Lettera ad Alcide, vecchio amico
26/11/03 15:57 Archiviato in:VITA
TRENTINA
In vista del cinquantesimo anniversario della
scomparsa di Alcide Degasperi, Pino Loperfido, noto
al pubblico per il suo "Ciò che non si può dire. Il
racconto del Cermis", da cui è stato tratto un
fortunato monologo teatrale, scrive una lettera allo
statista trentino.
Non è solo un artfficio letterario, magari destinato, nelle intenzioni, a diventare un altro fortunato monologo teatrale. Il fatto è che Loperfido si è avvicinato dawero al Degasperi uomo, ne ha immaginato i sentimenti e le preoccupazioni, ha imparato, come dice "a volergli bene". E spiega: "Abbiamo lottato contro gli stessi avversari, abbiamo gioito delle stesse vittorie..."
Non è solo un artfficio letterario, magari destinato, nelle intenzioni, a diventare un altro fortunato monologo teatrale. Il fatto è che Loperfido si è avvicinato dawero al Degasperi uomo, ne ha immaginato i sentimenti e le preoccupazioni, ha imparato, come dice "a volergli bene". E spiega: "Abbiamo lottato contro gli stessi avversari, abbiamo gioito delle stesse vittorie..."
In vista del cinquantesimo anniversario della
scomparsa di Alcide Degasperi, Pino Loperfido, noto
al pubblico per il suo "Ciò che non si può dire. Il
racconto del Cermis", da cui è stato tratto un
fortunato monologo teatrale, scrive una lettera allo
statista trentino.
Non è solo un artfficio letterario, magari destinato, nelle intenzioni, a diventare un altro fortunato monologo teatrale. Il fatto è che Loperfido si è avvicinato dawero al Degasperi uomo, ne ha immaginato i sentimenti e le preoccupazioni, ha imparato, come dice "a volergli bene". E spiega: "Abbiamo lottato contro gli stessi avversari, abbiamo gioito delle stesse vittorie..."
Dunque "Caro Alcide" non vuole e non può essere un libro di storia, perché vi manca, dichiaratamente, I'esercizio del distacco,di quella distanza che lo storico, suo malgrado, sa mettere tra sé e l'oggetto della sua ricerca. Il che non significa necessariamente tenere una gamba dentro ed una fuori. Ma l'artista gode di molte licenze e può, se vuole, abbracciare una causa. Può, se vuole, usare la storia per comunicare idee e per esprimere giudizi. L'autore lo fa: rispetto all'Austria-Ungheria, all'irredentismo, all'Aventino, ai dittatori, alla resistenza, agli avversari politici ed agli amici di partito. Il secolo breve, sul cui sfondo prende forma la vicenda di "AIcide", si dimostra tutt'altro che breve. E' molta, forse troppa la carne al fuoco che offre.
Il monologo di Loperfido è fatto di fiamme scoppiettanti che non possono certo rendere ragione di epoche così diverse: I'aria pungente di Innsbruck ai primi di novembre del 1904, l'ubriacatura collettiva dell'ltalia fascista, le truci contraddizioni del secondo conflitto mondiale, le parole da barricata dell'aprile del '48. Ci sono termini (uno tra tutti: "italiano") che hanno molteplici significati, ognuno dei quali non merita di essere dato per scontata Bisognerebbe ogni volta avere la capacità (rara, forse mai data) ed il tempo di calarsi in quel contesto, e ancora ad emergere sarebbero mille domande e nessuna risposta. Ma questo è compito degli storici. L'artista biografo può, se vuole, fondersi nel personaggio. Quella di Loperfido però non è una biografia. Non è neppure uno scritto apologetico. E, appunto,"solo" una lettera saitta ad un vecchio amico che della storia in parte è stato vittima, ed in parte artefice. L'autore, in definitiva, pur dal suo punto di vista e con la sua sensibilità ideologica, ci restituisce un Degasperi nella sua dimensione umana. Un uomo per il quale la politica è anzitutto missione intesa nel senso di servizio. Prima ancora che alla nazione, concetto aleatorio, alle persone in carne ed ossa. Un politico capace, per la sua formazione, di guardare oltre i confini ristretti della propria congrega, del proprio partito, della propria nazionalità e delle proprie posizioni. Per questo destinato, forse, ad essere e a rimanere solo e incompreso.
Paolo Valente
Non è solo un artfficio letterario, magari destinato, nelle intenzioni, a diventare un altro fortunato monologo teatrale. Il fatto è che Loperfido si è avvicinato dawero al Degasperi uomo, ne ha immaginato i sentimenti e le preoccupazioni, ha imparato, come dice "a volergli bene". E spiega: "Abbiamo lottato contro gli stessi avversari, abbiamo gioito delle stesse vittorie..."
Dunque "Caro Alcide" non vuole e non può essere un libro di storia, perché vi manca, dichiaratamente, I'esercizio del distacco,di quella distanza che lo storico, suo malgrado, sa mettere tra sé e l'oggetto della sua ricerca. Il che non significa necessariamente tenere una gamba dentro ed una fuori. Ma l'artista gode di molte licenze e può, se vuole, abbracciare una causa. Può, se vuole, usare la storia per comunicare idee e per esprimere giudizi. L'autore lo fa: rispetto all'Austria-Ungheria, all'irredentismo, all'Aventino, ai dittatori, alla resistenza, agli avversari politici ed agli amici di partito. Il secolo breve, sul cui sfondo prende forma la vicenda di "AIcide", si dimostra tutt'altro che breve. E' molta, forse troppa la carne al fuoco che offre.
Il monologo di Loperfido è fatto di fiamme scoppiettanti che non possono certo rendere ragione di epoche così diverse: I'aria pungente di Innsbruck ai primi di novembre del 1904, l'ubriacatura collettiva dell'ltalia fascista, le truci contraddizioni del secondo conflitto mondiale, le parole da barricata dell'aprile del '48. Ci sono termini (uno tra tutti: "italiano") che hanno molteplici significati, ognuno dei quali non merita di essere dato per scontata Bisognerebbe ogni volta avere la capacità (rara, forse mai data) ed il tempo di calarsi in quel contesto, e ancora ad emergere sarebbero mille domande e nessuna risposta. Ma questo è compito degli storici. L'artista biografo può, se vuole, fondersi nel personaggio. Quella di Loperfido però non è una biografia. Non è neppure uno scritto apologetico. E, appunto,"solo" una lettera saitta ad un vecchio amico che della storia in parte è stato vittima, ed in parte artefice. L'autore, in definitiva, pur dal suo punto di vista e con la sua sensibilità ideologica, ci restituisce un Degasperi nella sua dimensione umana. Un uomo per il quale la politica è anzitutto missione intesa nel senso di servizio. Prima ancora che alla nazione, concetto aleatorio, alle persone in carne ed ossa. Un politico capace, per la sua formazione, di guardare oltre i confini ristretti della propria congrega, del proprio partito, della propria nazionalità e delle proprie posizioni. Per questo destinato, forse, ad essere e a rimanere solo e incompreso.
Paolo Valente