Visioni dal futuro - Tra Orwell e Foucault

Ci si intravede un po’ di Foucault, di quella microfisica del potere con cui Michel Foucault aveva stupito i francesi nel 1977 e con cui aperse gli occhi ai lettori di mezzo mondo sul principio degli anni ottanta. Quel tipo di potere, millimetrico, che non è concepito come una proprietà da parte di chi lo esercita ma come una strategia politica a uso e consumo delle istituzioni. Un controllo. Il controllo. Addirittura, una “tecnologia politica” del controllo. Che i controllori – lo stato – esercitano sui controllati e quindi in fin dei conti sui dei corpi in carne e ossa. “Anatomia” politica del potere. Ci si intravede questo ma ci si intravede anche dell’altro. Un po’ di Fabrizio De Andrè, per esempio. Solo un po’. In quella “cosa” che il cantautore chiamava “ginnastica di obbedienza” e in quella capacità che egli sempre dimostrò di mettere a nudo e spalle al muro il tema dell’uso e dell’abuso del potere. Ma poi ci si intravede, e non potrebbe non essere così, anche 1984 e la Fattoria degli animali. George Orwell, insomma. Che, influenzato tanto dal suo lato anarchico quanto dell’eco del regime totalitario sovietico del secondo dopoguerra, immaginò una società del futuro dove il potere è il valore unico e assoluto, dove non c’è nulla che non si debba o non si possa sacrificare per conquistarlo e dove l’occhio spietato dello stato controlla ogni singola azione e ogni singolo pensiero della vita di Winston Smith, il protagonista di 1984, e della vita di chiunque altro. Il potere e l’occhio del potere. Ciò che De Andrè avrebbe chiamato una “coscienza al fosforo piantata tra l’aorta e l’intenzione” e che, un secolo e mezzo prima di Orwell e del poeta genovese, l’utilitarista ed economista Jeremy Bentham aveva teorizzato nel Panopitcon, un carcere a forma circolare con una sola torretta centrale da cui lo sguardo di un solo secondino poteva controllare ogni istante di ogni giorno di ogni carcerato.
Ce ne è abbastanza per avere i brividi. E infatti questo non è romanzo semplice. Né per il tema che affronta né per il tipo di linguaggio che ha scelto. Né che per chi lo voglia leggere né per chi lo ha voluto scrivere. Ci si intravede tutto questo, nel secondo romanzo di Pino Loperfido. E sulla copertina? Il criceto. Che non si intravede ma si vede in primo piano. Il criceto che corre nella ruota macinando chilometri e chilometri senza mai muoversi di un dito.

Le meccaniche dell’infelicità è stato appena edito da Curcu&Genovese, costa 15 euro e supera di poco le 400 pagine
. Il protagonista è Giacomo Andreatti, un “medico di base di 48 anni con l’hobby della scrittura – si legge nella seconda di copertina – che torna nella sua città in seguito alla morte del vecchio padre”. La città è completamente cambiata. Siamo nel futuro. La proiezione del futuro secondo Pino Loperfido. Una società militarizzata dove il potere controlla tutto e dove una “patina di democrazia” nasconde un mondo senza libertà. Il protagonista ritrova i luoghi di una volta, gli affetti, gli amori e una serie di verità sconvolgenti con cui dovrà fare i conti. “Ho scelto il medico – spiega Loperfido – perché il mio protagonista aveva mitizzato da bambino questa professione e nel momento in cui si rende conto che il medico non può fare nulla per evitare la morte della madre egli entra brutalmente nell’età adulta”. Tra le righe, scorgiamo un velo delicato di sfondo autobiografico se è vero che l’autore dedica questo romanzo alla madre, scomparsa da poco. “A Teresa – si legge – che adesso sa”.

Con lo sfondo autobiografico altri due sono i pesi e le misure che emergono dal libro. In primo luogo, l’amore vivo per il romanzo, per il libro, per la letteratura e per la scrittura. In secondo luogo, la grande sensibilità dell’autore, dell’uomo, dell’artista. Un tipo di sensibilità che è il vero valore aggiunto per chi fa il mestiere difficile dello scrittore. Del suo ultimo romanzo ma non solo, lasciamo che ce la racconti lui, questa sensibilità. “Quando ho consegnato il libro alle stampe – spiega Pino Loperfido – ho provato un senso di grande liberazione ma anche di commozione e nostalgia. Per un attimo mi sono sentito spaventato e mi sono reso conto di che cosa significhi mettere così tanto di sé nelle parole. Rispetto a Teroldego, che è il mio primo romanzo, nelle Meccaniche dell’infelicità ho cambiato stile. Il primo era un linguaggio fatto di fuochi d’artificio e di colpi ad effetto mentre ora mi sono servito di una narrativa pacata, non sempre facile, che considero il mio vero stile. Ho riletto il libro almeno una quindicina di volte e ogni rilettura è stata una riscrittura. Quante più volte rileggi quel che scrivi e tanto più l’umiltà prende il sopravvento su di te. Il futuro di cui parlo non è per forza fantascienza. Parlerei piuttosto di realismo apocalittico. Ma non ho messaggi da insegnare. Un buon romanzo deve essere uno spazio di libertà che solo apparentemente deve condizionare il lettore. Non ho inteso predire il futuro ma solo scongiurarlo. In questo senso, considero lo scrittore come un inviato speciale nei mondi possibili. E il romanzo è il suo reportage conclusivo”. Un ruolo prezioso, dolce e sottile viene evidentemente attribuito al libro. “Considero il libro – conclude Loperfido – come l’ultimo caposaldo della nostra libertà intesa come responsabilità”.
Per la presentazione del romanzo è un in programma una specie di tour. Si comincia con l’incontro di Villa Lagarina, a palazzo Libera alle 20.30, il 5 novembre. Il giorno successivo l’autore sarà a Rovereto, alla libreria Blulibri alle 17.30. Poi, tra novembre e dicembre, sarà a Lavis, Levico Terme, Arco, Spiazzo Rendena, Calliano, Tione, Telve, Cles, Cavalese, Vigolo Vattaro, Caldonazzo e Borgo Valsugana. A Trento, l’appuntamento è per il 19 novembre (libreria Ancora, 17.30) e il 18 dicembre (Centro sociale Bruno, ore 21).
(Alessandro de Bertolini - Corsera 19 novembre 2009)