Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Nel giorno di S. Biagio

di Alberto Folgheraiter

“Trecento devoti di Romallo e Revò hanno partecipato oggi pomeriggio nell’antico romitorio di S. Biagio, nella stretta gola della Novella, in Val di Non…”.
Il fracasso della vecchia Olivetti “lettera 86” fu sovrastato dalla voce affannata del caposervizio di turno: “Credo sia caduta la funivia del Cermis”, disse trafelato oltre la porta del bugigattolo.
“Bravo, furbo - replicò, senza riflettere, il collega - più di vent’anni fa”.
E continuò a scrivere: “... al rito in onore di S. Biagio, protettore della gola”.
“Guarda che non ti racconto balle, lo hanno appena detto al baracchino”.
Il redattore di cronaca, che stava ascoltando lo scanner sintonizzato sui pompieri, confermò: “dicono che un aereo ha tranciato i cavi della funivia, ma non ci dovrebbero essere vittime perché la cabina era vuota”.
Erano le 15 e trenta, poco più poco meno, di un pomeriggio che sapeva di primavera. Cristo, anche l’altra volta pareva la fine dell’inverno e c’erano stati 42 morti.
“Prendo una troupe e vado su”.
Lungo la strada, superando alcuni mezzi dei pompieri, il telefonino riportò che i morti erano tre, poi quattro, forse qualcuno in più. L’aereo, un velivolo militare, si era schiantato – dissero – sui monti della Val di Fassa... Sopra passarono due elicotteri, una macchina della stradale sgommò oltre San Lugano, poi un’auto blu della Provincia con a bordo il presidente e l’assessore alla protezione civile. “Seguiamoli”, sibilò il cronista. Ci fu qualche sorpasso azzardato, ecco Castello di Fiemme, poi giù sul fondovalle, ai Masi di Cavalese. Prima, un cavo della fune portante, di traverso alla strada, osservato come un serpente a sonagli da una piccola folla, li costrinse a rallentare. Qualche domanda: lei ha visto qualcosa? Che cosa ha sentito? Ma i morti quanti sono?
Domande ovvie, persino banali, e risposte della stessa pasta. Bisognava andare a vedere, a filmare lo scempio, su quel prato, proprio come 22 anni prima (il 9 marzo del 1976), cento metri sopra, a Salanzada.
Arrivarono ai Masi, e lì, oltre l’Avisio, c’era un posto di blocco. Non passava neanche uno spillo. Per quel che serviva. Passavano, naturalmente, i pezzi grossi, le auto dei militari, dei soccorritori che avevano ben poco da soccorrere ormai, ma i ficcanaso fuori dai piedi. E chi c’è di più impiccione dei cronisti, soprattutto in momenti come quello? Che almeno andassero a piedi.
Ci andarono, come no? Venti minuti di cammino che parevano ventimila. Ed il faccione di quel carabiniere che, con una mano, cercava di impedire alla telecamera di riprendere il massacro, fece poi il giro del mondo. Replicato ad ogni anniversario perché era l’immagine della censura, forse involontaria, su una strage che non si voleva far vedere. Da vicino almeno. Perché i morti impongono la pietà dei vivi, certo. E qui sfondavano porte aperte, ma quelle morti così inutili, forse legate alla scommessa di un barilotto di birra, bisognava sbatterle in faccia a qualcuno. Piacesse o no. Non piacque e filmare qualche scena da vicino fu un’impresa. Gli elicotteri continuavano a roteare sopra quel prato, incorniciato da una staccionata di legno, spruzzato di neve quanto bastava a far da contrasto al rosso del sangue tutt’attorno alle lamiere gialle del vagoncino schiacciato che pareva una scatola di cartone.
Brutto mestiere quello del cronista che deve raccontare le stragi e dare un nome ed una faccia alle vittime, senza nome e senza volto, perché quello che resta sono soltanto resti, appunto. Come tredici anni prima (19 luglio 1985), poco lontano da qui, oltre quel dosso, quando i morti furono 268 e a molti di loro furono ridate sembianze umane dai patologi e dagli infermieri dell’ospedale di Cavalese i quali cercarono di imbottire con l’ovatta pezzi di pelle, brandelli di volti.

* * *

La notte scende presto, d’inverno. In fondo alla valle dell’Avisio, tra gli abeti che allungavano le ombre ingigantite dalle fotoelettriche, la notte si fece cupa. Sfilarono i carri funebri portandosi via ciò che restava e ancora non c’era un bilancio certo: di numeri e di nomi.
Le edizioni straordinarie dei telegiornali, le prime immagini della cabina schiantata riprese dall’alto, da bordo di un elicottero, erano già state trasmesse a più riprese. Il binomio Cermis-strage tornava in primo piano 22 anni dopo quei 42 morti del Cermis numero uno, ai quali andava sottratta proprio la cifra 22 per dare il computo finale del disastro: 20 vittime, la maggior parte straniere, escluse due donne altoatesine e l’accompagnatore (impropriamente definito “il macchinista”), un operaio dei Masi di Cavalese.
Ma tutto questo si seppe soltanto alle 20, mentre andava in onda la sigla del TG1 e a Lilli Gruber, in studio a Roma, fu detto in cuffia, dalla regia, di cambiare in corsa la cifra dei morti: da 17 a 20.
Già da due ore si sapeva invece che l’aereo, un “Prowler”, un predatore dei marines di stanza ad Aviano, in Friuli, era tornato alla base, sia pure un po’ ammaccato, ma con l’equipaggio in buone condizioni. Tanto buone che due dei quattro piloti, prima di lasciare il velivolo avevano avuto la prontezza di distruggere il filmato del registratore di bordo. C’era anche in quel videotape la scommessa di un barilotto di birra se il pilota fosse riuscito a passare sotto i cavi della funivia?
Per quella “ostruzione al corso della giustizia” Richard Ashby e Joseph Schweitzer furono poi condannati dalla corte marziale dei marines a Camp Lejeune, nella Carolina del Nord. Non per i venti morti, ma per aver distrutto un filmato.
Il meno colpevole dei due fu ritenuto Schweitzer che quel giorno fungeva da navigatore. Sulle carte aeronautiche in dotazione ai marines quella funivia non era segnata. Non avevano colpa, insomma, se improvvisamente s’era parato loro davanti un vagoncino giallo con venti persone a bordo.

* * *

Schweitzer è un cognome omologo a quello di un altro protagonista, anche lui in qualche modo “navigatore”, quel Carlo Schweizer che il 9 marzo 1976 si trovava alla stazione intermedia della funivia e che, quando il vagoncino (allora rosso) si fermò a mezz’aria, sopra la valle dell’Avisio, a cento metri d’altezza, fu sollecitato a disinserire il blocco automatico dell’impianto ed a far scendere la funivia verso la sua destinazione. A Cavalese non arrivò mai. A duecento metri dalla stazione d’arrivo il vagoncino s’impennò, restò fermo a mezz’aria qualche decimo di secondo poi cominciò a precipitare in diagonale verso il fondovalle, sempre più veloce, sempre più sibilante. E mentre l’urlo dei morienti si spegneva con un tonfo dentro il prato, schiacciato come un maglio dal carrello, la fune d’acciaio scaricò la frusta incuneandosi profonda nel gelido terreno della valle.
Carlo Schweizer fu l’unico a pagare. Gli dissero di dire che era colpa sua, lo avrebbero dotato di avvocati di grido, di un gruzzolo per le spese e poi di un posto sicuro. Lui, che in quella società era un avventizio, che della funivia sapeva poco o nulla, che il patentino di manovratore non lo aveva mai conseguito, credette ai “dottori” e fu condannato. Quando s’accorse che lo avevano usato, ritrattò. Raccontò la sua versione, ma non fu creduto. Tornò a casa e trovò il focolare spento. Ex galeotto, senza più famiglia, senza un lavoro, con 42 morti che riempivano le sue notti senza sonno, cercò di annegare in un bicchiere la sua infinita malinconia. A Cavalese lo scansavano; i giornalisti se lo trovavano davanti ad ogni anniversario. Perché ricordassero, perché quei morti non fossero dimenticati.
Andò avanti così per 22 anni finché un altro disastro conquistò le prime pagine dei giornali e al tempo stesso, come una staffetta, richiamò alla memoria collettiva il primo.
Stanco ormai di combattere, Carlo Schweizer morì pochi mesi dopo, il 24 luglio 1998, ucciso da un tumore.
Missione compiuta, Carletto!
Adesso riposa in pace nel cimitero dell’Addolorata, proprio dinnanzi alla lapide che sul retro dell’Assunta ricorda i nomi dei 42 morti del Cermis “numero uno”.

* * *

A tarda notte di quel martedì di febbraio del 1998 arrivarono i pullman con gli impianti di trasmissione satellitare e, al seguito, le troupes degli inviati da mezza Europa e delle televisioni americane, giapponesi, australiane. Un disastro planetario perché c’erano di mezzo gli Stati Uniti, la marina americana, un aereo per la guerra elettronica con l’equipaggio che si addestrava, a bassa quota, per la guerra nei Balcani. Insomma: l’iradiddio, complicata dal fatto che i marines coinvolti avevano rifiutato di farsi interrogare dai magistrati della procura della Repubblica di Trento, s’erano alzati sbarramenti come dighe accampando difetti di giurisdizione, chiamando in campo accordi e memorandum Nato, postille più o meno segrete che venivano fatte risalire al 1951. Insomma, poiché il disastro era stato causato da militari americani in Italia, i responsabili di tale disastro sarebbero stati inquisiti e giudicati da un tribunale degli Stati Uniti, i danni sarebbero stati pagati dal governo italiano, ma a questo il 75% sarebbe poi stato rimborsato dal governo americano.
Il 5 febbraio, il circo mediatico smontò le paraboliche. Nella notte s’era sparsa la voce, poi rivelatasi errata, che l’industriale Giuseppe Soffiantini, nelle mani dei rapitori dal 17 giugno 1997, sarebbe stato liberato entro poche ore in Lombardia, i morti del Cermis ormai eran morti, bisognava pensare alla liberazione del rapito. Soffiantini restò ostaggio dei rapitori ancora quattro giorni, ma quella notte pareva si fosse all’epilogo. Una soffiata, si disse.
Calò il sipario.
Gli atti che seguirono portarono alla condanna simbolica dei due piloti (sei mesi per ostruzione al corso della giustizia e radiazione dal corpo dei marines), al rimborso record di 4 miliardi di lire per ognuna delle vittime, ad una commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro.
In mezzo, nel frattempo, ci fu la guerra nei Balcani (per la quale i gemelli del “predatore” del Cermis si dimostrarono utilissimi nei voli a bassa quota), la funivia fu sostituita da una cabinovia, meno slanciata sulla valle, più sicura di quei cavi aerei sulla gola.
Ad ogni anniversario, i morti sono ricordati con la commossa partecipazione anche delle autorità statunitensi e con il lutto cittadino a Cavalese. Un monumento di porfido li ricorda nel parco della Pieve, nel nuovo cimitero. Una Spoon River replicata, allestita come un giardino in faccia alla valle.
Nel cielo terso di febbraio gli aerei sfrecciano alti, oltre le vette.
Il “predatore”, da queste parti, non si è più visto: ha già colto le sue prede. Nel giorno di S. Biagio.


Post Scriptum: Il testo che segue è la ricostruzione “teatrale” del disastro affidata ad un protagonista, il manovratore del vagoncino che saliva verso la stazione intermedia, che restò appeso nel vuoto per un tempo indefinito, prima che un elicottero, con una spericolata manovra, riuscisse a portarlo a terra.
E’ la riproposizione di un disastro come una tragedia portata sul proscenio da un protagonista che racconta ciò che ha vissuto. Perché non sia dimenticato.
Il Cermis è ormai sinonimo di strage, ma è anche il paradigma della tenace volontà della gente di Cavalese di non restare schiacciata sotto un vagoncino, giallo o rosso che sia, né di essere appesa a quel filo tranciato un pomeriggio d’inverno da chi giocava a fare la guerra come davanti ad un videogame.
Il merito di Pino Loperfido, il quale a dispetto del cognome è un buono, è quello di proporre una cronaca senza indugiare in facili tirate di moralismo. Che la giustizia faccia il suo corso. Che la cronaca diventi storia. Perché non si sciolga come la neve, sotto quegli abeti, divenuta rossa: di sangue e di vergogna.

© 2001 - Edizioni Curcu & Genovese