Prefazione a "I due Cermis" di Luigi Sardi

Il senso della memoria
di Pino Loperfido

Due date: 9 marzo e 3 febbraio. Due tragedie causate dalla negligenza, dall'incuria dell'uomo, dal mancato rispetto di regole; vite umane spezzate da quella lucida follia che spesso - mutata in abitudine - si impossessa degli uomini. Due date, giorno e mese, l'anno non è importante, anzi non conta proprio nulla se non per abbellire le celebrazioni civili quando l'anniversario è solenne e il numero di anni fa cifra tonda. L'anno solare e la sua suddivisione in mesi e giorni sono la misura del nostro tempo, la scansione di esistenze altrimenti perse nella nebbia dell'approssimazione. Ma l'anno solare, il calendario, ci dà anche una grossa possibilità, quella di segnare le ricorrenze, questo ritornare periodico di un fatto nel tempo. E la memoria, il ricordo sono proprio questo: perpetrare il più a lungo possibile fatti, nomi, avvenimenti; informare più gente possibile, lasciare un retaggio indelebile a chi verrà dopo di noi affinché certe cose non accadano più.

Perché ricordare?
Un recente sondaggio ha rivelato quanto poco gli italiani siano preoccupati per la guerra in Afghanistan. Si ha l'impressione che la paura sia direttamente proporzionale alla distanza del conflitto dall'uscio di casa. Ma pure Pearl Harbor era lontana, e Sarajevo non era poi dietro l'angolo. Se poi consideriamo quanto poco questo nuovo tipo di conflitto, la lotta al terrorismo islamico, sia legato a confini fisici, alla sovranità di uno stato ci possiamo rendere conto che alla fin fine quello che ci frega è gestire con un minimo di scaltrezza quello che Guicciardini chiamava "il Particulare". Almeno fino a quando non dovesse capitarci di subire le conseguenze indirette di un conflitto; quando la nostra libertà venisse intaccata sul serio, in maniera tangibile; quando ci venisse impedita la realizzazione di anche una sola delle nostre esigenze fondamentali che poi altro non sono che ciò che ci tiene in vita: esigenze di felicità, di libertà, di giustizia. Se le nuove generazioni fossero capaci di un minimo di memoria storica, se riuscissero per un attimo - un attimo solo! - a lasciare da parte essemmesse, grandifratelli, vacanze, sport, ecc. e a percepire la portata di quanto avvenne nei campi di sterminio, nei gulag, nelle repressioni, nei milioni di morti forse si terrebbero un po' più a cuore l'attuale situazione politica mondiale. E non è di retorica che sto parlando, di celebrazioni con fanfare e decorazioni al valore. Si tratta solo di non ripetere gli stessi errori che in sé non sarebbe nemmeno questa grande impresa se il mondo, inteso come mentalità comune, non ci si mettesse di mezzo ad offuscarci la mente, a drogarci di sciocchezze, riempirci gli occhi di spazzatura e poi convincerci di avere bisogno di questo e di quest'altro. La verità è che non sappiamo più chi siamo, non siamo più capaci di ascoltarci dentro, di sentire la voce del nostro cuore, di fare tesoro dei consigli e dei moniti che ci vengono dal passato. Come suggeriva Ignazio Silone, "dobbiamo rinunziare a quelli che ci ordinano quando dobbiamo aprire gli occhi e quando dobbiamo chiuderli e che cosa dobbiamo pensare". E ricordare.

Dopo l'11 settembre
Due date, dicevamo. E a queste ne va aggiunta una terza. Tutti ricordiamo - e non ce lo scorderemo mai - dove eravamo e che cosa stavamo facendo quel pomeriggio dell'11 settembre 2001, quando abbiamo appreso dell'attacco terroristico alle torri gemelle di New York. Chi di noi non ha preso il telefono e ha chiamato casa, chi non ha subito sentito il bisogno inequivocabile di sentire la voce dei propri cari, quasi per accertarsi che non fossero periti anche loro sotto quelle macerie. Chiunque abbia un minimo di sensibilità e di amor proprio, dopo quel tragico pomeriggio, ha dovuto cambiare il proprio modo di vedere le cose, si è dovuto rimettere in discussione perché con un avvenimento di questa portata e con quanto ne consegue (e ne seguirà negli anni a venire) devi farci i conti. Lo devi fare per forza. Non ci sono santi. Altrimenti sarebbe come dire che non ti interessa il tuo destino, né quello delle persone a cui vuoi bene. Sarebbe a dire che sei un cretino. È necessario ritrovare se stessi, il gusto della vita, del proprio io come fattore indispensabile al mondo e, così, comunicarlo e testimoniarlo almeno con un minimo di dedizione alla verità. Una strada lunga e non facile, ma senza dubbio l'unica possibile. Ma spostiamoci da noi, in Trentino, nella bellissima e sfortunata Val di Fiemme. Le funivie del Cermis sono, se vogliamo, le nostre Twin Towers, buttate giù da una forma di terrorismo mentale di cui le prime vittime sono proprio i terroristi. Anche noi, in Trentino, ricordiamo dove eravamo e cosa stavamo facendo quando il collega, l'amico o chissoio ci ha detto: "È caduta". E ce l'ha detto con la morte nel cuore, perché per quanto possiamo fingere, per quanto la mentalità dominante possa truccarci da cinici, alla fine è con lui che dobbiamo fare i conti, col cuore, con la nostra coscienza di uomini che amano la verità. Avremmo potuto dire, allora come adesso, "non mi riguarda", ma non saremmo stati sinceri fino in fondo con noi stessi. Ci sarebbe rimasta dentro quell'angoscia sottile e invisibile che ti prende quando sai di aver sbagliato, di aver mancato; una sensazione sgradevole che nemmeno il più terribile assassino, nemmeno il burocrate più infido, nemmeno il pilota più imbecille può permettersi il lusso di ignorare. Avremmo potuto gonfiarci il petto di boria, indossare la tunica di Solone e criticare questo e quello, sputando sentenze, assegnando colpe senza soluzione di continuità, puntare il dito dicendo "Io lo sapevo" o quella stupidaggine che si sente pronunciare sempre in caso di tragedie "si poteva evitare". Infine, ad esserne capaci, avremmo potuto continuare a vivere le nostre vite di sempre, anestetizzandoci con quanto il mondo gentile ci offre in tv, soprattutto, ma anche per le strade, nelle parole dei politici, nell’assordante vuoto dei centri commerciali. Non ne siamo stati capaci. Parlo anche per chi, come Luigi Sardi, di tacere non è stato capace e questo libro lo dimostra. Parlo per i parenti delle vittime, per l'Associazione 3 febbraio, per l'avvocato Giuseppe Pontrelli, per l'on. Gigi Olivieri e per tanti altri. Parlo per il Teatro Stabile di Bolzano che, seppure in un'ottica di promozione culturale, ha voluto investire sulla memoria, ha voluto giocarsi la faccia per non permettere alla corruzione del tempo di cancellare il ricordo. Parlo per chi come Andrea Castelli probabilmente più di tutti - e chi lo conosce può confermarlo - si è messo in gioco con sacrificio e dedizione, nel pieno e puntiglioso rispetto del dolore di chi quel 3 febbraio c'era. Ma il Cermis è pure quell'altro, quello del malfunzionamento, dello scaricabarile, dell'unico colpevole. È per questo che parlo anche per quegl'altri parenti, altre case vuote e silenziose piene di presenze invisibili. Parlo per Alessandra Piovesana che, è comprensibile, di Cermis non ne vuole più sentire parlare. E parlo per il povero Carlo Schweizer, assassinato dalle insinuazioni, distrutto dalle voci di quarantadue fantasmi. “L'astuzia più grande del diavolo è convincere il mondo che non esiste”. Lo diceva quasi due secoli fa un tale che si chiamava Charles Baudelaire.

Ricordo dunque esisto
La memoria è una delle funzioni essenziali di tutti gli esseri viventi. Della sua importanza noi essere umani siamo consapevoli solo in minima parte. Sappiamo che ci serve per un sacco di cose, per la lista della spesa, per la dichiarazione dei redditi, per ricordare i nomi dei compagni di scuola, ma non ci rendiamo conto che noi stessi siamo l'insieme dei nostri ricordi. Noi, in un certo senso, è come se fossimo le esperienze che abbiamo vissuto. La nostra personalità coincide con il bagaglio dei nostri ricordi. Se siamo, chessò, architetti quell'arch. scritto sul biglietto da visita riassume simbolicamente tutto ciò che siamo riusciti ad imparare, la summa di tutto il nostro iter scolastico e professionale. Quello che voglio dire è che ci sono dei momenti, nella vita, in cui il ricordo di un fatto, di una persona arriva ad avere più valenza dell'istante che si sta vivendo. Il ricordo permette di ri-vivere, ri-provare sensazioni, ri-conoscere persone. Che poi è un po' l'insegnamento di Platone quando sosteneva che noi non abbiamo idee, bensì riminiscenze, ricordi, echi di idee. Questo ci dà una possibilità in più: ci concede di fare memoria dei momenti belli e di riassaporarne la gioia, di guardare ai fatti negativi onde poterli ripensare in maniera critica e riuscire a trarre insegnamento pure dal dolore. Per dirla con Bergson, “la memoria è continuità e creatività della coscienza, dunque la vera salvezza dell'uomo".

Si fa presto a dire strage
Ma forse il ricordo a volte non basta. Penso a quanti hanno perso una persona cara; e non parlo solo dei due Cermis, ma pure di Stava, di Casalecchio, di Ustica, di Ramstein, delle vittime di New York. Mi viene in mente la mamma di uno dei ragazzi morti a Casalecchio che, dopo l'assoluzione del pilota, afferrato un giornalista per il bavero, gli urla: "Ha un'idea lei di cosa voglia dire perdere un figlio? Ha un'idea di come ci si possa sentire?" E poi se n'è uscita dall'aula del Tribunale scuotendo il capo e dicendo: "No, non ce l'ha…" Che se ne fanno, loro, questi orfani, vedove, genitori disperati, cosa se ne fanno della memoria? Nessun ricordo, per quanto intenso e vivo, potrà riempire il vuoto che adesso hanno attorno. No, a volte il ricordo non basta. Quando c'è di mezzo la morte di un uomo o una donna con il quale hai convissuto qualcosa di più di un attimo, dire "Fai memoria; ricordati di lui" può assomigliare molto ad un insulto. Per risollevarsi occorre qualcosa in più. Quando si ripongono tutte le proprie speranze, aspirazioni e sogni sugli affetti si compie una specie di investimento in termini di cuore. Se quegli affetti vengono meno, magari in una maniera tanto violenta, tutto sembra crollare, la vita non sembra avere più alcun senso. No. A volte il ricordo non basta. Purtroppo, quei pomeriggi di ventisei e quattro anni fa, qualcuno non ha preso in considerazione il concetto. E ha fatto tutto di testa propria. “Poi viene un giorno - dice Cesare Pavese - che per chi ci ha perseguitato proviamo soltanto indifferenza, stanchezza della loro stupidità. Allora perdoniamo”. Forse.

Questo libro
Un'altra madre, questa volta di Francesca Alano, 14 anni, morta quel 9 marzo 1976, dà una risposta a chi potrebbe legittimamente domandarsi se era proprio necessario pubblicare un libro così. Ebbene, lei stessa ci dice: "Se ho resistito alla voglia di tacere è stato per non tradire Francesca, cui avevo insegnato che siamo sempre responsabili di tutto, in prima persona". Non esistono cose che ci competono oppure no. Luigi Sardi io l'ho visto lavorare, ho sentito la sua tensione alla verità, la sua voglia di dire. Mi sono quasi spaventato di fronte a tanta tenacia, a quel suo appassionato desiderio di denuncia, quel suo dichiarare guerra al silenzio. Talvolta letto tra le righe, talvolta sbattutomi direttamente sulla faccia. Il perché di questo libro vorrei lasciarlo alle parole di una scrittrice che amo molto, Flannery O'Connor: “per denunciare le storture della vita moderna bisognerà scrivere di quelle storture ad un pubblico abituato a considerarle naturali”. In altre parole occorre gridare ai duri d'orecchio, metterli in guardia, incitarli a non ripetere gli stessi errori. Un libro, questo, duro, poetico in alcuni punti, terrificante in altri, eppure reale, ma soprattutto popolato di ombre, fantasmi che sembrano chiedere qualcosa, implorare di non essere dimenticati. Due date: 9 marzo e 3 febbraio. Quella che segue è la cronaca di questi due sciagurati giorni e di quello che ne seguì, nelle aule dei Tribunali e nelle coscienze civili. Ha anche un volto questo libro. Quello di un padre che rimprovera aspramente il proprio bambino. Glielo ha detto un sacco di volte che certe cose non si fanno. "Ricordati che certe cose non devono accadere più!" E gli spiega il perché.

Trento, dicembre 2001

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