Un incubo orwelliano per Trento
29/12/09 06:56 Archiviato in:l'ADIGE
È ambientato nel futuro, ma non è certo un
libro di fantascienza, il secondo romanzo di Pino
Loperfido , bensì un'ipotesi narrativa su
ciò in cui potrebbe un domani trasformarsi il
Trentino. E speriamo quanto ci viene raccontato in
«Le meccaniche dell'infelicità» non accada davvero,
perché il quadretto umano, sociale e politico
tratteggiato dall'io narrante è davvero penoso,
squallido nonché inquietante. Protagonista della
vicenda è Giacomo Andreatti, medico di mezza età,
debitamente (ma non proprio felicemente) coniugato,
due figli a carico e una certa mole di amarezza sulle
spalle per un lavoro a cui l'uomo non crede più come
un tempo e che forse ha intrapreso seguendo il sogno
puerile d'un «potere taumaturgico» che, agli occhi
del ragazzino Giacomo, «aveva sempre una risposta per
tutto». Ma ora che i pazienti entrano nel suo
ambulatorio quando «si vedono persi e cominciano a
sbattere contro le pareti della vita», egli non sa
più cosa rispondere loro ed il disincanto per la
professione medica si trasforma in disagio, in
profondo malessere esistenziale. Giacomo quindi si
sente fuori luogo e deluso da un tran tran piccolo
borghese che sopporta sempre meno. Sorta di uomo
senza qualità di musiliana memoria, al nostro
quarantottenne pare d'essere il criceto che aveva in
casa da bambino e che era costretto suo malgrado a
correre su una nuota senza mai poter spingersi oltre
le sbarre della gabbietta. U n giorno però una
telefonata di suo fratello Giorgio (un politico
aspirante alla carica di governatore del Trentino) lo
farà tornare controvoglia nella città natale, da cui
s'era allontanato in gioventù, per presenziare ai
funerali dell'anziano padre: fino a pochi anni prima
vero e proprio signore e padrone di «un piccolo Stato
indipendente, ubriaco di autonomia e di ricchezza».
Trento però, agli occhi dello smaliziato Giacomo,
appare ben presto diversa da quella del passato:
plumbea, invasa da mendicanti extracomunitari e
battuta da interminabili piogge che ce la fanno
somigliare alla metropoli di Blade Runner. La città
inoltre offre al visitatore uno scenario orwelliano:
ovunque agenti armati della Milizia provinciale
controllano vie e passanti; una sola mastodontica
azienda gestisce ogni attività, sia economica che
politica; e le persone poi sono ombrose, diffidenti
ma omologate al pensiero unico imposto dalla classe
dominante. È dunque con un amaro senso di spaesamento
che il nostro medico approda nel capoluogo trentino.
Ciò non bastasse, l'incontro con il fratello tanto
armeggione quanto determinato a divenire governatore
ed in specie quello con l'ex fiamma Elisa finiscono
per metterlo definitivamente in crisi. Nei pochi
giorni della sua permanenza a Trento accadono inoltre
episodi imprevisti che gli fanno ripensare a un
passato giovanile rimosso e ad un dramma che il
protagonista invano s'era illuso di relegare nel
dimenticatoio. Ne conseguirà una serie di dolorose
agnizioni, con le quali egli dovrà misurarsi, ed una
scelta cruciale da compiere, non priva di gravi
effetti per il futuro suo e dei propri cari. Questo
nuovo romanzo di Loperfido appare diverso dall'assai
più corrosivo e pungente «Teroldego». Qui il tono ed
il registro stilistico sono contraddistinti da
maggior pacatezza e la scrittura risulta assai
sorvegliata, attenta com'è ad ogni sfumatura
espressiva e meditativa. Il testo è ponderoso (oltre
le 400 pagine) ed ambizioso nell'intento di
affrontare tematiche complesse ed impegnative, che
vanno dalla riflessione sul senso (o non senso) del
vivere alle complesse meccaniche esistenziali in
grado di generare l'insoddisfazione; dall'analisi
sulla deriva populistica cui può approdare una
politica cinica - basata solo sugli slogan e sulla
falsificazione della realtà - all'uso dei media per
orientare o disorientare gli elettori d'una
democrazia ridotta a simulacro formale. Ma non solo.
Attraverso vari monologhi e rivisitazioni delle
esperienze d'un passato remoto (solo all'apparenza)
condotte mediante felici flash-back, il protagonista
di Loperfido si/ci interroga sull'autentico ruolo e
sul limite dei legami familiari, sull'amor-passione
(non certo solo appannaggio della gioventù) quale
forza dirompente/destabilizzante, infine sulla
precarietà e l'estrema mutevolezza di ogni umano
costrutto. Dunque sulla morte, insomma, che per chi
non crede a Dio annichilisce ogni essere vivente. Ma
in una realtà culturale all'insegna del
materialismo/edonismo è sempre più difficile anche
solo ipotizzare una dimensione trascendente, uno
sguardo cioè che miri oltre il limite angusto di
un'ottica orientata al consumo, ai piaceri ed
all'ipertrofia di un io narciso. Ma non si pensi ad
un romanzo serioso, dal taglio aggressivo,
provocatorio e/o polemico. Tutt'altro. «Le meccaniche
dell'infelicità» rappresenta semmai un
monito/preavviso rispetto a quanto realmente potrebbe
accadere (e non solo in Trentino) ad una popolazione
che abdicasse del tutto al senso critico,
all'altruismo ed all'indispensabile urgenza di
indignarsi contro ogni ingiustizia sociale. In parole
povere che rinunciasse alla libertà di ragionare,
testimoniare, amare. (Francesco Roat - l'Adige del 29
dicembre 2009)