Dalla terra desolata arriva un cacciaballe
19/12/08 07:03 Archiviato in:LA STAMPA
di Giovanni Tesio
Il teroldego è anche un vino, ma qui diventa un motivo conduttore, di certo il titolo del romanzo con cui Pino Loperfido esordisce alle patrie lettere presso l'editore trentino Curcu & Genovese. L'eroe è stonato. La musica è aspra. La storia racconta l'epica minimale del disordine e della negligenza. Ma nell'andatura dinoccolata e strascicata ha qualcosa di autentico che vibra sotto pelle. I maestri espressi di Loperfido sono John Fante e Tondelli, ma anche Kerouac (quello che il protagonista di Teroldego chiama «Giacomino»), anche Bukowski, Salinger, Céline (nomi disparati che possono stare insieme nell'ibrido carnevale del rovescio entro cui Loperfido si muove). Il rischio di leggere il profilo di un personaggio già tante volte letto è concreto, ma parlerei di rischio almeno in parte evitato. Lillo Gubert, sottili labbra «da nazi» e «ventidue anni schifi portati alla chemenefrega», studia filosofia all'Università di Trento, ma ha dello studio un'idea strascicata e derisoria. Viene - lui dice - da una terra desolata, Febbre Valsugana («una malattia più che un paese»), dove vivono i genitori («i miei vecchi»), di cui è il «figlio unigenito» ma disprezza i luoghi dell'origine, che frequenta giusto il necessario. La morte del padre sembra solo sfiorarlo, i piagnistei della madre lo irritano, i suoi incontri migliori sono con il vino, la birra, le canne (le «caregiulie») e i liquidi ad alta gradazione. Lillo vive la vita gregaria delle amicizie - con il Ferdi, il Loreste, il Colonnello, il Longobardo - accudite all'insegna delle bevute straripanti, delle imprese stolide, delle avventure becere, dei gruppi musicali preferiti, dai Rem ai Queen, dai Genesis ai Nirvana, dagli Iron Maiden ai Litfiba. Parlando parlando, affascina ragazze e donne che arraffa dovunque può e capita. Ragionando come un leghista arrabbiato sempre in preda all'eccitazione alcolica, ha una visione del mondo provocatoria e imbarazzante. E' contro la presenza degli immigrati («le etnie afromasai» e «rumeni ridotti alla fame»), contro il lavoro che richiede impegno, contro ogni novità artistica, contro i sentimenti e la compassione. E' un cacciaballe convinto di farla sempre franca, uno che vive d'una vita episodica e casuale, uno che si tiene lontano dalla coscienza del dolore da cui si difende relegando «le emozioni in un lager, prima della soluzione finale», uno che in un momento di delirio euforico può dire di sé: «Sono perfettamente identico al Destino: faccio quello che mi pare». I fatti hanno una loro monotonia nel gruppo di questi esponenti di una vita balorda, tra una bevuta e uno sballo, tra una vacanza a Jesolo e un'avventura effimera, borderline capaci di imbarcarsi in imprese illegali, come razziare il razziabile in un supermercato, svuotare un bancomat con inseguimento scampato, rischiare la vita propria e quella altrui in corse sfrenate, forzare ogni volta di più l'asticella del pericolo e del disprezzo («Per me l'imbarazzo è un animale estinto da cinquanta secoli»). Arrivando alla sorpresa di un atto finale che è meglio non rivelare. Voci dialettali e gergali, oralità e neologismi, è il linguaggio molto parlato a dare rilievo ad un personaggio così cinico, indifferente, selvaggio, egoista, sessista, esibizionista, infantile, capace di pensare che la maturità sia «una malattia incurabile». Ed è invece la coazione dei fatti a spingere verso la scelta narrativamente decisiva. Gettata tra sogno e realtà come il fiato (tragico) di una soluzione non proprio annunciata, è lei a sciogliere ogni nodo, lei a decidere se la vita e la morte sono davvero i «gemelli omozigoti» di un'esistenza che - magari in minuscolo - sa trasformarsi alla fine in destino. (22 ottobre 2005)
Il teroldego è anche un vino, ma qui diventa un motivo conduttore, di certo il titolo del romanzo con cui Pino Loperfido esordisce alle patrie lettere presso l'editore trentino Curcu & Genovese. L'eroe è stonato. La musica è aspra. La storia racconta l'epica minimale del disordine e della negligenza. Ma nell'andatura dinoccolata e strascicata ha qualcosa di autentico che vibra sotto pelle. I maestri espressi di Loperfido sono John Fante e Tondelli, ma anche Kerouac (quello che il protagonista di Teroldego chiama «Giacomino»), anche Bukowski, Salinger, Céline (nomi disparati che possono stare insieme nell'ibrido carnevale del rovescio entro cui Loperfido si muove). Il rischio di leggere il profilo di un personaggio già tante volte letto è concreto, ma parlerei di rischio almeno in parte evitato. Lillo Gubert, sottili labbra «da nazi» e «ventidue anni schifi portati alla chemenefrega», studia filosofia all'Università di Trento, ma ha dello studio un'idea strascicata e derisoria. Viene - lui dice - da una terra desolata, Febbre Valsugana («una malattia più che un paese»), dove vivono i genitori («i miei vecchi»), di cui è il «figlio unigenito» ma disprezza i luoghi dell'origine, che frequenta giusto il necessario. La morte del padre sembra solo sfiorarlo, i piagnistei della madre lo irritano, i suoi incontri migliori sono con il vino, la birra, le canne (le «caregiulie») e i liquidi ad alta gradazione. Lillo vive la vita gregaria delle amicizie - con il Ferdi, il Loreste, il Colonnello, il Longobardo - accudite all'insegna delle bevute straripanti, delle imprese stolide, delle avventure becere, dei gruppi musicali preferiti, dai Rem ai Queen, dai Genesis ai Nirvana, dagli Iron Maiden ai Litfiba. Parlando parlando, affascina ragazze e donne che arraffa dovunque può e capita. Ragionando come un leghista arrabbiato sempre in preda all'eccitazione alcolica, ha una visione del mondo provocatoria e imbarazzante. E' contro la presenza degli immigrati («le etnie afromasai» e «rumeni ridotti alla fame»), contro il lavoro che richiede impegno, contro ogni novità artistica, contro i sentimenti e la compassione. E' un cacciaballe convinto di farla sempre franca, uno che vive d'una vita episodica e casuale, uno che si tiene lontano dalla coscienza del dolore da cui si difende relegando «le emozioni in un lager, prima della soluzione finale», uno che in un momento di delirio euforico può dire di sé: «Sono perfettamente identico al Destino: faccio quello che mi pare». I fatti hanno una loro monotonia nel gruppo di questi esponenti di una vita balorda, tra una bevuta e uno sballo, tra una vacanza a Jesolo e un'avventura effimera, borderline capaci di imbarcarsi in imprese illegali, come razziare il razziabile in un supermercato, svuotare un bancomat con inseguimento scampato, rischiare la vita propria e quella altrui in corse sfrenate, forzare ogni volta di più l'asticella del pericolo e del disprezzo («Per me l'imbarazzo è un animale estinto da cinquanta secoli»). Arrivando alla sorpresa di un atto finale che è meglio non rivelare. Voci dialettali e gergali, oralità e neologismi, è il linguaggio molto parlato a dare rilievo ad un personaggio così cinico, indifferente, selvaggio, egoista, sessista, esibizionista, infantile, capace di pensare che la maturità sia «una malattia incurabile». Ed è invece la coazione dei fatti a spingere verso la scelta narrativamente decisiva. Gettata tra sogno e realtà come il fiato (tragico) di una soluzione non proprio annunciata, è lei a sciogliere ogni nodo, lei a decidere se la vita e la morte sono davvero i «gemelli omozigoti» di un'esistenza che - magari in minuscolo - sa trasformarsi alla fine in destino. (22 ottobre 2005)