Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

«Teroldego» amaro

Il romanzo sulla gioventù trentina tocca tanti nervi scoperti

Ci voleva un bel fegato, per scrivere un romanzo del genere. Ci voleva uno che si chiama Pino Loperfido - «terrone» trentinissimo, ma verrà sicuramente tacciato di lesa trentinità - per raccontare quello che è sotto gli occhi di tutti: la nostra gioventù che si spinella e beve a garganella nei pub, sfasciando auto (e vite) sulle nostre belle dritte a larghe superstrade. Ma Loperfido ha fatto di più: ha fatto del suo protagonista un prototipo del razzista valligiano beone e spinellato. Certo, una caricatura, ma non l´hanno capito. O forse ci ha giocato l´autore, prevedendo furibonde reazioni e conseguenti impennate nelle vendite. Si sa, in Italia ormai va così: o fai scandalo (con il sesso di Melissa, con il razzismo di Loperfido) o non fai notizia. Uno specchio dei tempi, in cui la televisione «gridata» detta legge e la letteratura non importa a nessuno. Peccato, perché questo libro è comunque una bella prova di scrittura.

Ci voleva un grande scrittore, o un incoscente, per mettersi di fronte a una sfida di questo tipo: scrivere un libro di oltre 400 pagine, che ha per protagonista uno sgradevolissimo universitario fuori corso, alcolizzato e razzista, in un Trentino livido di meschinità e fumi di canne. Ci voleva una grandissima dose di sangue freddo, ma anche una grande passione. E probabilmente Pino Loperfido, con il suo nuovo libro «Teroldego» (edizioni Curcu & Genovese), le ha entrambe. Il protagonista si chiama Lillo Gubert e viene da Febbre Valsugana. Quel paese a cavallo fra Trentino e Veneto (la contea magnagatta) che si divide in Febbre di Sopra e Febbre di Sotto. Lillo Gubert fa finta di fare l´università. Vive in un appartamento di Trento, si fuma spinelli a raffica (pardon: caregiulie), ha una banda di amici che riassumono lo scibile umano della gioventù bruciata della provincia: il Colonnello rastaman, il Ferdi con cui c´è stato un trascorso omosessuale nei boschi, e via via una sarabanda di sballatoni in bilico fra cave di porfido, improbabili Fiat Uno rantolanti, squallidi bar di periferia, paesi stravolti (la «corea» di Pergine, la «selvatica» Val dei Mocheni...) Certo, questo è un libro che fa impressione. «O ti piace subito, o ti farà schifo - mi metteva in guardia Loperfido - e se ti piace, te lo divori in un lampo». Loperfido dice che è una specie di Trainspotting in salsa trentina. Ma soprattutto, questo libro, è un colossale sputo in faccia al Trentino, e dice un caso di cose scomode. Esagerate, ma scomode. Pino Loperfido ci spiega che il clima di ostilità sta montando. Ce l´hanno con il suo «Teroldego» tante categorie, dai politici ai sindacalisti. Ma soprattutto gli immigrati ed i Mocheni. Sì, perchè in tutto il libro - che è, ricordiamolo, un romanzo di fantasia - il protagonista Lillo Gubert non fa che prendersela con gli stranieri. Nel risvolto di copertina, Loperfido è ritratto sullo sfondo di una scritta murale: «Imigrati cancro d´Italia». E nel libro non c´è pagina in cui gli stranieri non vengano apostrofati con termini come alibabbà e compagnia. I mocheni, invece, vengono semplicemente dipinti come selvatici. Fanno una figura da trogloditi analfabeti e il personaggio principale li accusa senza perifrasi di vivere alle spalle dei contributi provinciali per una minoranza che tale è solo di nome. Loperfido ha scritto questo libro con il piglio del dentista sadico che va a trapanare tutti i nervi scoperti della nostra terra. Certo, è tutto esagerato: dalla «Nicole Kidman di Madonna Bianca» che non fa tempo a sposare il suo moroso per farsi sbattere dal suo miglior amico, dai vigili del fuoco di Febbre Valsugana che non pensano ad altro che farsi dare i contributi per il gippone nuovo, dai bolzanini cagoni invasi dagli alibabbà pakistani... Inutile cadere nel trabocchetto: Pino Loperfido, nella sua carriera, ha scritto un monologo vincente sul Cermis (portato in scena - largamente riscritto - per il Teatro Stabile di Bolzano da Andrea Castelli); poi un libro serissimo su Alcide De Gasperi che gli ha procurato un riflesso di gloria nelle celebrazioni dell´anno andato. E adesso punta allo scandalo, dritto come una Uno lanciata a centotrenta sul curvone di Marter. Resta da chiedersi un´ultima cosa: ma davvero vale la pena di boicottarlo, censurarlo e minacciarlo? No. Non facciamone un Salman Rushdie dei Mocheni. Ma riconosciamogli un merito: Pino Loperfido ha scritto un libro di 400 pagine, che magari non è il «Grande Romanzo Trentino» che aspettavamo, ma è certo il «Grosso Romanzo Trentino» che finora nessuno aveva scritto, vuoi per pigrizia, vuoi per paura. Non è facile inventarsi un romanzo, una trama credibile, un tono e dei personaggi che «reggano» così a lungo. E a chi dice che «Teroldego» fa schifo, non resta che citare la risposta che Moravia diede a un detrattore che criticava un suo romanzo: «E perchè, allora, non ne scrive uno lei?».Era prevedibile, ma non fino a questo punto: «Teroldego», il nuovo romanzo scritto da Pino Loperfido, non solo fa discutere, ma è già oggetto di censura e di minacce. Loperfido, come mai? «I temi trattati dal libro, il linguaggio duro, la trentinità proposta ai lettori senza la consueta pellicola protettiva del “politicamente corretto” stanno alimentando le polemiche. A riprova di ciò, il libro non ha potuto ancora avere una presentazione ufficiale. Sono già due, infatti, le date saltate a causa dell´improvvisa indisponibilità dei padroni di casa». Parla di enti pubblici? «No, parlo di persone che non hanno ritenuto opportuno associare il proprio nome, o quello della propria azienda, ai contenuti di “Teroldego”». Riguardo ai temi del romanzo, serpeggia malumore tra le file delle categorie che si sono sentite “prese di mira” dalle quattrocento pagine del libro. Commercianti, politici, sindacalisti, ma soprattutto la comunità musulmana e la minoranza mochena... «S´, sono quelli che in “Teroldego” vengono sottoposti ad un vero e proprio fuoco di fila dalla rabbia di Lillo Gubert, il protagonista. Certo, non siamo ancora a livelli da tribunale, tuttavia sorprende il rumore che può essere in grado di fare un´onesta opera narrativa nel silenzio “politicamente corretto” della realtà trentina e di quella altoatesina». Lei l´ha fatto come esperimento, o come denuncia? «Io sono convinto che, tante volte, leggere un libro intenso come “Teroldego” possa avere la stessa valenza di un´indagine sociologica, di un costoso sondaggio di mercato o di tanti discorsi politici. Per questo libro mi sono ispirato a "Trainspotting" e ad altri libri, a gente come Bukowski, John Fante, Kerouac... che ha scritto cose scomode». Ma lei ha ricevuto solo critiche e minacce? O anche complimenti? «Quello che mi consola a fronte di tanta ostilità è l´interesse che il romanzo sembra suscitare tra i giovani trentini; forse perché sono rimasti loro gli unici ancora capaci di leggere tra le righe senza falsi moralismi e senza nessuna presunzione. Anzi: qualcuno mi ha pure detto che la realtà è molto peggio di come l´ho descritta io nel mio libro».

Gigi Zoppello