Comincia così

Sipario.

Silenzio, Un uomo entra in scena da destra. Indossa un “pile” e un berretto di lana. Ha l’aria trasandata, la barba malfatta come di chi non dormisse da molto tempo. Scopre la sedia e sbatte la bandiera impolverata. Osserva il pubblico, le quinte; poi nota la cabina sullo sfondo. Ha un moto violento. Come di chi si ricordasse di qualcosa di molto importante che inspiegabilmente aveva dimenticato.

(Come in trance) Dire… Quello che… Che strano… Non pensavo fosse tanto difficile. Sapete, sono un po’ all’antica. Prima di parlare voglio sempre essere certo di quello che sto per dire. È per evitare le figuracce. Non per altro. Di solito conto fino a cinque prima di proferire parola; fino a sette-otto nei casi più seri.
Oggi, ho contato fino a venti. E non è un numero a caso. Sì, ci sono. Ho trovato. Ciò che non si può dire.
Ciò che non si può dire... (ripete cercando l’effetto giusto) questo udirete nelle poche mie parole di circostanza, se vogliamo, parole di addio alla parola, alla vita parlata, di addio alla vita, se vogliamo. Parole di un racconto. Parole, solo parole... Dopotutto. Che volete farci? (Comincia a canticchiare “Il Pilota di Hiroshima” dei Nomadi).
Non so cosa vi abbia portati qui: la curiosità, forse. Non sapevate come passare la serata. Oppure siete animati da qualcosa di più profondo: una voglia sconsiderata di sapere, di ascoltare, di capire… Ed io cercherò di non deludere le aspettative.
Qualche tempo fa, durante una adunata dei coscritti — sapete quelle serate strane in cui tutto è consentito… si sa quando si comincia e non si sa quando si torna a casa — qualcuno mi fece uno scherzo di cattivo gusto. Io non sono un permaloso. So accettare la battuta, lo scherzo leggero. Ma quando si toccano certi tasti... Non è importante il motivo per cui me la presi, quanto ciò che avvenne subito dopo. Un anziano del paese che si trovava nel bar mi vide adirato e mi chiamò in disparte. “Bada”, mi disse, “se te voi arivar a la me età no te devi star a tortela”.
Io non sono permaloso. Fino a quando qualcuno non la combina grossa. Ma grossa davvero.
(Prende l’ancora. La butta giù dal palco – alla dovuta distanza dagli spettatori –. Al botto la musica si interrompe bruscamente e lui ha come un risveglio.)


1. Paul Newman

(Tira il siparietto di sinistra scoprendo la gigantografia di Paul Newman) Certo, lo capisco il vostro brusìo. Voi vi state chiedendo: “Cosa diavolo c’entra Paul Newman?” E certo. È Paul Newman, questo. Chi non lo conosce? Chi è quello sprovveduto che in tutta la sua vita non ha mai visto un film con il Paul Newman?!
(Guarda in platea)
Lei, signora, ha mai visto un film con il Paul Newman? E lei, signore con i baffi?

(Gli spettatori interpellati evidentemente rispondono in maniera affermativa. Poi, simulando il dialogo tra due spettatori fittizi)
“Scolta mò. No erel quela roba sul Cermis?”
“Cosita me pareva d’aver lezù”
“E alora che cazzo c’entrel el Polniuman?!”
“Che vos che save mì!”

Volevo fare l’attore. Certo. Chi è che non ha mai sognato di fare l’attore? Da bambini si fanno sempre pensieri strani. Anche da grandi, d’accordo… Anzi, forse è meglio non approfondire… Ma da bambini è tutto talmente diverso… A quell’età, lo sapete come vanno le cose; basta poco a fare sogni di gloria grandi così.
Provate, se non l’avete già fatto, a chiedere ad un bambino – diciamo di quattro o cinque anni – cosa gli piacerebbe fare da grande. Facile, no?
“Ehi! Bocia! Sì digo a tì. Che te vos far da gran?”
Il bambino vi guarderà come si guarda uno che fa una domanda stupida.
“Miii?! Come che vos far da gran?! El pilota, no?!”
È chiaro, no? O l’inventore, l’astronauta, “il” scienziato. Non lo trovi mica quello che vuol fare il contadino o l’operaio. No. Quelli sono concetti astrusi. Troppo facile fare il contadino o l’operaio. Vogliamo qualcosa di speciale per il nostro futuro. Il che è legittimo: chi dice di no?!
E io volevo fare l’attore. È per questo che quando mi sono trovato al Cinema dell’Oratorio davanti ai due occhi azzurri e furbetti di Paul Newman non ho avuto più dubbi. Avrei fatto l’attore. Due sorrisi davanti ad una telecamera, un bacio e giù miliardi. Volevo essere come Paul Newman. Lui: ricco, famoso e bello… Non che io mi ritenga brutto. Oddio… No, ma non è per quello. Il fatto è che quelli come Paul hanno qualcosa in più, sanno come va vissuta la vita, conoscono il segreto della felicità. No, non è una questione di bellezza. È un fatto di carisma, credo, di fascino. Oppure è tutto legato alla performance di un culo mostruoso, una fortuna senza pari.
“Che te piaseral de quel là. No te sarai miga ‘n recion?!”
Perché al mio papà ‘sto dubbio gli era pure venuto. Entrava in camera, lanciava un’occhiata al poster e poi una a me. Preoccupato che non vi dico…
“Che te piaseral de quel là...”

Mi aveva folgorato “Intrigo a Stoccolma”, il film in cui lui fa la parte dello scrittore. Un alcolizzato che vince il Nobel per la letteratura. ‘Na roba che solo Paul Newman in un film è in grado di fare. Alcolizzato e premio Nobel, pensa te... il fascino della trasgressione e quello della cultura fusi in un unica persona.
“Come el Dario Fo”.
“El Dario Fo l’è ‘n alcolizà? Oh Mariavergine…”
“No, no l’è ‘n alcolizà; l’è en Premio Nobel…”
“Aaah! No, perché me parev… Che? El Dario Fo l’è en Premio Nobel?!”
Beh, naturalmente stiamo parlando dei Nobel di una volta… Quelli ortodossi, come dire…
Insomma.
Passavo delle ore davanti allo specchio a cercare un indizio, uno straccio di somiglianza. Facevo smorfie, pronunciavo improbabili frasi in vero inglese della val di Fiemme. Il papà tornava dai boschi, mi vedeva in quello stato e scuoteva il capo, io gli puntavo indice e pollice e, tutto contento, gli urlavo cose, frasi da copioni che non esistono: “Arrenditi, maledetto!” oppure “Sei fregato, amico!” Lui alcune volte stava al gioco e si buttava per terra fingendosi colpito a morte, altre volte non diceva una parola e si sedeva a tavola ignorando e malsopportando le mie scenette.
“Ma mi no capiso… Tì te dovresi eser orgoglios de chi che te sei”, mi diceva.
Io ero contento di essere chi ero, ma immaginarmi di essere come quello lì… Paul Newman. “Pensa se avessi la faccia di quello lì”, mi ripetevo, “tutte le ragazzine di Cavalese farebbero la fila, qua fuori. Io voglio fare l’attore, il resto non conta”.
Vabbé… ero solo un bambino. Sogni di gloria grandi così…

Ma… mettiamo da parte il cinema, almeno per qualche istante.

(Tira il siparietto di destra, scoprendo l’immagine della funivia)


2. Madama Funivia e Messer Aereo

Adesso, avendo appurato che Paul Newman, bene o male, lo conoscete tutti quanti, vi faccio un’altra domanda: “Cosa diavolo c’entra un aereo con una funivia?” Già, quale strano legame può intercorrere tra due aggeggi tanto diversi, in una parola: cos’hanno in comune?
Forza! Si accettano suggerimenti.
(Simulando la partecipazione del pubblico)
Come dice il signore laggiù? Certo. Tutti e due hanno qualcosa a che fare con l’aria; può andare, sebbene la funivia sia legata in qualche maniera, ancorata, alla terra. Giusto. Poi? Vanno su e giù. Va bene. Ancora... Come? Vogliamo dare un microfono alla signora laggiù?.. Si cercano. Si… Si cercano? Ha detto proprio così? Massì, certo, può essere… Si vogliono, – come due amanti – si desiderano e, prima o poi, si incontrano. È assurdo. Lo so. L’aereo sta lì (indica l’alto) – o perlomeno dovrebbe stare lì –, la funivia giù si sbatte giorno dopo giorno tra monte e valle, valle e monte.
Assurdo. Assurdo se non impossibile.
Ma è proprio questo che, oggi, vi racconterò. Una storia assurda, una storia talmente assurda da essere perfino credibile. Una storia fatta di dubbi, lacrime e sangue. Una storia con due protagonisti principali: un aereo e una funivia. Di due cose vi parlerò soprattutto: di un fottuto aereo e di una fottutissima funivia. Loro due, gli amanti, che si cercano, si incontrano e – come tutte le coppie di amanti che si rispettino – si scontrano. Perché alla fine accadrà pure questo nella contesa tra madama Funivia e messer Aereo.
A dire il vero, a voler proprio entrare nei dettagli, ci sarebbero pure venti comparse, controfigure, chiamatele un po’ come volete. Venti esseri umani che un tempo ebbero il proprio nome registrato all’anagrafe del comune di nascita e che adesso – questi venti disgraziati – non ci sono più.
“Chi elo sti poreti?”
“Ah, nessuno. Persone…”
Di loro – a parte il ricordo di chi ha loro voluto bene – resta poca cosa. Una relazione medico-scientifica, un referto giudiziario, un rapporto dei carabinieri: carte, scarabocchi, parole. Numeri di protocollo. Accade sempre così – pare impossibile – che si passi dalla vita a qualcosa di più misterioso, dall’esistere, dal camminare, mangiare, sorridere... al buio. Dove prima c’erano sguardi, respiri, battiti del cuore… All’improvviso si muore.
Venti comparse che sono venti esseri umani, come me, come voi, e il signore con i baffi...
Ora, queste venti persone non ci sono più. Per questo siamo qui a ricordare. Il ricordo innanzitutto. Le polemiche, le indagini, i sospetti, le illazioni: quelli li lasciamo a chi è più bravo di noi; a quelli che si credono capaci di trovare la verità. Già, la verità. Una brutta bestia che non si fa acciuffare. Puoi starle dietro una vita intera senza riuscire a capire di quale animale si tratti.
Così, un po’ per vigliaccheria, per pigrizia – se vogliamo – a noi rimane solo il ricordo. Poi ognuno può trarre le conclusioni che più gli aggradano.
Ma vediamo di afferrare i punti cardine della vicenda. Il bandolo della matassa, la morale, come si dice – alla fine –, la troverete da soli. Se vorrete.
Tranquilli. Non sbadigliate. Che ci mettiamo poco. Un’oretta. Poco più. Fate conto di stare guardando un film. Cosa c’è prima del film? Il biglietto, sì lo so. Poi pop-corn, bibite, ecc. Buio in sala. Proiezione.
Ma io volevo dire cosa c’è prima della scena iniziale? Esatto. I titoli di testa, naturalmente... (Srotola un lungo foglio di carta e legge lentamente i nomi delle venti vittime del Cermis)
Marcello Vanzo, Edeltraud Zanon, Maria Steiner, Ewa Strzelczyk, Filip Strzelczyk, Rosemarie Eyskens, Sebastian Van Den Heede, Hadewich Anthonissen, Stefaan Vermander, Stefan Brekaert, Danielle Groenleer, Anton Voglsang, Sonja Maria Weinhofer, Annelie Urban, Harald Urban, Michael Poetschke, Dieter Frank Blumenfeld, Marina Renkewitz, Egon Uwe Renkewitz, Juergen Wunderlich.
“Chi elo sti poreti?”
Sette operai di una fabbrica della Sassonia, cinque turisti belgi, il manovratore dei Masi di Cavalese, due amiche di Bressanone, madre e figlio polacchi, due giovani turisti viennesi e una studentessa olandese.
“Sì, ma chi elo sti poreti?”
“Ah, nessuno. Persone…”
E c’è una cosa da puntualizzare subito. Questi venti sono i soli nomi – e cognomi – reali di questo mio racconto: per il resto, piloti, testimoni, ministri sono figure a cavallo tra la realtà e la più pura fantasia, i personaggi di una storia talmente assurda e spaventosa che per poterla raccontare la si deve nascondere sotto il velo di una – seppure parziale – finzione scenica. Altrimenti il lettore o l’ascoltatore penserebbero ad uno scherzo di cattivo gusto… E quando c’è di mezzo la morte, la morte di così tante persone, lo scherzo non può che essere di cattivo gusto.

© 2001 - Edizioni Curcu & Genovese