Loperfido e l'altro Trentino
27/01/06 16:16 Archiviato in:TRENTINO
Il romanzo che svela il lato oscuro dei giovani
Ma la macchia, sporca, è quella che lo scrittore – esagerando, dicono – ha lasciato sulla (quasi) immacolata cartina geografica del Trentino o non è piuttosto proprio quella che racconta la copertina di “Teroldego”: quell’alone che il bicchiere imprime sulla tovaglia quando il liquido scende lungo le fragili pareti di vetro? Domanda non poi così fuori luogo, a rivedere oggi – a qualche mese dalla sua pubblicazione – il romanzo che Pino Loperfido, pugliese da anni trapiantato in terra trentina, ha mandato in libreria. Fors’anche “contro” fin troppo consolidate certezze di casa nostra.
Come è andata lo si sa: “Teroldego” – 425 pagine, un romanzo fatto e finito mica da poco, a 15 euro per i tipi di Curcu & Genovese editore – è diventato un “piccolo grande” caso letterario e, per chi scrive, può tranquillamente essere considerato il più importante prodotto letterario “made in Trentino” dell’anno appena trascorso. Gli metteremo semmai al fianco un altro bel romanzo, “Anatomia della battaglia” di Giacomo Sartori (Sironi editore). Ma in questo caso uno scrittore trentino ha raccontato con scandaglio introspettivo di prim’ordine un controverso rapporto tra padre e figlio sullo sfondo degli anni di piombo, laddove le Dolomiti cedono il passo anche ad ambientazioni desertiche.
Nel caso di Loperfido, la storia, assolutamente contemporanea, corre (nel vero senso della parola) tutta in Trentino, se si esclude una importante parentesi vacanziera (ma con risvolti tragici) in quel di Jesolo, propaggine consumistica e di stordimento per non pochi giovani nostrani.
Già: i giovani. Sono loro i protagonisti del romanzo. Per raccontare il loro mondo Loperfido – che di suo aveva già una solida base di passioni rock – deve aver faticato e girato non poco (e difatti il romanzo lo ha impegnato un bel po’ nella stesura), ma il risultato è all’altezza. Potrà non piacere Lillo Gubert, 22 anni, studente universitario in quel di Trento, residente in una non meglio precisata – eppure chiarissima – Febbre Valsugana. Potranno non piacere i suoi sgangherati amici, la compagnia delle bevute e degli spinelli, delle corse in macchina e della musica rock a tutto volume sparata nelle auto e di incontri sessuali che lasciano un’idea di tristezza più che di gioia. Potrà non piacere il linguaggio che questa pattuglia di ragazzi e ragazze esibisce. Potrà non piacere quella dose di nichilismo distruttore (che sceglie magari il razzismo, contro “i negri” o gli arabi, quale terreno nel quale esprimersi) che a volte sembra persino debordante.
Potranno non piacere, dunque, gli impietosi ritratti che Loperfido fa. Ma guai a non riconoscere in questo romanzo - che ha una sua trama, che ha colpi di scena, che è scandito con ritmo quasi musicale non negando di avere quali punti di riferimento letterario certa narrativa anglosassone: su tutti “Il lercio” di Irvine Welsh – le tracce di un ritratto finalmente non edulcorato e non consolatorio di una parte del Trentino.
Sbagliato, dunque, levare gli strali contro chi altro non ha fatto che affidarsi alla cara vecchia arte della narrazione. Senza infingimenti, senza orpelli, usando la carta vetrata, se del caso. Facile scoprire che in Lillo Gubert vivono – a partire dal linguaggio, in bilico tra una ricercata oscenità (ma il libro di Loperfido non è mai volgare, nemmeno nelle descrizioni più crude) e una caustica rivisitazione di una cultura universitaria che appare tanto abile nell’esprimersi quanto fragile nelle fondamenta – le anime di molti (non tutti, ci mancherebbe) giovani di casa nostra.
Ci sono passaggi di odio in queste pagine, c’è un grido sordo e disperato contro una realtà adulta che appare ai protagonisti in insopportabile bilico tra falsità ed opportunismo. Ma gli “anni schifi portati alla chemenefrega” di Lillo Gubert sono (anche) gli anni di chi va a scuola, o ha un lavoro precario e ondeggia tra discoteche e serate al pub. Più che odio, una certa quale disperazione di vivere che Loperfido restituisce impietosamente. Ma non perché vuole parlare male del Trentino. Semmai il contrario: si dovrebbe volere bene a chi cerca di dirti come stanno le cose. O, quantomeno, a chi ti mette in guardia: occhio, non è tutto oro quel che luccica. C’è un Trentino che non ha salotti o riviste o televisioni dove raccontarsi. Ci ha pensato Pino Loperfido a farlo. Per questo voler bene a questo romanzo ci è parso una cosa assolutamente normale.
Carlo Martinelli
Ma la macchia, sporca, è quella che lo scrittore – esagerando, dicono – ha lasciato sulla (quasi) immacolata cartina geografica del Trentino o non è piuttosto proprio quella che racconta la copertina di “Teroldego”: quell’alone che il bicchiere imprime sulla tovaglia quando il liquido scende lungo le fragili pareti di vetro? Domanda non poi così fuori luogo, a rivedere oggi – a qualche mese dalla sua pubblicazione – il romanzo che Pino Loperfido, pugliese da anni trapiantato in terra trentina, ha mandato in libreria. Fors’anche “contro” fin troppo consolidate certezze di casa nostra.
Come è andata lo si sa: “Teroldego” – 425 pagine, un romanzo fatto e finito mica da poco, a 15 euro per i tipi di Curcu & Genovese editore – è diventato un “piccolo grande” caso letterario e, per chi scrive, può tranquillamente essere considerato il più importante prodotto letterario “made in Trentino” dell’anno appena trascorso. Gli metteremo semmai al fianco un altro bel romanzo, “Anatomia della battaglia” di Giacomo Sartori (Sironi editore). Ma in questo caso uno scrittore trentino ha raccontato con scandaglio introspettivo di prim’ordine un controverso rapporto tra padre e figlio sullo sfondo degli anni di piombo, laddove le Dolomiti cedono il passo anche ad ambientazioni desertiche.
Nel caso di Loperfido, la storia, assolutamente contemporanea, corre (nel vero senso della parola) tutta in Trentino, se si esclude una importante parentesi vacanziera (ma con risvolti tragici) in quel di Jesolo, propaggine consumistica e di stordimento per non pochi giovani nostrani.
Già: i giovani. Sono loro i protagonisti del romanzo. Per raccontare il loro mondo Loperfido – che di suo aveva già una solida base di passioni rock – deve aver faticato e girato non poco (e difatti il romanzo lo ha impegnato un bel po’ nella stesura), ma il risultato è all’altezza. Potrà non piacere Lillo Gubert, 22 anni, studente universitario in quel di Trento, residente in una non meglio precisata – eppure chiarissima – Febbre Valsugana. Potranno non piacere i suoi sgangherati amici, la compagnia delle bevute e degli spinelli, delle corse in macchina e della musica rock a tutto volume sparata nelle auto e di incontri sessuali che lasciano un’idea di tristezza più che di gioia. Potrà non piacere il linguaggio che questa pattuglia di ragazzi e ragazze esibisce. Potrà non piacere quella dose di nichilismo distruttore (che sceglie magari il razzismo, contro “i negri” o gli arabi, quale terreno nel quale esprimersi) che a volte sembra persino debordante.
Potranno non piacere, dunque, gli impietosi ritratti che Loperfido fa. Ma guai a non riconoscere in questo romanzo - che ha una sua trama, che ha colpi di scena, che è scandito con ritmo quasi musicale non negando di avere quali punti di riferimento letterario certa narrativa anglosassone: su tutti “Il lercio” di Irvine Welsh – le tracce di un ritratto finalmente non edulcorato e non consolatorio di una parte del Trentino.
Sbagliato, dunque, levare gli strali contro chi altro non ha fatto che affidarsi alla cara vecchia arte della narrazione. Senza infingimenti, senza orpelli, usando la carta vetrata, se del caso. Facile scoprire che in Lillo Gubert vivono – a partire dal linguaggio, in bilico tra una ricercata oscenità (ma il libro di Loperfido non è mai volgare, nemmeno nelle descrizioni più crude) e una caustica rivisitazione di una cultura universitaria che appare tanto abile nell’esprimersi quanto fragile nelle fondamenta – le anime di molti (non tutti, ci mancherebbe) giovani di casa nostra.
Ci sono passaggi di odio in queste pagine, c’è un grido sordo e disperato contro una realtà adulta che appare ai protagonisti in insopportabile bilico tra falsità ed opportunismo. Ma gli “anni schifi portati alla chemenefrega” di Lillo Gubert sono (anche) gli anni di chi va a scuola, o ha un lavoro precario e ondeggia tra discoteche e serate al pub. Più che odio, una certa quale disperazione di vivere che Loperfido restituisce impietosamente. Ma non perché vuole parlare male del Trentino. Semmai il contrario: si dovrebbe volere bene a chi cerca di dirti come stanno le cose. O, quantomeno, a chi ti mette in guardia: occhio, non è tutto oro quel che luccica. C’è un Trentino che non ha salotti o riviste o televisioni dove raccontarsi. Ci ha pensato Pino Loperfido a farlo. Per questo voler bene a questo romanzo ci è parso una cosa assolutamente normale.
Carlo Martinelli