Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Il romanzo più scandaloso dell'inverno trentino

L'amaro Teroldego

Piergiorgio Rauzi - docente di Sociologia - sarà chiamato questa sera a una presentazione particolare: alle 20.30, presso la sala auditorium all'ultimo piano di Palazzo dei Panni ad Arco, si terrà infatti un incontro con lo scrittore Pino Loperfido, autore del romanzo "Teroldego" (Curcu & Genovese), organizzato dalla Biblioteca comunale in collaborazione con la libreria Cazzaniga di Arco. Torna Teroldego, più alcolico che mai. Il libro aveva suscitato, al momento della sua uscita, dure polemiche. Il protagonista, Lillo Gubert è un ventiduenne sfaccendato, pseudo-studente presso la facoltà di Filosofia di Trento. Residente a Febbre Valsugana, trascorre le giornate con gli amici, scorrazzando per la valle inebriato dal fumo di vino e caregiulie (alias: canne). Un trainspotting in salsa trentina, condito con episodi sconcertanti, in un tragico climax di violenza. Perchè Lillo odia tutti: donne, immigrati, mocheni, vicentini, terroristi, americani ecc. Finchè... Sono davvero così i giovani (valsuganotti, trentini, italiani)? Lo abbiamo chiesto, in anteprima, al professor Rauzi e le sue risposte sembrano preannunciare una presentazione stimolante...
Professor Rauzi che ne pensa di Lillo Gubert?
«Premetto: non sono un critico letterario, posso darle la mia opinione da un punto di vista sociologico. In Lillo Gubert vedo un tipo un po' sovraccarico, un accumulo di vizi. I suoi attributi, singolarmente possibili, sarebbero forse dovuti essere distribuiti e divisi con gli altri personaggi».
Vuole dire che il protagonista di Teroldego non potrebbe esistere nella nostra regione?
«Penso di no. La cosa che più mi ha sorpreso è che da uno stesso territorio, la Valsugana, a distanza di pochi anni, possa nascere un personaggio "beatificato" come Alcide De Gasperi (Loperfido è autore infatti di "Caro Alcide", Curcu & Genovese Trento, 2003 ndr) e un "anti De Gasperi" come Lillo Gubert. Mi chiedo, insomma, come sia possibile che una valle possa partorire due tipi così antitetici, pur essendo consapevole che il nostro è un periodo di mutamenti sociali vorticosi. Il dubbio è che questi personaggi esistano soltanto nella testa dell'autore».
Lei, insegnando presso una Facoltà universitaria, è a stretto contatto con i giovani. Possibile che non abbia mai riconosciuto in uno di questi Lillo Gubert?
«Veramente no. O almeno, non a Sociologia. Certo, Lillo Gubert frequenta la facoltà di Filosofia... Il protagonista è un personaggio senza dubbio "maledetto", ma mi pare che Loperfido sia più debitore di certe letture che attento osservatore della realtà sociale».
Lillo e gli adulti. Anche nella realtà vede questa ribellione (ed irrisione)?
«No, non mi pare che questo corrisponda al vero. Nel libro viene liquidata in modo un po' sbrigativo la generazione precedente. In realtà in Trentino - ma un po' ovunque - il modello più diffuso è quello che vede il giovane accucciato nella famiglia d'origine. Più che ribelli, i giovani d'oggi sono "mammoni", condizione che crea una certa difficoltà nel rapporto di coppia. Poco probabile che la compagna si presti a fare anche da mamma...»
In Teroldego trova posto anche il razzismo. E nella realtà?
«Credo che il razzismo di Lillo Gubert sia esagerato, poco realistico. Forse qualche leghista, ma proprio leghista, si potrebbe riconoscere».
Nella vita del giovane valsuganotto non sembra primeggiare la politica. È così anche fuori dal libro?
«Certamente parte dei giovani si disinteressa di politica. Sono convinto però che, almeno a Sociologia, la politica esista ancora. Noto una partecipazione critica acuta, vedo giovani no-global, ragazzi che si preoccupano di portare un materasso a chi muore di freddo...»
Nel libro si parla di una vacanza a Jesolo...
«Questo punto mi ha fatto riflettere. Il protagonista e il suo gruppo di amici si spostano pochissimo. La meta più lontana che raggiungono è appunto la località di Jesolo, indice degli orizzonti ristretti in cui si muovono i giovani trentini. In questo senso il libro rispecchia la realtà e svolge un'opera di "denuncia", seppur se non così incisiva. A mio avviso Loperfido avrebbe dovuto abbondare di più con l'ironia, in modo da rendere questi passaggi più visibili. Invece punta molto sul tragico».
Cosa le piace di Teroldego?
«Loperfido ha una capacità di scrittura incredibile. Questo lasciando da parte il tentativo, non molto riuscito, di riprodurre uno slang giovanile dialettale. Si sente, comunque, che all'autore "scappa da scrivere". È dotato di una verve eccezionale, caratteristica che ha dimostrato anche nelle precedenti pubblicazioni. E poi la storia, questa sorta di giallo, è coinvolgente, molto ben orchestrato».
Ritiene che Teroldego sia un libro scomodo?
«No, non credo. Forse è scomodo per pochi strenui difensori di una certa trentinità. Ho incontrato gente arrabbiata che ha buttato via il libro dopo poche pagine. Le caratteristiche del protagonista, prese singolarmente, sono tutte realistiche e riferibili anche al contesto regionale. Il Trentino non è un'isola. Non possiamo nascondere fenomeni degenerativi nella nostra realtà: droga, alcool, suicidi... Stiamo attraversando un momento di crisi d'identità, di mancanza di motivazione nel vivere, di perdita del senso stesso della vita. E Lillo Gubert altro non è che il modello di una vita priva di senso. Da questo punto di vista "Teroldego" contribuisce a lanciare un allarme. Tuttavia, proprio perchè il protagonista, nella sua complessità, non è realistico, non è in grado di modificare la realtà, lasciandola, alla fine, come la trova».

Manuela Pellanda