Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Comincia così...

L’ottavo giorno.

L’uomo vorrebbe raccontare una storia. Tutto è ormai accaduto e lui non può farci proprio un bel niente. Solo raccontare. Mettere una parola davanti all’altra e cominciare. Sta pensando che il modo migliore per farlo è guardarsi alle spalle e ficcare tutti quei porci pensieri in un libro. E così sia... Il mondo ha l’abitudine un po’ cafona di prestare parole per reclamarne la restituzione subito dopo. Solo scrivendole, quelle parole, possiamo riconsegnarle al mondo.
L’uomo è seduto alla sua scrivania. È un medico. Aspetta il primo paziente dalla giornata. Le mani giunte, pollice e indice pinzati all’attacco del naso, proprio in mezzo agli occhi. Lo sguardo fisso alla porta, un leggero tremolìo del piede sinistro. La stessa posizione di ogni santo giorno.
Tutto è ormai accaduto e, a pensarci bene, forse non è vero che non può farci un bel niente. Si fa sempre in tempo a rimediare. Anche quando quel rimedio può nuocerti, nonostante possa farti molto, molto bene. Sembra uno scioglilingua, è vero.
L’uomo sorride.
Poco prima di entrare in ambulatorio, si è trovato davanti ad un quadro inaspettato, giù per strada. Un ragazzo e una ragazza, alti, belli, affascinanti e ben vestiti, si baciavano fuori da un bar. Una scena da film. Non volendo, lui si è fermato a guardarli. A lungo. Troppo a lungo. Fino a che quelli si sono accorti di lui e gli hanno rimbrottato qualcosa del tipo: “Che diavolo hai da guardare?” L’uomo ha chiesto scusa, malgrado fossero stati proprio quei due ragazzi a procurargli un piccolo dolore. Senza sorprenderlo. Già sapeva, infatti, che quasi sempre la felicità altrui suscita in chi la guarda una lieve forma di infelicità.
L’uomo si chiama Giacomo Andreatti ed ha quarantotto anni. La storia che vorrebbe raccontare è la sua. Comincia alla pagina seguente.

© 2009 - Edizioni Curcu & Genovese