Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Un incubo orwelliano per Trento

È ambientato nel futuro, ma non è certo un libro di fantascienza, il secondo romanzo di Pino Loperfido , bensì un'ipotesi narrativa su ciò in cui potrebbe un domani trasformarsi il Trentino. E speriamo quanto ci viene raccontato in «Le meccaniche dell'infelicità» non accada davvero, perché il quadretto umano, sociale e politico tratteggiato dall'io narrante è davvero penoso, squallido nonché inquietante. Protagonista della vicenda è Giacomo Andreatti, medico di mezza età, debitamente (ma non proprio felicemente) coniugato, due figli a carico e una certa mole di amarezza sulle spalle per un lavoro a cui l'uomo non crede più come un tempo e che forse ha intrapreso seguendo il sogno puerile d'un «potere taumaturgico» che, agli occhi del ragazzino Giacomo, «aveva sempre una risposta per tutto». Ma ora che i pazienti entrano nel suo ambulatorio quando «si vedono persi e cominciano a sbattere contro le pareti della vita», egli non sa più cosa rispondere loro ed il disincanto per la professione medica si trasforma in disagio, in profondo malessere esistenziale. Giacomo quindi si sente fuori luogo e deluso da un tran tran piccolo borghese che sopporta sempre meno. Sorta di uomo senza qualità di musiliana memoria, al nostro quarantottenne pare d'essere il criceto che aveva in casa da bambino e che era costretto suo malgrado a correre su una nuota senza mai poter spingersi oltre le sbarre della gabbietta. U n giorno però una telefonata di suo fratello Giorgio (un politico aspirante alla carica di governatore del Trentino) lo farà tornare controvoglia nella città natale, da cui s'era allontanato in gioventù, per presenziare ai funerali dell'anziano padre: fino a pochi anni prima vero e proprio signore e padrone di «un piccolo Stato indipendente, ubriaco di autonomia e di ricchezza». Trento però, agli occhi dello smaliziato Giacomo, appare ben presto diversa da quella del passato: plumbea, invasa da mendicanti extracomunitari e battuta da interminabili piogge che ce la fanno somigliare alla metropoli di Blade Runner. La città inoltre offre al visitatore uno scenario orwelliano: ovunque agenti armati della Milizia provinciale controllano vie e passanti; una sola mastodontica azienda gestisce ogni attività, sia economica che politica; e le persone poi sono ombrose, diffidenti ma omologate al pensiero unico imposto dalla classe dominante. È dunque con un amaro senso di spaesamento che il nostro medico approda nel capoluogo trentino. Ciò non bastasse, l'incontro con il fratello tanto armeggione quanto determinato a divenire governatore ed in specie quello con l'ex fiamma Elisa finiscono per metterlo definitivamente in crisi. Nei pochi giorni della sua permanenza a Trento accadono inoltre episodi imprevisti che gli fanno ripensare a un passato giovanile rimosso e ad un dramma che il protagonista invano s'era illuso di relegare nel dimenticatoio. Ne conseguirà una serie di dolorose agnizioni, con le quali egli dovrà misurarsi, ed una scelta cruciale da compiere, non priva di gravi effetti per il futuro suo e dei propri cari. Questo nuovo romanzo di Loperfido appare diverso dall'assai più corrosivo e pungente «Teroldego». Qui il tono ed il registro stilistico sono contraddistinti da maggior pacatezza e la scrittura risulta assai sorvegliata, attenta com'è ad ogni sfumatura espressiva e meditativa. Il testo è ponderoso (oltre le 400 pagine) ed ambizioso nell'intento di affrontare tematiche complesse ed impegnative, che vanno dalla riflessione sul senso (o non senso) del vivere alle complesse meccaniche esistenziali in grado di generare l'insoddisfazione; dall'analisi sulla deriva populistica cui può approdare una politica cinica - basata solo sugli slogan e sulla falsificazione della realtà - all'uso dei media per orientare o disorientare gli elettori d'una democrazia ridotta a simulacro formale. Ma non solo. Attraverso vari monologhi e rivisitazioni delle esperienze d'un passato remoto (solo all'apparenza) condotte mediante felici flash-back, il protagonista di Loperfido si/ci interroga sull'autentico ruolo e sul limite dei legami familiari, sull'amor-passione (non certo solo appannaggio della gioventù) quale forza dirompente/destabilizzante, infine sulla precarietà e l'estrema mutevolezza di ogni umano costrutto. Dunque sulla morte, insomma, che per chi non crede a Dio annichilisce ogni essere vivente. Ma in una realtà culturale all'insegna del materialismo/edonismo è sempre più difficile anche solo ipotizzare una dimensione trascendente, uno sguardo cioè che miri oltre il limite angusto di un'ottica orientata al consumo, ai piaceri ed all'ipertrofia di un io narciso. Ma non si pensi ad un romanzo serioso, dal taglio aggressivo, provocatorio e/o polemico. Tutt'altro. «Le meccaniche dell'infelicità» rappresenta semmai un monito/preavviso rispetto a quanto realmente potrebbe accadere (e non solo in Trentino) ad una popolazione che abdicasse del tutto al senso critico, all'altruismo ed all'indispensabile urgenza di indignarsi contro ogni ingiustizia sociale. In parole povere che rinunciasse alla libertà di ragionare, testimoniare, amare. (Francesco Roat - l'Adige del 29 dicembre 2009)