Comincia così...

Intro.

Il casellante ficca gli occhi nella Punto targata Trento e fa una faccia strana. Ne ha viste tante nel corso della sua carriera lì, al casello di San Donà: omosessuali di ottant’anni, bambini al volante, cantanti, manager, droghini e spacciatori. Tuttavia, cinque ragazzotti tanto cepi e silenziosi non gli erano ancora capitati.
D’altra parte, di cosa diavolo vuoi parlare quando sei reduce da una storia del genere e devi solo badare alla pecòla che ti senti salire su dallo stomaco?
Il Ferdi insiste con quello stereo. Il vecchio Bob Marley non è il massimo a quest’ora, col sole che ci spacca la testa. Ma in un abitacolo tanto silenzioso può essere tanto di compagnia. Picchietto con la mano su un ginocchio. Cerco di stare al tempo con No woman no cry, ma mi incasino in una specie di pum-pum da discoteca.
L’ho vista bene, quella. Già ad andarsene in giro ad una certa ora, col rischio di beccarsi un’insolazione, sono azioni che la legge dovrebbe punire. Voglio dire, se te le vai a cercare le rogne…
Come dite? Certo che si è rialzata. Che credevate? Ha vaffanculato un tot al nostro indirizzo, certo… ma poi – possano spaccarmi la testa – ha inforcato la bici e alla velocità della luce ha ripreso il suo tragitto. Più in forma di prima. Perché da certe esperienze, tante volte, se ne può uscire migliorati. E questo, inutile dirlo, vale anche per il sottoscritto.


PARTE PRIMA



1.

Che poi, voglio dire, se un testa di passero qualsiasi viene da me e mi dice: “Sai vecchio, forse non è il caso di buttarla così tanto sul pesante”, io sono capace di non rispondergli nemmeno. Gli do un pugno sul naso e lascio che il sangue gli sporchi per bene quelle scarpe schife che si porta ai piedi. Quanto è vero che mi chiamo Lillo Gubert e ho ventidue anni portati alla chemenefrega.
So cosa state pensando. “Già non sei questa gran bellezza, pure violento sei?” E magari, dato che sono brutto, di conseguenza, stando ad una diffusa associazione mentale, ho un appetito sessuale da perderci la gamela. Sono una specie di pervertito, maniaco, ecc.
Io non mi ritengo brutto. Un cin sovrappeso, d’accordo. Non sono alto due metri, lo ammetto. Ma poi che vuol dire tutto ciò? Non vado mica a spaccarmi i maroni in palestra solo per la bella faccia di chi mi sta attorno. O a correre come un deficiente sulla ciclabile solo per assomigliare a qualche fottuta star del cinema o non so chi. Ma poi, in fin dei conti, che diavolo ve ne frega?

Mandando giù qualche litrozzo di birra, aspetto il Ferdi qui al bar Alpino. Il Caporalpedrotti mi guarda sempre più preoccupato. Con la scusa di passare lo straccio sul banco mi fissa nelle pupille, ‘sto balordo. Voglio dire. Lo vede pure lui che c’ho le balle a terra. E vi dirò: non è tanto per l’esame andato a farsi benedire. Ad eventi catastrofici come questo c’ho fatto una specie di callo. In una parola, non è mica la prima volta che quel faccione di prof mi restituisce il libretto dicendomi di ripassare all’appello successivo.
Se devo dirla giusta, stavolta ero convinto di farcela. Ho studiato perfino più di una settimana, dieci maledetti giorni, per superare lo scoglio di filosofia teoretica. E la mattina dell’esame mi sono alzato presto. Con la testa che non trasmetteva il solito dum-dum. La sera prima, infatti, mi sono contenuto nel beveraggio: qualche birra e stop. Niente caneva tour o digestivi-amari-grappe alla ruta e compagnia bella. Mi sono pettinato, sistemato come un fighetto. Il magnagatti che abita con me non credeva ai suoi occhi. Infatti, oltre a passare nel bagno qualcosa come sei minuti (un’eternità rispetto agli altri giorni), mi sono fasciato di tutto punto con il vestito buono, uno spezzato grigio che va bene se sei un rappresentante o se sei testimone ad un matrimonio. Se non rientri in nessuna di queste categorie non puoi che essere uno di quei ritardati che comunicano col mondo attraverso le griffe: “Io Armani, tu Versace, egli Trussardi, ecc.”.
Comunque, per dirla tutta, visto che mi sono messo a raccontarlo, questo esame era partito bene. Il testina di teoretica, da dietro quelle lenti offuscate, mi ha invitato a parlare di un argomento a piacere. Detto tra noi, la tentazione è stata quella di distribuire commenti sulle mie colleghe di filosofia: parlare di donne, insomma. Ho frenato, non per dire, lasciando due strisce lunghe così sull’asfalto. Poi, ho cominciato a svomare l’unico capitolo che ho imparato praticamente a memoria. Solo che prima, porca-di-quella-puttana, la mia esibizione è stata viziata da un piccolo errore di forma.
Volendo imitare come al solito quel Joe Pesci là, mi è scappato un sorrisino e il prof, da dietro alle lenti, deve essersela presa a male, perché ha cominciato a ruggire e a domandarmi robe di cui ignoravo alla grande l’esistenza. Hegel, Kant, Schopenauer… e che è, la nazionale tedesca?! Tutte ‘ste domandine a quattro incognite tipo “Chi vuol esser milionario” e tutti gli altri quiz cretini che mandano alla tele.
In parole povere: mi ha segato.
E allora eccomi qui, mò, con questo vecchiaccio rincoglionito che mi fa la morale a furia di sguardi. E non solo. Pedrotti è un’istituzione del paese, proprio come il municipio. È magro da fare paura e la sua faccia sembra una ragnatela tante sono le rughe. Non capisco perché si ostini ancora a portare quel ridicolo riportino. Voglio dire, la cocuzza nuda te la si vede comunque; taglia giù tutto, che almeno sembri più giovane… Per lo meno più giovane del faraone Tutankamen.
Per tutta risposta alla sue paternali, mi faccio versare un nauseante merlot di quarta schiera. Sempre così quando non devo badare al sapore, ma solo all’ebbrezza che ne consegue. E poi, come dire, è tanto di risparmio.
Alzo il bicchiere e mando giù alla velocità della luce. Registro una breve scossa tellurica all’altezza dello stomaco. Robetta, nessuna vittima, solo qualche cornicione kaputt. Bisso l’azione suicida ordinando altro merlot. Il liquido nerastro passa direttamente dal bicchiere all’esofago. Altro sommovimento: ma questa volta è solo una stupida scossa d’assestamento. Mò sì, che siamo pronti per la festa.
«Tuo padre lo sa che bevi così tanto?» mi fa il Caporale e per poco non mi sputa la dentiera sul bancone.
«Mio padre non ha fatto la naia. E poi lui va dal Ginetto, di Sopra. Là sì che ti lasciano svaccare senza stare a spaccarti le balle.» Ma quello non coglie…
«Lo dico per il tuo bene» fa Caporalpedrotti con una faccia da madreteresa.
«Lo so, Pedro. Non temere che so badare a me stesso» e giù ancora vino.
«Guarda che bere in quel modo fa male.» Pedro è un monumento vivente alla fantasia.
«A parte il fatto che il mio concetto di bene e il tuo immagino siano molto divergenti, considerato altresì che sono maggiorenne e che se ti pago tu sei obbligato per legge a lasciarmi bere tutto il bar, sai cosa pensavo?»
Il vecchio si prepara a rispondere, ma prende tempo. Si capisce, per lui una domanda retorica è una specie di scorreggia. Ma non gli lascio nemmeno un secondo.
«…non per dire, cosa ti spinge a scoraggiare i clienti nel consumo di ciò che tu stesso commerci? In una parola, se ti preoccupano così tanto i danni dell’alcool su noi giovani perchè cazzo hai aperto un bar? Potevi confezionarti, chessò, un elettrodomestici o una fioreria fetente, magari dirimpetto al cimitero.»
Capisco di averlo colpito e decido di affondare i colpi.
«Tu stai tanto a criticarmi perché per una volta sbicchiero in solitaria allegria, ma ti sei mai fatto qualche domanda sulla natura del tuo lavoro? Non per dire, mi vengono in mente le prostitute – a questo punto, visto il completo inebetimento del Caporalpedrotti, cerco un minimo di riscontro tanto per capire se c’è ancora o ha avuto un ictus – e le prostitute sono… sono…» lo sollecito.
«L-le p-prostitute sono… puttane» risponde egli molto acutamente.
«Appunto, bravo, però, vedi, le prostitute sono puttane, come giustamente dici tu, ma sono pure un vizio. Come è un vizio il bere. E tu cos’è che vendi?»
Il Caporale si guarda attorno smarrito: bottiglie, bottiglie e ancora bottiglie.
«Te lo dico io: un vizio cagoso, vendi. Sia chiaro, il discorso va preso con le pinze, ogni cosa ha il suo giusto metro di valutazione. Non possiamo paragonare le puttane all’alcool, pacifico. Però, in una certa misura, quello che tu fai presenta forti correlazioni con l’attività di quei soggetti che sfruttano impunemente la prostituzione. Non per dire, vizio è uno e vizio è pure l’altro.»
Pedro mi guarda come (per restare in argomento) ti guarda una di quelle se ti azzardi a chiederle un bacio anziché la trombata di routine. Io, siccome non reggo molto le scene in cui qualcuno viene smerdato tanto grandiosamente, a maggiore ragione se si tratta di un vecchio bacucco, distolgo lo sguardo dal fringuello, impietosito. Dirigo le telecamere verso le pareti colme di ogni sorta di cazzate: antichi attrezzi per ricamare, antichi attrezzi per filare la lana. Antiche cazzate, insomma. E poi c’è pure la foto del Caporalpedrotti in divisa sull’Adamello, o non so quale altra fottuta cima gloriosa.
Torno ad inquadrarlo, stavolta in diretta. Sapete che vi dico? Che forse qualche anno in meno di Tutankamen ancora lo dimostra. I muscoli facciali sono rilasciati, molli come certi elastici usati troppo a lungo. Il confronto con la foto è inevitabile. Inevitabili pure le solite considerazioni sui deleteri effetti del tempo sul corpo umano. Pedro è ancora lì intontito dalle mie parole, quando nel ridente locale si affaccia uno stonatissimo Ferdi.
Ferdinando è mio amico da sempre. Siamo coscritti e abbiamo un sacco di cose in comune. Per esempio siamo dello stesso schifo di paese. Una delle poche cose che ci distingue è l’aspetto fisico: io, non per dire, sono belloccio. Lui, con questo naso affilato, gli occhi in fuori e i capelli grassi ricorda in tutto e per tutto il vecchio Fausto Coppi.
Il Ferdi mi si avvicina facendo strani gesti. Il sospetto è che il ruvido merlot abbia cominciato ad agire a livello sinapsico e quello che credo di vedere non coincide più con quello che vedo effettivamente. Allora, provo a spazzare le briciole di filosofia teoretica dal bancone aggredendo il Ferdi. La miglior difesa è l’attacco.
«Tanto per dirne una: l’hanno spostato ancora quell’appello. Voglio dire: uno si sbatte una cifra, ci perde i chili nello stress dell’attesa e poi… cosa non ti combina quella manica di mona industriosi?»
«Ti rinviano l’appello. L’hai già detto» fa il Ferdi attaccandosi ad una Beck’s.
Non mi basta. No, proprio non mi va giù che gli racconto qualcosa a ‘sto testa di passero e lui nemmeno si stupisce. Non esiste proprio. Col Ferdi siamo amici da una vita, andiamo d’accordo; solo che c’ha questo modo di fare dimmerda che proprio non mi va giù. Mò t’aggiusto io. Mi faccio ancora un bicchiere e sono da te, vecchio Ferdi.
«Ma il problema non sta lì. Cioé, è semplicistico stare a impuntarsi su un fastidioso rinvio. Dopotutto basta aspettare un mese soltanto e la storia è facile che la si chiuda.»
«Dove sta il problema?»
Ferdi comincia proprio a rompermi i maroni. Uno non può nemmeno concedersi il tempo di un inghiotto che tu sei già lì pronto con le unghie affilate. Fammi respirare, crispio.
«E te lo dico io dove sta il problema… Il problema sta… nella birra.»
Finalmente uno straccio di sorpresa deturpa il volto del Ferdi. Stavolta devo spararla grossa se voglio smuoverlo.
«Nella birra… questa?» e mi indica, stupito, la sua
Beck’s ghiacciata.
«Tu mi chiederai cosa diavolo c’entra la birra con gli esami universitari… È una questione di scelte e di inclinazioni. Non voglio tediarti, amico mio, ma proviamo solo per un momento, per quanto assurdo possa apparire di primo acchito, proviamo a fare un paragone: la tua birretta sono i prof, il sovrintendente, il ministro dell’istruzione, tutto il fottuto sistema; il mio merlot interpreta la parte dello studente trombato.»
Mi prendo una pausa di riflessione. Il Pedro tenta inutilmente di seguire il discorso. Il Ferdi, invece, cerca di capire dove voglio andare a parare. Per un attimo mi coglie il panico. Forse ho chiesto un po’ troppo alla mia indole di sofista-faccia-da-culo. Ed invece.
«Come possono trovare un’intesa due bevande tanto differenti? Hai mai provato a farti una birra dopo un litrozzo di quello buono?»
«Beh, vecchio, certe cose le sanno pure i boci. È un disastro. Se non svomi ci vai molto vicino.»
«Bravo, Ferdi. Ti trovo preparato. Come è noto, in un ipotetico percorso bevitorio, è indispensabile rispettare la scala delle gradazioni: dalla più bassa alla più alta. Non puoi farti un grappino e dopo iniziare a menarmela su un settedecimi, millesimato o non so che diavolo. Quello che voglio dire, zio-pero, è che non esiste una soluzione. Prof e studenti saranno sempre parti avverse. E non me la vengano a menare i genitori fascisti sul problema dello studio. Non conta una eva quanto studi, alla fine quello su cui devi andare a spaccarti la zuca per poter passare un esame è il fattore umano. È con quelle grandissime teste di passero leniniste dei prof che devi confrontarti e a loro non interessa cosa e quanto hai studiato. A questi li frega solo chi sei tu, che cosa hai nella testa, cosa pensi di fare da grande, in quale squadrone pensi di arruolarti.»
Il bar è muto come un pesce. Forse non hanno capito nulla, ma devo confessare che non mi dispiacerebbe sentire qualche applauso di tanto in tanto. Il silente assenso mi fa andare un po’ giù le balote. Ma che ci volete fare… È il retaggio di noi geni della parola.
Tuttimodi, toltami anche questa soddisfazione, come premio mi tuffo in un prosecchino tutto pepe e nelle parole piene di speranza del Ferdi, da sempre il fornitore ufficiale di figa della compagnia. Non che io lo frequenti per questo. Ferdi è un grande, uno che sa aiutarti senza mandarti troppo in paranoia. Senza farsi troppo i cazzi tuoi, insomma. C’ha un unico difetto: è permaloso come la pizza. Basta che qualcuno gli dica qualcosa o faccia un commento troppo ardito ecco che lui, in men che non si dica, prende la porta dicendo la solita frase: “Siete ‘na massa di deficienti”.
Intanto, Caporalpedrotti non si dà per vinto e, sebbene con qualche lustro di ritardo, risponde all’elucubrazione precedente.
«Ma nel caso delle troie il vizio non è il loro: è del cliente, o no?!» mi domanda grifagno come non mai.
Per poco il prosecco non mi entra nei polmoni. Di fronte a tanta arroganza, io che posso fare? Lo so, lo so… Avere tanta pazienza e rimboccarmi le maniche per aiutare questo mondo sbagliato.

© 2005 - Edizioni Curcu & Genovese