantissimi altri lettori, in particolare ai giovani di oggi.
Armando Vadagnini
E’ una maniera simpatica, ma anche forte per dare un’impronta a tutto il libro, che non ha l’ambizione di essere un libro di storia, ma nemmeno una biografia o soltanto un lusus letterario. La finzione letteraria c’è sicuramente ed è costituita dall’impianto generale del libro, da questo monologo che poi diventa dialogo immaginario con Degasperi Alcide Amedeo Francesco, al quale l’autore si rivolge in maniera schietta e franca, senza peraltro evitare anche problemi imbarazzanti, attorno ai quali pure la ricerca storiografica si sta muovendo per fare chiarezza.
La prima osservazione da fare, dunque, è che l’autore ha subìto il fascino di quel signore, lo ha amato al punto tale da considerarlo uno di famiglia. Lo si capisce anche dall’inizio, quando Degasperi viene presentato con sobrietà come un padre premuroso che rimbocca le coperte e dà la buonanotte ai figli e nipoti dell’Italia ferita e umiliata dalla guerra. C’è, insomma, in tutto il libro questa voglia di scoprire l’umanità di Degasperi, quella più intima, più nascosta, custodita con geloso scrupolo da una personalità peraltro aliena da ogni forma di esibizionismo esteriore. Tutto questo non significa, tuttavia, che gli eventi storici rappresentino la parte meno importante di questo colloquio amichevole tra i due, anzi: il libro in realtà ci presenta la figura di Degasperi come paradigma di vicende storiche complesse e drammatiche che hanno caratterizzato soprattutto la prima metà del secolo ventesimo.
Ecco allora che l’impostazione generale del libro segue innanzitutto un percorso che potremmo definire di “storia evenemenziale”, accompagnata sullo sfondo da un “coro” di voci popolari o di messaggi più freddi e burocratici, come sono i fonogrammi, che ritmano i vari passaggi di questa storia.
La storia evenemenziale, come osserva lo storico francese Philippe Ariès (cfr. Segreti della memoria. Saggi 1943-1983, La Nuova Italia, Firenze 1996, p. 22 ss), è come un “torrentaccio con una forza formidabile, sollecitata da passioni politiche o da spinte economiche”; una forza che attraversa i secoli e determina gli eventi, spesso scontrandosi con progetti e volontà dei singoli uomini o dei singoli popoli. Da questo punto di vista il Novecento è stato veramente un “torrentaccio” impetuoso, carico di eventi drammatici e di aspetti contraddittori, sicché nel consultivo finale si è visto appioppare definizioni non certo lusinghiere [Il secolo di Caino (Cetrano), il secolo delle idee assassine (Robert Conquest), il secolo del male (Alain Besançon), un secolo innominabile (Luciano Cafagna) ecc.] Dall’altra parte però non si possono dimenticare gli aspetti positivi, come il risveglio dei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, l’allargamento del sistema democratico a molti Paesi e soprattutto il progresso che ha interessato il mondo occidentale, garantendo alle persone condizioni di vita migliori rispetto a quelle del passato, come ci viene descritto con lucidità da Sergio Travaglia nel suo libro Maledetta industria.
Degasperi, dunque, vive intensamente questa storia di eventi e di fatti, che qui vengono rievocati con mano leggera, anche se con precisione e puntualità: i fermenti sociali e le battaglie politiche di inizio secolo in Trentino; la diaspora tragica di masse popolari durante la prima guerra mondiale; il fascismo e i totalitarismi che si impongono in Italia e in Europa e portano a una nuova devastante guerra mondiale; le difficoltà del secondo dopoguerra per un’Italia vinta, umiliata e povera, ma poi anche la sua ricostruzione economica e civile, le riforme strutturali e soprattutto il suo inserimento tra le nazioni democratiche del mondo.
La storia evenemenziale, tuttavia, come ho già detto prima, si intreccia con l’altra storia di Degasperi, ossia quella “esistenziale”, intessuta da vicende personali e familiari, che sempre Ariès, paragona a dei “laghi pacifici o segreti”.
Nel caso di Degasperi però bisogna ricordare che di pacifico, anche per quanto riguarda la sua storia esistenziale, ci sia stato ben poco, anzi. Di segreto forse sì, considerato il suo carattere schivo e riservato, ma di pacifico senza dubbio no, perché tutta la sua esistenza, il suo mondo interiore, i suoi ideali, i progetti lo tennero sempre lontano da quel quieto vivere che per il comune mortale si traduce in disimpegno e fa tutt’uno con il proprio “particulare”. In questo dialogo immaginario con Degasperi l’autore alla fine ci consegna il ritratto di un uomo che si è dedicato alla politica come ad una missione, ritenendola un servizio alto, nobile, ma difficile, da svolgere a favore delle persone concrete che aveva vicino (“eri di tutti, sei sempre stato di tutti”, p. 118): dagli arrotini emigrati dal Trentino a Vienna ai suoi colleghi dell’Auct, dai poveri profughi trentini in Austria durante la prima guerra mondiale ai lettori del “Nuovo Trentino”, dagli amici che in clandestinità operavano per far risorgere un partito di ispirazione cristiana ai contadini dei “sassi” di Matera, ai quali Degasperi salvò la vita, come ancora oggi ricordano con riconoscenza gli anziani del quartiere “La Martella”.
Ho parlato di politica come servizio e missione. Si tratta di parole forse logore, che possono suscitare un certo fastidio in chi le ascolta, anche perché oggi vediamo che spesso quelle parole servono da paravento ai politici. Ma per Degasperi quelle non erano solo parole. Mi ha colpito nel libro di Lo perfido la ripetizione di una frase: “Credevi fermamente a quello che dicevi e in quello che facevi” (27, 36).
Da che cosa derivava questa coerenza tra parola e azione?
Penso da due convinzioni profonde. La prima è la sua visione cristiana della vita (il cristianesimo inteso come anima e midollo di tutte le cose, dalla culla alla bara; la sua formazione tra i cristiano-sociali; il fatto che, almeno nella prima parte della sua vita, non agiva da cristiano isolato, ma aveva dietro di sé un movimento cattolico trentino attivo e compatto con a capo il vescovo; l’ottimismo riguardo alla Storia dell’uomo guidata dalla Provvidenza, la coscienza di essere un servo inutile che lo porta a concepire la politica come servizio: ecco allora il trentino prestato all’Italia, il cattolico prestato alla politica, il vecchio papà prestato ad una famiglia più grande ecc.
Seconda convinzione: fiducia nell’uomo, senso civico, attenzione sempre viva al bene comune, lo sguardo aperto a tutta l’umanità (sguardo sull’Europa per vincere ogni forma di nazionalismo). Da qui la forza di carattere, il coraggio di affrontare anche le umiliazioni personali (Parigi, Pio XII, il partito, i sacrifici della ricostruzione ecc.), ma anche la partecipazione alle gioie e alle soddisfazioni di vaste masse di cittadini (l’annessione, il referendum istituzionale, il 18 aprile del ’48).
E’ da questo intreccio di storia di eventi e di storia di un uomo nella sua particolarità che prende luce in tutta la sua grandezza e complessità la figura di Alcide Degasperi, personaggio vivo, che l’autore ha amato con rispetto ed ammirazione, che ha fatto amare anche a noi primi lettori e che ci auguriamo faccia amare a tanti, a tantissimi altri lettori, in particolare ai giovani di oggi.
Armando Vadagnini