Poesia

Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita.
[Alda Merini]


Tu mi abiti

Tu mi abiti
Come una donna
Che sta nella sua casa
Come un uccello
Abita il suo nido

Tu mi abiti
Perché senza te
Sarei una casa vuota
Una vecchia e polverosa
Casa abbandonata

Tu mi abiti
Come nemmeno io
Sono capace
Di abitare me stesso

Tu mi abiti
E non esci mai
Regina del Forse
Mi stai sempre dentro

Tu mi abiti
Eppure sono io
A pagare l’affitto
Mentre i tuoi passi
Si confondono
Giorno dopo giorno
Con i battiti del mio cuore.

Quella sera mandò giù la sua solita dose

Quella sera mandò giù la sua solita dose,
Né troppo né troppo poco.
Il valium lo calmava il whisky lo cullava
La marlboro lo stirava e lo metteva a nanna.
Non esisteva più nulla.
Il Grigio non aveva più nulla
nemmeno quel fastidioso dolore al ginocchio,
Niente più delusioni, desideri, amori, debiti

Ma qualcosa, chiudendo le serrande,
In quella sera speciale
Prima che il sonno lo rapisse
Attirò la sua attenzione.

In strada – è pazzesco lo so – ma c'era un automezzo,
no, non un’automobile. E nemmeno un camion.
Era più un aereo che un’automobile.
E aveva una forma poco affusolata,
diciamo pure rotondeggiante, ovale insomma
sì, era una specie di disco,
sì insomma un disco volante fatto e finito,
quant’è vero che vi parlo.
Ed era luminoso, come un neon o una cazzo di aureola.
Lui guardò la bottiglia del whisky
Come a cercare una giustificazione
A quanto stava credendo di vedere
E vide che era praticamente piena.
Non era ubriaco il Grigio,
E quel tizio in strada, vestito con una tunica
Assomigliava stranamente a quel tipo, dai…
al tizio della banca
Che giusto due giorni prima gli aveva ingiunto
Di rientrare dal rosso.
(già, i desideri erano svaniti, ma i debiti c’erano ancora…)
Già, non fosse stato per quella barba bianca,
Questo essere sarebbe stato proprio identico a quel tizio.

Il Grigio si infilò le pantofole e scese di sotto.
Un po' titubante si avvicinò al tunicato
che adesso non sembrava più un uomo
e nemmeno una donna
voglio dire
niente più sembrava
nemmeno una cos, un oggetto, un sogno
niente di niente
Al che lui provò una specie di beatitudine
Avvicinandosi, voglio dire.

"Benvenuto!" Gli disse.
"In che senso?" Ribatté il Grigio.
"In tutti i sensi" Fece quello.
E lo abbracciò. E lo strinse, forte. Come nessuno lo aveva abbracciato mai. Nemmeno la sfortuna lo aveva mai abbracciato così…

Un attimo dopo erano già nei pressi di Alpha Centauri
E al Grigio gli girava un po' la testa.

Ho sognato di avere un tumore (ed ero contento di averlo)

No, stavolta tu non c'eri.
Ci sei sempre e non ci sei mai.
Il tempo per una malattia.
Bisogna sapersi mettere da parte.
Delle volte.

Dunque, è andata così:
Silenzio e bianco d'ospedale.
" Due mesi", m'ha detto il medico,
" poi non si sa". Ma si sapeva.
E tu non c'eri.
Ci sei sempre, d'accordo,
ma – diomio – non ci sei mai.

Voglio dire, ti dicono "due mesi",
non la prendi molto bene.
Di solito.
E invece.
Però tu non c'eri.
Ci sei sempre, dicono,
ma l'impressione è che tu,
non so perché, non ci sia mai.

Ed è andata che al mattino,
svegliandomi,
mi dispiacque questa cosa,
il non avere i due mesi, voglio dire.
Solo questo.
E tu? Beh,
Tu non c'eri, naturalmente.
Col cazzo che ci sei sempre.

Quant'è vero che ti chiami Felicità.
O non so come diavolo.

Parola mia.

Non ti preoccupare, c'è chi sta peggio

A quei gonzi che urlacchiano ai concerti
O allo stadio,
Ai drogati che si strusciano su una slot machine,
Ai dipendenti pubblici che lavorano
In attesa delle ferie o di una maternità,
Ai fissati del body building, del tennis,
di caccia e pesca, dei giochi di ruolo,
della bicicletta, dell'arrampicata sportiva
e di tutti gli altri inutili sport.
Alle mamme che tornano tronfie verso casa
Senza sapere dove andare
Dopo aver accompagnato i bimbi a scuola,
Ai pensionati che osservano i lavori stradali,
Al nonno vigile, alla badante,
Al ragioniere, all'architetto,
Al padre che torna a casa sfatto
Per il troppo lavorare
e si sente mandato a cagare
Dal figlio di quattordici anni,
Al parroco, al farmacista,
Al lattaio, al postino e alla guardia comunal,
Al comico che deve far ridere
Anche se ha le palle girate,
All'attore che dovrebbe far piangere
Ma non ci riesce
Perché il cinema non è mai stata la sua strada,
All’innamorato che in testa
c’ha sempre quella stronza
insensibile narcisa e figlia di puttana

A tutti costoro, ma anche a molti altri,
Vorrei poter dire, mentendo:
"Non ti preoccupare,
c’è chi sta peggio.
Parola mia.”

Filmino delle nozze di Cana

Play.

Facce dipinte
nell'attesa accaldata
"Ci conosciamo?"
le dita si annodano
le cravatte sono nodi scorsoi
si conoscono tutti:
mi chiamo così
come hai detto che ti chiami?

Sei sportivo, sei elegante
dei un figurino, figurati!
Siamo pedine appiedate
in una partita a dama
su cavalli potenti e smarriti
infieriscono gli alfieri
su chi sbaglia gioco,
su chi sbaglia vita.

Ah, già, ci sono pure loro.
Bianca e Nero, ingrigiti,
al limitare del tempio
"Ci conosciamo?"
Come, non ti ricordi?
Caldo silenzioso, ozioso.
benedizioni, orazioni,
sbadiglia ora zionicola.

Miamoglie sposa Tuomarito
Non c'è tempo per spiegare.
È già ora di sorbetto
ghiaccio al limone.
piango: lo ammetto
vita nuova
"Ci conosciamo?" Sicuro.
Come hai detto che ti chiami?

Zionicola ha ragione.
Bianca e Nero, correte!
Non hanno più sorrisi
Malinconia, piuttosto,
grigiori di fine festa
vestiti da ri-stirare
Miamoglie e Tuomarito.
Di nuovo sorrisi, sui visi.

Stop.
Eject.

Rifai il letto per piacere

Cara, rifai il letto per piacere
Dio ti guarda da lassù
Non sai che i marines muoiono in Iraq.
Ne han sgozzato n’altro giusto ieri
Fa’ prendere aria a ‘sta stanza,
cristo, sembra una camera a gas.

Metti su il caffè, tesoro mio
Lo vedi quanto ci amiamo?
Tu però non sai un sacco di cose:
che il potere ci sta distruggendo,
dominando, facendo a pezzi, ad esempio.
Sveglia i bambini, che è tardi.

Abbassa la voce, mia cara
I vicini hanno le orecchie fini.
E smettila di smoccolare
Il terremoto ha fatto un disastro, lo so,
Ma ci son soltanto arabi lì sotto.
Non l’apprezzano la vita, quelli.

Posa quel coltello, cara.
Non sai quanto l’ho affilato ieri.
E non fare quella faccia cretina.
Se il mondo va tanto a rotoli,
Non è certo colpa mia. Tua, casomai.
Io ti sto solo dicendo la verità.

Ida

Se me ne offri di quello buono
ti racconto di quella stronza
che una volta mi accese.
Mi strofinò su qualcosa di duro
ed io schizzai fuori
come fiamma.

Se me ne paghi un altro
ti dirò il suo nome,
non ci crederai: Ida si chiamava.
Un bel nome del cazzo, pacifico,
capace di spegnerti
come fiamma

Parliamo di Piazza Dante,
amico, alle due di notte,
quando anche i rompicoglioni
smettono di rompere
e marci di ottobrino
fanno sogni vuoti

beh, in quel posto a quell'ora
ci sta solo chi cerca la lite,
chi la lite l'ha già avuta
o chi ha perso la strada.
Ubriachi, africani,
checche, adulteri e me.

Un altro giro me lo merito
se ti 'conto che lei era lì,
bagnata non solo dalla pioggia,
quella pioggia cagosa
che a marzo cade
come una deficiente;

mi si è fatta incontro
ha aperto le braccia
e mi ha chiesto una merit
ma non ci sono cicche
in Piazza Dante
alle due del mattino

me la ricordo come ieri
'sta mini da urlo
che mi serve goulasch e merlot
due occhietti furbi
quello là sotto che si stende
e Ida che apre la bocca

Il quarto te lo pago io
'che ci sto prendendo gusto
a vomitarti il passato
nel tempo che non c'appartiene
in questa vita,
voglio dire,

Siamo alla mercé di medici,
dentisti, carrozzieri,
assicuratori, idraulici,
alla mercé della vita, insomma.
Chiusa la parentesi,
torniamo a lei.

Che giudizio hai di te
se ti puzzano le ascelle
e non sono ancora le nove?
Non vali molto di più
di quello che Ida pensa
del cesso che Ida ha di fronte.

Ida ti tiene in pugno,
ti compra con niente
nella pioggia stupida di marzo
in Piazza Dante
con tutti gli afro
che bestemmiano allah

Pagami quello della staffa,
a proposito: chi è che sei?
Già, guarda la combinazione:
anche tua figlia si chiama così.
Pure lei cameriera,
smontata, come un lego,

da un maiale adulto
in cerca di ghiande tenere,
un lottatore di sumo
contro la sua bilancia,
un sognatore in Piazza Dante
quasi le tre del mattino.

Devi volergliene di bene,
però, voglio dire,
ci tieni proprio a lei
se rischi di farti trent'anni,
venti con la condizionale,
ammazzando un idiota

dopo la grappa, certo,
le regole sono regole,
la bevuta è rito santo.
Prima, però, amico
voglio dirti una cosa,
l'ultima di questa vita:

Ida, la mia dolce Ida,
innocente puttana
– non sparare, non ancora –
Ida malvagia, Ida benigna,
vita mia, morte nostra,
Ida che cerca una merit

Nella deserta Piazza Dante,
silenziosa, l'alba dietro l'angolo,
Ida che ha diciott'anni
Ida che non ha preso la pillola
Ida che mi ha preso il cuore.
E così sia.

(Bang.)

280801

Il profumo della notte

Ci sono notti
che profumano come i bambini
quando stai per metterli a letto.
Quello che ti nascondono
è scritto in quell'odore
fatto di mistero,
in quella catena
pregna di desiderio.

Ci sono vite
che gridano come maiali
quando stanno per sgozzarli.
Quello che vogliono dirti
è nascosto nei grugniti
fatti di dolore,
in quegl'occhi sottili
pieni di paura.

Ci sono uomini
che affogano come sassi
se li getti in un lago.
Quello che li rimane
è un feroce rimpianto,
l'inutile lotta
di chi s'aggrappa, cieco,
ad un'onda invisibile.

Ci sono donne, infine,
che splendono come stelle;
come i fari di un'auto
che ti slega le ossa
che ti scombina l'anima
e non ti dice perché.
Nella notte bella
che profuma come un bambino.

100901

In attesa che il calorifero mi scaldi

Sto qui e aspetto
Che il calorifero mi scaldi
Che il sole sfondi quelle cazzo di nuvole
Che la vita mi si illumini
Come una lampadina
Come un cero alla Madonna
Come una risposta esatta
a “Chi vuol essere milionario?”

Sto qui e aspetto
Che il calorifero mi scaldi
Che il postino porti novità
Che qualcuno si faccia saltare in aria
Da qualche parte nel mondo schifo
Tanto da poter dire, poi,
meno male che non c’ero
in quel buco di culo di posto

Sto qui e aspetto
Che il calorifero mi scaldi
Ma non mi scalderà
E non perché non funziona
Ma per via di tutto il freddo
Tutto il cribbio gelo che m’avvolge
Stamattina, affamato e in preghiera
Davanti ad un calorifero spento

Marzemino e Merit Light

Ho cercato il Barba per un'ora,
mi sono fatto a piedi mezza città.
Fumando aria e merit light
guardandomi le scarpe, le mani
e un pezzetto lercio di passato.

Alla fine, coi piedi spaccati,
ho deciso di affogarmi,
no, non in un fiume palloso
ma in una flüte di prosecco
tanto per meglio morire.

Così, nel bar, ho parlato di me
all'ariaccia puzzolente
e limonando col passato
in attesa del Barba vigliacco
son passato al marzemino.

Perché ce l'avevo tanto a cuore?
Cercare il Barba, voglio dire...
beh, mi doveva dei soldi
tutto qui, la solita storia,
pochi sacchi quella volta

che stonati da due rumene
cacciamo una cifra vacca.
Io li ho, io no, te li do poi...
Non badai a spese. Che discuti
se quelle te lo prendono già?

"Versamene ancora, Toni,
me ne sono accorto, sai
che mi guardi di traverso.
Ce l'ho da pagare, che credi?
Non sono mica il Barba io."

Ardo un'altra merit light:
lo so perché si chiamano così,
perché ti incendiano i polmoni,
ci sparano la luce, dentro.
"Capisci, Toni, la luce..."

"E ora, cos'è che mi dai?"
Arpiono duecento sacchi
come fossero foglie secche.
Il Toni ha l'occhio lesso.
"Il Barba è andato", mi fa.

Sepolto marcio nell'Adige,
in quel fiume palloso
e non nel prosecco come me.
Vecchio Barba crudele
non si esce senza salutare

ma i debiti, è sacrosanto,
si saldano, certo, ma non così,
voglio dire, senza farsi vedere.
"Chiappa i sacchi, Toni", urlo
"il Barba stasera paga da bere".

220801

Oggetti di un brav'uomo

La buona lena
un bancomat
qualche tipo di speranza
un paio di numeri in agenda
lacrime da nascondere
antipasti di parsimonia
un primo di follia
secondi di pentimenti
con contorno di vecchi amori

Dessert della casa.

Sigarette,
infine,
sguardi
monete
consigli e fughe
calzini sporchi
pensieri cattivi
dolori sparsi
gioie casuali

Non manca proprio nulla.

Parabrezza da riparare

Sono un tipo noioso, d'accordo
ma prova un po' ad immaginare
quegli stormi infiniti di gabbiani,
o come diavolo si chiamano,
mentre si alzano in volo.
E poi pensa al conto della spesa,
alle cagose spese condominiali,
alle cene, la pulizia dei denti,
i compleanni, la vuota beneficenza.

Sai, prima o poi ti ci devi abituare:
siamo solo parabrezza da riparare.

Sei perplesso, ti capisco
ma prova ad andare col pensiero
alle note sputate sul pentagramma,
o come diavolaccio si scrive,
sì, i segnetti che chiamano musica.
E poi pensa al banchetto di nozze,
a quanto cazzo hai pagato la torta,
a lei che è incinta, ai pannoloni,
la parcella del pediatra, il lego.

Senti, non voglio farti arrabbiare,
ma siamo parabrezza da riparare.

Non mi capisci, va tutto bene
ma pensa per un attimo solo
a quanti diavolo possono essere
gli atomi di un essere umano
mentre gli sparano in testa.
E poi pensa al conto del becchino,
la parcella del taccagno fioraio,
i manifesti, il legno della bara,
la fattura da scaricare dal 730.

Non esistono le prove, ti devi fidare:
Siamo solo parabrezza da riparare.

E quegli aggeggi, i parabrezza
lo sa pure un vecchio deficiente
non li puoi proprio aggiustare:
se per sfiga ti si rompono
non ci sono santi, caccia la grana!
Pensa a quanto è curioso:
queste lastre sono infrangibili,
tirali su di tutto: pietre, bulloni,
legnate, testate da peso massimo.

Non ridere così che mi fai incazzare
pure tu lo sei: parabrezza da riparare.

Adesso ti spiego, non temere.
Infrangibili, dicevamo, 'sti vetri
eppure c'hanno un piccolo segreto.
Una cifra di punti invisibili e fatali,
dove un niente li manda in frantumi.
E così siamo pure noi, gli umani
non credi? No, non di vetro, mona!
Duri, impassibili, forti e orgogliosi
tutto, finché non ti rompi i coglioni

Okey, non dirmelo dove devo andare,
lo so: siamo parabrezza da riparare.

Quello che rimane

Amico mio,
per fortuna, rimaniamo noi a noi stessi.

Se due braccia forti
ci prendono
e non lo senti il calore.
solo freddo, addosso.

Se quattro amici, o cinque
ti chiamano
e non hai voglia di loro
e non vorresti che loro

Se la tua generazione
fa proclami
e non lo vuoi quel chiasso
ti copri le orecchie

E se, infine, il tuo amore
ti cerca, alla sera,
e sai di poterne fare a meno
e ne moriresti senza

Amico mio,
per fortuna, rimaniamo noi a noi stessi.

Nelle fiamme di un incontro
e nel ghiaccio di un addio,
credimi,
amico mio.

Retrospettiva di tua sorella

Bene, vecchio.
Adesso dimmi una cosa:
ti ricordi di quella volta
che mi ero fissato col jazz?
Mi sono cazzato una cifra
in dischi pieni di negri,
trombe, tromboni e trombettine.
"Roba da fighetti, psicopatici",
mi facevi tu
"come il tennis, hai presente?
Pim, pam, aripim e aripam...
ecché cazzo!"

Bene, vecchio.
Adesso ascoltami bene.
Era tutta una scusa.
Il jazz, sassofoni,
negrisudati, pianisterici
questi erano i mezzi,
il fine era tua sorella,
nota cronica jazzopatica,
tre mesi alla maggioretà,
novanta giorni soltanto,
pensavo fosse facile
tenere chiuso il rubinetto.

Senonché, vecchio,
fa' tesoro di ciò che dico.
Tutto quello strimpellare,
dixieland, armstrongate...
voglio dire, ad un certo punto
mi sono parsi eccessivi.
Capisci cosa voglio dire?
Un prezzo troppo alto era.
Dalla tromba al trombare,
si sa, ci passa uno sputo:
così, tua sorella, alla fine,
l'ho dovuta suonare io.

230801

Storia di una sigaretta

Da un gesto distratto, come per caso,
nel calore di una fiamma, lei nasce
un niente di fumo e, ancora in fasce,
entra dalla bocca ed esce dal naso

È storia breve e leggera, la sua
pronta a vivere e già pronta a morire
appena arrivata deve partire
È di quelle storie assurde, la sua.

Ritorna cenere, senza gloria
succhiata e con gelo buttata via
nella tristezza e nella baldoria

non se ne faccia un dramma, tuttavia:
d'una sigaretta questa è la storia.
Questa è la storia della vita mia.

Nel caldo gelo di San Pietroburgo

Attraverso i cancelli della sera
nel caldo gelo di San Pietroburgo
se ne sta Irina: vent'anni
due fratelli e un milione di sogni.
legge la Pravda, pagina cinque,
regno della cronaca nera
dove si narra del Compagno Vassilj,
vent'anni, due figli e un milione di guai,
morto di vodka e di malumore
mentre, ai piedi del marmoreo Lenin,
declamava un poema di Majakowskij.

Irina sbuffa, ripiega il giornale;
s'aggiusta il cappotto e se ne va
come agitata, infastidita
da qualcosa, a pagina cinque.

Aveva una giacca, il Compagno Vasilj,
cinque bottoni e due grosse tasche:
da una parte la vodka
nell'altra un sudicio biglietto.
"A Irina" si legge appena,
"vent'anni, due fratelli e nessun cuore",
poi tutto il resto, tre pagine fitte.

Malato di vodka e di malumore
ci metti un niente a morire
nel caldo gelo di San Pietroburgo
attraverso i cancelli della sera.

Una cosa in più a cui dover pensare

Mi domando perché questo strano sogno
di essere sempre in ritardo per qualcosa:
ogni volta c'è un dannato particolare
un niente fottuto che mi fa tardare.
Ti dico questo non solo perché sono le tre
e dovevamo vederci più di un'ora fa.
Te lo dico perché, e devi credermi
non è per l'orgoglio fottuto che lo faccio,
te lo dico… ma cos'é che dovevo dirti?
Diciamo che ci pensiamo dopo il gin,
a quella cosa in più a cui dover pensare

D'accordo, hai trent'anni, quattro carie
e un figlio che ti dà grossi problemi.
Se è tranquillo e non urla, è già qualcosa,
se ne sta in un cantuccio tutto il tempo.
Come "Rain man" che conta gli stecchini
Ma lasciamo stare i film che è meglio:
in quelli pure la merda riesce simpatica.
Come ti capisco: stare tre-quattro ore,
uno stramaledetto pomeriggio soltanto
a rotolarti nell'assurdo di un dovere,
in quella cosa in più a cui dover pensare

Cos'è questa storia che devi chiudere,
vecchio? Non sono ancora suonate le due
stiamo parlando di cose serie, sai
è facile dargli dell'egoista a 'sto qui,
prova tu a tenerti in casa e a sfamarli
un handy e quella stronza di sua madre.
Dico bene, vecchio? Non sono cazzi miei,
d'accordo. Ma può succedere a tutti, o no?!
Passi per il bambino che non ha colpa,
ma quella troia fottuta l'ha fatta grossa:
ora è una cosa in più a cui dover pensare

Ok, devo andarci piano con tua moglie,
per rispetto del bocia, capisco, come no?!
Ma mi metto nei tuoi panni di cornuto.
Non mi piacerebbe farmi ridere dietro
da quella massa di deficienti dei paesani
sempre pronti a farsi i cazzi degli altri.
Come dici? Certo, come il sottoscritto,
ma io lo sto facendo solo a fin di bene.
È per questo che mi hai chiesto di venire?
Non solo, dici?! Ci sono: è per la grana:
una cosa in più, per me, a cui dover pensare

Va bene. E quanti pali dovrei sganciare:
cinque, dieci, venti, vacci piano, però
non sono mica un industriale culattone.
Ok, non ti scaldare, manteniamo la calma
Cinquanta, regolare vecchio. Va bene.
Chiudi la bettola che definiamo i dettagli.
Eddai, cribbio, è un modo di dire, no?!
Da quando hai mollato quella stronza
non ti riconosco più, sei così diverso.
Devi rifarti i denti, rifarti tutta una vita:
hai due cose in più a cui dover pensare.

180901

Ho antenne di formica

Ho antenne di formica
che trasmettono su onde lunghe
in modulazione di frequenza.
Il medico dice che posso dirmi fortunato,
capita a una persona su dieci milioni
di poter comunicare con un ragno del Borneo
o con uno scarafaggio del Madagascar
senza nemmeno pagare lo scatto alla risposta.

e mi sa che hanno ragione
quelle teste tonde di buddisti:
gli affetti sono un peso mortale
un reticolo maledetto fatto di attenzioni
e di "ciao come stai?"
troppo pesante
troppo
per una sola formica

Come un povero uomo solo

Come un povero uomo solo
come un cane felice
come me stesso
in un giorno qualsiasi,
mentre apro la bocca
e dico parole,
scrivo poesie,
racconto storie,
vite immaginarie
azioni e pensieri
che non so dire,
ma dico lo stesso
a nessuno
ad un cane felice
ad un povero uomo solo