Trento 2050 circa: l’infelicità ha le sue meccaniche
22/10/09 06:50 Archiviato in:TrentinoMese
Barack Hussein Obama è ancora un presidente, novantenne; il minareto della moschea di Trento spicca alto, tra le case e i capannoni di una periferia illividita; l’inceneritore lo si nota, eccome; ed è ovunque il logo di ReziaCom, l’azienda istituzione che con la sua presenza permea ogni settore della vita pubblica (e privata) del Trentino. Per non dire della severa Milizia che assicura l’ordine in una terra di suo già ordinata. Fatti due conti, siamo nel 2050, anno più, anno meno.
Colà Pino Loperfido colloca il suo nuovo romanzo, atteso dopo i fuochi d’artificio di “Teroldego”, impietoso spaccato dell’universo giovanile trentino che suscitò non poco rumore.
Chissà se basterà l’aver collocato in un futuro prossimo la trama – serrata – del nuovo romanzo, ad evitare qualche nuova, ulteriore polemica. “Le meccaniche dell’infelicità” è un lavoro ambizioso, che ha richiesto una dedizione non episodica e che ci consegna uno scrittore ormai maturo, capace di una sfida stilistica coraggiosa, e vinta. Qualcuno potrebbe parlare di “romanzo difficile”. Perché, sembra facile la vita scombiccherata che ci portiamo spesso appresso, anche nelle ridenti valli alpine?
Allora, ci si tuffi con convinzione nella trama che Loperfido ha tessuto. Perché dietro le sue storie che si intrecciano e inseguono, sorrette da una scrittura sempre più solida e sicura – sorprendentemente altra, capace di scandagli psicologici e dolorose incursioni nelle pieghe dell’animo e delle pulsioni umane, rispetto ai toni volutamente giovanilisti e gergali del precedente “Teroldego” -, ci sono appunto i temi eterni della (fragile) condizione umana. Felicità ed infelicità, il desiderio; il senso del tempo che passa; la morte e il sesso, (assieme, come no?), la nostalgia e la memoria.
E c’è il Trentino che verrà – meglio, che l’autore intravvede possibile, alla sua maniera -, nelle fitte pagine di questo romanzo assai poco accomodante. C’è Giacomo Andreatti, il protagonista. Medico da tempo lontano da Trento e che a Trento torna per il funerale del padre. Non un padre qualsiasi, visto che Franco Andreatti era stato il presidente – ed anche assessore – della Provincia di Trento. E se il figlio medico se ne era andato con non pochi conti in sospeso verso una realtà che gli stava stretta, era invece rimasto il fratello di Giacomo, Giorgio, anch’egli in politica, anch’egli candidato a sedere sulla poltrona.
Loperfido snoda il suo racconto in una manciata di giorni – tutti segnati da una pioggia continua e sporca che fa tanto Blade Runner, nella Trento del 2050 -, prima e dopo il funerale di quello che era stato uno degli uomini più potenti (il più potente?) della sua terra. E accende la miccia di una storia dove i nobili ideali di una autonomia comunque apportatrice di ricchezza (ed ordine, assicurato anche dai manganelli della Milizia) si intrecciano con vicende non del tutto pulite. Basti dire che c’è di mezzo anche la morte misteriosa di Vigilio Endrizzi, un uomo d’affari che con i figli del presidente Andreatti aveva diviso non solo gli affari, appunto, ma anche la passione per una donna, Elisa, forse l’altra grande protagonista del romanzo
Essì, anche l’amore e l’erotismo entrano - senza invaderle - in queste pagine, tra l’imponente cerimonia funebre (con corollario di ipocrisia ben sparsa) e il girovagare di Giacomo che in quei pochi giorni – di ritorno in una terra che ancora ama e che però sente lontana e distante -, è chiamato ad un viaggio a ritroso nel tempo, faccia a faccia con mille diverse pulsioni.
Nella terra dove ReziaCom sembra onnipresente, non è peraltro solo il potere della politica ad uscire acciaccato dal racconto di Loperfido.
Ecco Giuliana, giovane ed ambiziosa cronista di un quotidiano locale, che approfitta del funerale e di un innocente abbraccio tra Giacomo e la mai dimenticata Elisa, per imbastire un articolo scandalistico, beccandosi l’epiteto di “quella troia” dal candidato presidente, che peraltro si scoprirà poi in combutta con la medesima, quanto a scambi di notizie e di favori.
Eppure, lo si ripeta. Questo romanzo è appunto un viaggio attorno alle meccaniche dell’infelicità – e ai mille stratagemmi messi in atto per cercare di sfuggirne - e in questo Trento non è che parte del tutto, nella prosa di Loperfido. Quindi, pagine tutt’altro che provinciali.
Per essere chiari e per dare al topino impazzito della copertina, prigioniero della ruota che gira, quel che gli spetta. La possibilità di interrompere quel triste giro
senza fine. (C.M.)
Colà Pino Loperfido colloca il suo nuovo romanzo, atteso dopo i fuochi d’artificio di “Teroldego”, impietoso spaccato dell’universo giovanile trentino che suscitò non poco rumore.
Chissà se basterà l’aver collocato in un futuro prossimo la trama – serrata – del nuovo romanzo, ad evitare qualche nuova, ulteriore polemica. “Le meccaniche dell’infelicità” è un lavoro ambizioso, che ha richiesto una dedizione non episodica e che ci consegna uno scrittore ormai maturo, capace di una sfida stilistica coraggiosa, e vinta. Qualcuno potrebbe parlare di “romanzo difficile”. Perché, sembra facile la vita scombiccherata che ci portiamo spesso appresso, anche nelle ridenti valli alpine?
Allora, ci si tuffi con convinzione nella trama che Loperfido ha tessuto. Perché dietro le sue storie che si intrecciano e inseguono, sorrette da una scrittura sempre più solida e sicura – sorprendentemente altra, capace di scandagli psicologici e dolorose incursioni nelle pieghe dell’animo e delle pulsioni umane, rispetto ai toni volutamente giovanilisti e gergali del precedente “Teroldego” -, ci sono appunto i temi eterni della (fragile) condizione umana. Felicità ed infelicità, il desiderio; il senso del tempo che passa; la morte e il sesso, (assieme, come no?), la nostalgia e la memoria.
E c’è il Trentino che verrà – meglio, che l’autore intravvede possibile, alla sua maniera -, nelle fitte pagine di questo romanzo assai poco accomodante. C’è Giacomo Andreatti, il protagonista. Medico da tempo lontano da Trento e che a Trento torna per il funerale del padre. Non un padre qualsiasi, visto che Franco Andreatti era stato il presidente – ed anche assessore – della Provincia di Trento. E se il figlio medico se ne era andato con non pochi conti in sospeso verso una realtà che gli stava stretta, era invece rimasto il fratello di Giacomo, Giorgio, anch’egli in politica, anch’egli candidato a sedere sulla poltrona.
Loperfido snoda il suo racconto in una manciata di giorni – tutti segnati da una pioggia continua e sporca che fa tanto Blade Runner, nella Trento del 2050 -, prima e dopo il funerale di quello che era stato uno degli uomini più potenti (il più potente?) della sua terra. E accende la miccia di una storia dove i nobili ideali di una autonomia comunque apportatrice di ricchezza (ed ordine, assicurato anche dai manganelli della Milizia) si intrecciano con vicende non del tutto pulite. Basti dire che c’è di mezzo anche la morte misteriosa di Vigilio Endrizzi, un uomo d’affari che con i figli del presidente Andreatti aveva diviso non solo gli affari, appunto, ma anche la passione per una donna, Elisa, forse l’altra grande protagonista del romanzo
Essì, anche l’amore e l’erotismo entrano - senza invaderle - in queste pagine, tra l’imponente cerimonia funebre (con corollario di ipocrisia ben sparsa) e il girovagare di Giacomo che in quei pochi giorni – di ritorno in una terra che ancora ama e che però sente lontana e distante -, è chiamato ad un viaggio a ritroso nel tempo, faccia a faccia con mille diverse pulsioni.
Nella terra dove ReziaCom sembra onnipresente, non è peraltro solo il potere della politica ad uscire acciaccato dal racconto di Loperfido.
Ecco Giuliana, giovane ed ambiziosa cronista di un quotidiano locale, che approfitta del funerale e di un innocente abbraccio tra Giacomo e la mai dimenticata Elisa, per imbastire un articolo scandalistico, beccandosi l’epiteto di “quella troia” dal candidato presidente, che peraltro si scoprirà poi in combutta con la medesima, quanto a scambi di notizie e di favori.
Eppure, lo si ripeta. Questo romanzo è appunto un viaggio attorno alle meccaniche dell’infelicità – e ai mille stratagemmi messi in atto per cercare di sfuggirne - e in questo Trento non è che parte del tutto, nella prosa di Loperfido. Quindi, pagine tutt’altro che provinciali.
Per essere chiari e per dare al topino impazzito della copertina, prigioniero della ruota che gira, quel che gli spetta. La possibilità di interrompere quel triste giro
senza fine. (C.M.)