Vi racconto la gioventù bruciata
18/09/05 16:09 Archiviato in:TRENTINO
Loperfido svela "Teroldego": com'è difficile avere 20 anni
TRENTO. Pino Loperfido, l'autore del romanzo Teroldego, appena uscito per i tipi di Curcu&Genovese, si definisce «scrittore per hobby». Per trovare il tempo si sveglia alle cinque. Tranquilli, va a letto presto, alle 21,30. Non guarda la tv. Solo uno sguardo veloce al televideo, durante la colazione. Un'abitudine che sta cercando di impartire anche ai suoi ragazzi, Davide (8 anni) e Fabio (5). Uno scrittore meridionale che cerca di raccontare la Trainspotting trentina. Perché Trento non produce romanzieri? Carmine Abate è calabrese. Alessandro Tamburini è nativo di Rovereto ma bolognese di formazione. L'accento pugliese di Loperfido è marcato. E' figlio di emigrati a Milano, dov'è nato. I suoi tornarono al paese natale, Acquaviva delle Fonti (Bari), nel 1978. Pino aveva dieci anni. Non s'è trovato bene, come tanti emigrati di seconda generazione alle prese con il ritorno nel paese dei padri. A 25 anni ha ripreso il treno per il nord, destinazione Trento. Un caso. «Avevo degli agganci. La città m'è piaciuta». Ha trovato lavoro come caporedattore a Trentino mese, e ha cominciato a scrivere. Il suo primo libro, il monologo sul Cermis, Ciò che non si può dire, ha avuto successo. Il teatro Stabile di Bolzano l'ha portato in scena in mezza Italia, centoventi repliche. Mattatore il nostro Andrea Castelli.
E' diventato ricco?
«Ho guadagnato diecimila euro. Avevo una piccola percentuale sui biglietti. Non mi ha cambiato la vita».
Il modello era Paolini. L'ha mai conosciuto?
«Una volta, a Brentonico. E avemmo un battibecco».
Perché?
«Diciamo diversità di vedute».
Il libro successivo, la biografia di Degasperi, è stato accusato da Questotrentino di essere impolitico.
«Mi hanno tacciato d'incompetenza. Ho percepito dell'astio. "Siccome sei nato nel'68 non puoi capire"».
Un Degasperi romanzato.
«Per me è stato uno statista al di sopra di ogni sospetto. Ora il recensore non condivideva questa mia tesi, per cui il disaccordo è totale».
Veniamo a Teroldego. Quanti Lillo Gubert ci sono fra noi?
«Tanti. Il libro coglie il protagonista in un momento complicato della sua vita, incastonato in un periodo storico poco incoraggiante per quelli della sua età. La via di fuga è rappresentata da bravate, alcol, sesso, fino a quando scopre di essere solo. Una condizione che riguarda molti giovani d'oggi».
L'idea del libro com'è nata?
«Dall'osservazione quotidiana, dalla voglia di buttarmi tra loro. Sono di una generazione diversa, ma ne frequento per lavoro o quando recitiamo insieme alla Filodrammatica di Vigolo Vattaro. C'è una crisi dei valori incredibile. Dopodiché il mio libro è uno spaccato, non è la verità. Bisogna sempre stare attenti a generalizzare. Ci sono un sacco di ragazzi che spendono il loro tempo nel volontariato o nello studio, e che rappresentano l'altra faccia della medaglia, quella felice».
E' un romanzo-denuncia?
«Non credo alla letteratura che deve migliorare il mondo. Gli scrittori che si atteggiano a predicatori mi fanno un po' pena. Tuttavia, penso che chi scrive abbia dei doveri precisi nei confronti della verità. E la verità è che il mondo in cui viviamo non è il migliore dei mondi possibili».
Bella scoperta.
«Sì, però la gente è talmente abituata al male, alla calunnia, che spesso non ci fa più caso. Uno dei compiti dell'artista è proprio questo: provare a dire "signori, a me sembra che stiamo vivendo così e così. Decidete un po' voi se volete continuare su questa strada o cominciare a pensare ad un cambiamento. Celine, Bukowsky, Flannery O'Connor, Tondelli l'hanno fatto».
Come crede che reagiranno i trentini?
«Non ho moltissimi amici, in compenso credo che grazie a questo libro mi farà un sacco di nemici. Credo che una buona fetta dei miei attuali lettori non sarà entusiasta di questa svolta narrativa».
E' difficile scrivere un romanzo?
«Ti coinvolge visceralmente. Non puoi più separare la tua esistenza da quel romanzo. Non puoi scrivere un capitolo e poi andartene a fare altro, perché quella storia te la porti dentro, come un destino ineluttabile. Ti cambia la vita».
Quali sono i suoi modelli letterari?
«Che domanda difficile. Dipende da tante cose... Mi piace molto il teatro dell'assurdo, Beckett, Ionesco. E poi la grande letteratura del Dopoguerra. Calvino, Buzzati, Arpino».
E tra i contemporanei?
«Ammaniti. Anche se dei giovani spesso leggo delle vere e proprie porcherie. C'è una tale mancanza di interesse e di rispetto per il lettore che resto allibito».
Il suo prossimo progetto?
«Sto lavorando ad un monologo su Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart. M'è stato commissionato dagli Amici della musica per i concerti della domenica».
Il sogno nel cassetto?
«Essere ingaggiato da una grossa casa editrice, potermi dedicare in via esclusiva alla scrittura, alla narrativa, che poi è la mia vera vocazione. Al momento non sono uno scrittore, ma solo un hobbysta».
Concetto Vecchio
TRENTO. Pino Loperfido, l'autore del romanzo Teroldego, appena uscito per i tipi di Curcu&Genovese, si definisce «scrittore per hobby». Per trovare il tempo si sveglia alle cinque. Tranquilli, va a letto presto, alle 21,30. Non guarda la tv. Solo uno sguardo veloce al televideo, durante la colazione. Un'abitudine che sta cercando di impartire anche ai suoi ragazzi, Davide (8 anni) e Fabio (5). Uno scrittore meridionale che cerca di raccontare la Trainspotting trentina. Perché Trento non produce romanzieri? Carmine Abate è calabrese. Alessandro Tamburini è nativo di Rovereto ma bolognese di formazione. L'accento pugliese di Loperfido è marcato. E' figlio di emigrati a Milano, dov'è nato. I suoi tornarono al paese natale, Acquaviva delle Fonti (Bari), nel 1978. Pino aveva dieci anni. Non s'è trovato bene, come tanti emigrati di seconda generazione alle prese con il ritorno nel paese dei padri. A 25 anni ha ripreso il treno per il nord, destinazione Trento. Un caso. «Avevo degli agganci. La città m'è piaciuta». Ha trovato lavoro come caporedattore a Trentino mese, e ha cominciato a scrivere. Il suo primo libro, il monologo sul Cermis, Ciò che non si può dire, ha avuto successo. Il teatro Stabile di Bolzano l'ha portato in scena in mezza Italia, centoventi repliche. Mattatore il nostro Andrea Castelli.
E' diventato ricco?
«Ho guadagnato diecimila euro. Avevo una piccola percentuale sui biglietti. Non mi ha cambiato la vita».
Il modello era Paolini. L'ha mai conosciuto?
«Una volta, a Brentonico. E avemmo un battibecco».
Perché?
«Diciamo diversità di vedute».
Il libro successivo, la biografia di Degasperi, è stato accusato da Questotrentino di essere impolitico.
«Mi hanno tacciato d'incompetenza. Ho percepito dell'astio. "Siccome sei nato nel'68 non puoi capire"».
Un Degasperi romanzato.
«Per me è stato uno statista al di sopra di ogni sospetto. Ora il recensore non condivideva questa mia tesi, per cui il disaccordo è totale».
Veniamo a Teroldego. Quanti Lillo Gubert ci sono fra noi?
«Tanti. Il libro coglie il protagonista in un momento complicato della sua vita, incastonato in un periodo storico poco incoraggiante per quelli della sua età. La via di fuga è rappresentata da bravate, alcol, sesso, fino a quando scopre di essere solo. Una condizione che riguarda molti giovani d'oggi».
L'idea del libro com'è nata?
«Dall'osservazione quotidiana, dalla voglia di buttarmi tra loro. Sono di una generazione diversa, ma ne frequento per lavoro o quando recitiamo insieme alla Filodrammatica di Vigolo Vattaro. C'è una crisi dei valori incredibile. Dopodiché il mio libro è uno spaccato, non è la verità. Bisogna sempre stare attenti a generalizzare. Ci sono un sacco di ragazzi che spendono il loro tempo nel volontariato o nello studio, e che rappresentano l'altra faccia della medaglia, quella felice».
E' un romanzo-denuncia?
«Non credo alla letteratura che deve migliorare il mondo. Gli scrittori che si atteggiano a predicatori mi fanno un po' pena. Tuttavia, penso che chi scrive abbia dei doveri precisi nei confronti della verità. E la verità è che il mondo in cui viviamo non è il migliore dei mondi possibili».
Bella scoperta.
«Sì, però la gente è talmente abituata al male, alla calunnia, che spesso non ci fa più caso. Uno dei compiti dell'artista è proprio questo: provare a dire "signori, a me sembra che stiamo vivendo così e così. Decidete un po' voi se volete continuare su questa strada o cominciare a pensare ad un cambiamento. Celine, Bukowsky, Flannery O'Connor, Tondelli l'hanno fatto».
Come crede che reagiranno i trentini?
«Non ho moltissimi amici, in compenso credo che grazie a questo libro mi farà un sacco di nemici. Credo che una buona fetta dei miei attuali lettori non sarà entusiasta di questa svolta narrativa».
E' difficile scrivere un romanzo?
«Ti coinvolge visceralmente. Non puoi più separare la tua esistenza da quel romanzo. Non puoi scrivere un capitolo e poi andartene a fare altro, perché quella storia te la porti dentro, come un destino ineluttabile. Ti cambia la vita».
Quali sono i suoi modelli letterari?
«Che domanda difficile. Dipende da tante cose... Mi piace molto il teatro dell'assurdo, Beckett, Ionesco. E poi la grande letteratura del Dopoguerra. Calvino, Buzzati, Arpino».
E tra i contemporanei?
«Ammaniti. Anche se dei giovani spesso leggo delle vere e proprie porcherie. C'è una tale mancanza di interesse e di rispetto per il lettore che resto allibito».
Il suo prossimo progetto?
«Sto lavorando ad un monologo su Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart. M'è stato commissionato dagli Amici della musica per i concerti della domenica».
Il sogno nel cassetto?
«Essere ingaggiato da una grossa casa editrice, potermi dedicare in via esclusiva alla scrittura, alla narrativa, che poi è la mia vera vocazione. Al momento non sono uno scrittore, ma solo un hobbysta».
Concetto Vecchio