Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Intervista a Delteatro.it 5 febbraio 2001

Per non dimenticare il Cermis
Intervista a Pino Loperfido

di Stefano Stefanutto Rosa

Milano, 5 febbraio 2001

«Già all'indomani della tragedia della funivia del Cermis, con i quotidiani in mano, ha avuto inizio in me un lavoro di archiviazione, mentale oltre che cartacea, su tutto ciò che parlava dell'incidente. E più l'opinione pubblica, nelle settimane successive, si dimenticava di quei venti morti, più io mi accanivo nel raccogliere informazioni. Non potevo sopportare il silenzio, l'omertà, la trascuratezza di certi mass media. Poi, visto che i giornali offrivano ormai poco, mi sono affidato alle carte processuali e ho cominciato ad usare Internet. Alla vigilia della sentenza del tribunale americano di Camp Lejeune il mio lavoro, per una serie di motivi, era in una fase di stanca, sono stato molto vicino a lasciar perdere. Poi, la sentenza di assoluzione, quelle parole strafottenti del capitano Ashby mi hanno rimesso davanti al computer: molto più ostinato, caparbio e deciso di prima». Così parla Pino Loperfido, trentaduenne pugliese trapiantato da otto anni nel Trentino, vincitore della quinta edizione del Premio Bolzano Teatro per la nuova drammaturgia - promosso dal 1993 dallo Stabile di Bolzano insieme al quotidiano Alto Adige e alla Rai - con il testo Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis che verrà messo in scena tra un anno.
Proprio pochi giorni fa la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla sciagura del Cermis ha concluso i suoi lavori e la relazione, votata a larga maggioranza, nella ricostruzione dell'evento parla di «tragedia annunciata». Quel 3 febbraio 1998, quando le ali del Prowler tranciarono i fili della funivia di Cavalese provocando la morte di venti persone di varie nazionalità, la missione «Easy 01», partita dalla base di Aviano, non era un «volo addestrativo» ma un «volo premio» per il pilota Ashby, prossimo al rientro negli States, trasformatosi in omicidio colposo aggravato. I piloti statunitensi violarono tutte le norme di sicurezza, ma le responsabilità coinvolgono l'intera catena di comando Nato in Italia che sapeva delle ripetute violazioni dei voli a bassa quota. Una prassi questa, da tempo consolidata, tant'è che «il nostro paese e la popolazione trentina hanno vissuto un momento di soggezione a superiori esigenze di addestramento Nato». Il vincitore del Premio Bolzano Teatro lascia i commenti politici agli addetti ai lavori, vuole solo fare memoria, affidandosi a «una cronaca romanzata di una tragedia» che s'intreccia con le esistenze dei singoli e di una comunità. Pino Loperfido vive a Pergine Valsugana con moglie, due figli, tremila libri e un lavoro di grafico e web designer presso una casa editrice di Trento, Curcu e Genovese, che ha appena pubblicato il monologo premiato (per richiederlo www.pinoloperfido.it). Scrive di notte e legge anche più tardi.

«Ciò che non si può dire» recita una parte del titolo, ma quale è il significato di questa frase?
Il titolo potrebbe far pensare che nel testo ci sia una specie di rivelazione di verità nascoste, di aspetti della vicenda che per qualche motivo siano stati taciuti. Niente di tutto questo. Quello che non si può dire è il dolore. Il dolore di un uomo che assiste impotente ad una scena raccapricciante, che rivive una situazione assurda, talmente assurda - un aereo contro una funivia - che potrebbe far pensare ad un'allucinazione, un inganno della psiche. Gli uomini tendono a nascondere il dolore; è una parte della vita che non si ritiene opportuno dire. Ed invece è proprio quando gli uomini parlano del dolore, del proprio dolore, è in quel momento di liberazione che gli uomini riescono ad essere se stessi e, quindi, più veri.

Perchè la scelta della forma del monologo?
Mi è sembrata la strada migliore per arrivare in maniera istantanea al pubblico, senza metafore o doppi sensi. Che poi non si può nemmeno parlare di monologo. A me piace definirlo «racconto»: una delle cose più naturali, un'azione che compiamo ogni giorno, al bar con gli amici, a casa con i figli. Raccontare gli eventi, farne un motivo di interesse per chi si mette in ascolto. Questo tipo di teatro è stato riscoperto in questi ultimi anni, anche grazie a gente come Paolini, Baricco, Vacis, Curino ed ha subito incontrato l'accoglienza entusiasta del pubblico. Che poi, a voler puntualizzare, il «racconto» si rifà all'antico, a quei cantastorie che nel Medioevo - o poco dopo - giravano di paese in paese e raccontavano questa o quell'altra vicenda. Ed è paradossale il fatto che questa forma di teatro «corpo a corpo» prenda piede proprio in quest'era così pregna di virtuale, di Internet. Stiamo riscoprendo l'umanità delle persone, il valore e il piacere dei contatti umani proprio mentre il Web tanto si adopera per spersonalizzare gli esseri umani, per omologare pensieri e sensibilità diverse attraverso una serie di codici cifrati, un numero di sensazioni limitate e catalogate, attivate grazie ad un click.

Si è forse ispirato al monologo di Marco Paolini sulla tragedia del Vajont?
Sarebbe stupido negarlo. Paolini ha avuto soprattutto un grande merito: non solo quello di riscoprire un genere perduto, ma soprattutto quello di avvicinare persone nuove al teatro, alla magia del palcoscenico. Se penso alla faccia che fa certa gente se le proponi di andare a vedere Goldoni o Cechov; se penso all'età media dello spettatore di teatro; se penso a quanto poco si lavori, a livello di istituzioni, di enti pubblici e privati, per aiutare i giovani autori teatrali; allora mi viene da chiedermi se ci sia davvero qualcuno a cui, prima di se stessi, oggi, stia a cuore veramente il teatro. Paolini è uno di questi.

Altri influssi letterari o teatrali hanno «pesato» durante la stesura del monologo?
Il Baricco di Totem : quello sciorinare letteratura con facilità come se si fosse al bar a parlare di calcio è affascinante, intriga moltissimo. Capita così a molti di apprezzare in età adulta quello che da studenti si odiava in maniera viscerale. Poi, per dirla tutta, in Ciò che non si può dire c'è tutta la mia esperienza di lettore. L'acuta ironia di Beckett, l'assurdo intelligente di Ionesco, la lucida follia di Pirandello sono solo alcuni degli ingredienti che hanno contribuito alla costruzione di questo enorme caseggiato: una solida, ma fragile costruzione che risponde al nome di Il racconto del Cermis .

Perchè la scelta di un intreccio linguistico fra italiano e dialetto fiemmese?
Il dialetto era necessario per due motivi precipui. Legare saldamente la vicenda al Trentino, a quella Val di Fiemme tanto sfortunata. Poter usare espressioni colorite e pittoreschi modi di dire che in italiano sarebbe impossibile esprimere: o meglio, sarebbe possibile, ma perderebbero mordente, rischierebbero di finire nella farsa, nel macchiettismo più vuoto.

Da subito l'idea è stata quella di un solo protagonista, il manovratore sopravvissuto alla tragedia della funivia?
La sua è una posizione privilegiata ; uno spettatore unico, un inviato speciale sulla scena del disastro che improvvisa una telecronaca diretta. E poi ci sono tutta una serie di significati reconditi che non dovrei essere io a dire, ma che mi sembrano talmente ovvii: quest'uomo solo, nella cabina vuota, con la morte che gli passa talmente vicino... È il paradigma della solitudine umana, di una certa incomunicabilità. Il fatto è che le persone pensano talmente poco al loro destino e quando lo fanno è perché sentono di esserci arrivati di fronte, di averci sbattuto il naso sopra; e, spesso, a quel punto non c'è più tempo per fare né dire niente.

Ha conosciuto quel manovratore? Ha mai incontrato i parenti delle vittime?
No. E si è trattato di una scelta ben precisa. Io non sono un giornalista, e in fondo non posso nemmeno considerarmi uno scrittore. Sono solo uno che ama scrivere, fermare sulla carta le vicende affinché non si perdano, perché anche chi verrà dopo di noi possa conoscerle e afferrarne il senso; e attraverso quelle storie capire un po' di più di chi quelle storie le ha vissute e le ha messe per iscritto.