L'intervista
Questa storia non mi piace. Faccio il giornalista da
ventidue anni, un mestiere interessante, niente di
eccezionale, insomma, ma cosa volete, sempre meglio che
lavorare. Eppoi al mattino puoi alzarti tardi, andare in
giro per la città, fare la spesa, cominciare a pensare al
pezzo del giorno dopo.
Questa storia non mi piace. Un'intervista di questo tipo
era l'ultima cosa di cui avevo bisogno. Oggi è sabato.
Tocca a me stare col Mattia. Dovrò portarmelo dietro. A
quella svitata di sua madre certe soddisfazioni non gliele
do nemmeno morto. "Tienitelo il bambino che oggi non
posso", figuriamoci. Non aspetta altro quella cretina.
Quando ci siamo sposati sembrava la donna più desiderabile
del mondo, mi riempiva di attenzioni, era pronta a giurare
che il nostro amore sarebbe durato per sempre. Che idiozia.
Niente dura per sempre. Nemmeno la vita. Non fosse stata
incinta non l'avrei sposata nemmeno col binocolo. Il fatto
è che in fondo un pochino ci credevo anch'io, pensavo: "Si
sposano tutti, perché non io? Non dev'essere poi tanto
male…" Già.
Questa storia non mi piace. Prendo Mattia. Quella cagna lo
lascia davanti alla porta di casa, come un pacco postale.
Non mi vuole vedere nemmeno per un istante. Sta cercando di
dimenticare la mia faccia. Io la sua ce l'ho stampata in
fronte. Non viene via nemmeno con l'acido.
«Ciao, Mattia. Come va?»
Lui mi guarda scuro in volto. Ho fatto una domanda cretina.
"Mio padre e mia madre fanno di tutto per evitarsi, come
vuoi che vada?!" Hai ragione. Touché.
«Ti va di fare il giornalista, oggi?»
E lui subito si illumina. Questi bambini si lasciano
comprare davvero con poco. Vogliono bene a chi li offre di
più. Lasciamo stare le puttanate dei pedagoghi, l'affetto
filiale, bla bla. Tutte chiacchiere. Dispiace dirlo, ma i
bambini sono solo dei mastodontici egoisti, degli istintivi
che pensano solo al loro tornaconto. Mi stupisce che gli
altri non la pensino come me.
Lasciamo la statale e svoltiamo a sinistra. Se penso a
quanta strada mi toccherà fare mi viene da vomitare.
Gliel'ho detto al direttore: "Facciamole al telefono queste
domande…" Ma lui m'ha fatto due maroni così sulla
deontologia professionale, sul contatto diretto per
cogliere le sensazioni, gli umori. Tutte cose che
evidentemente giustificano gli ottanta e passa chilometri
che mi dividono dal luogo dell'intervista.
Ci spolpiamo la val di Non come un cosciotto di pollo in
mano a un vegetariano. Mattia è teso. Gli lancio
un'occhiata un po' più attenta. Madonna se è cresciuto…
Osservo mio figlio come si osserva un fenomeno fisico, un
prodigio meccanico. Dovrei provare qualcosa per il
ragazzino, farmi venire il desiderio di spupazzarmelo un
po', dargli un buffetto, dirgli qualcosa di carino. E
invece. Mi è completamente estraneo. Non lo conosco. Lo
vedo due volte al mese, ma non perché ne senta il bisogno o
abbia voglia di stare con lui. È solo per sua madre, per
toglierlo dalla casa di quella bestia, esercitare il mio
diritto di padre. Almeno due volte al mese.
Questa storia non mi piace. Ci fermiamo poco prima di Malé.
Devo dare un'occhiata alla cartina. Questi abitano davvero
in tanta malora. Posti dimenticati da dio. Per forza che
poi la gente si perde. Non faccio testo io che sono un
animale da città e mi nutro di cartelli, indicazioni,
segnaletiche.
«Papà, ho fame»
Sentirmi chiamare a quel modo mi fa rizzare i capelli, mi
disturba.
Compriamo qualcosa alla Famiglia Cooperativa: due panini,
dei biscotti, un paio di coche. Ne approfitto per chiedere
qualche informazione. È strano. Avremo dovuto già essere
arrivati da un pezzo.
La cassiera mi guarda come si guarda un marziano. Scuote il
capo. Ha capito cosa ci voglio andare a fare lassù. Dice
che bisognerebbe lasciarla in pace quella gente, che questa
storia non le piace.
Inutilmente, tento di spiegarle che sono solo un
giornalista, non un guerrafondaio; e poi sono già
d'accordo, tramite il direttore, s'intende. L'intervista è
concordata. Che si faccia gli affari suoi e pensi a fare la
cassiera. Neanche a me piace questa storia. Per niente.
«Andiamo Mattia, andiamoci a mang… Mattia! Mattia, dove
diavolo…»
Ripercorro a ritroso tutto il negozio, sfreccio davanti al
banco dei salumi, un labirinto fatto di scatole di tonno e
offerte speciali. E nella ricerca affannosa del piccolo, mi
rendo conto di stare per perdere la calma. No, non perché
quel moccioso mi stia tanto a cuore. Solo che immagino la
reazione scomposta di sua madre, se solo me lo lasciassi
scappare; sai che soddisfazione per quella cretina…
Eccolo Mattia, che tenta di aprire la lattina di Coca. Mi
vede arrivare trafelato, rosso in volto…
«Sei stanco?», mi domanda.
"Ma lo sai che sei proprio deficiente, che m'hai fatto
prendere un colpo! T'ho detto mille volte di starmi vicino.
Cosa ti insegna tua madre, a pascolare nei campi come le
mucche?! Io non ho tempo, né voglia di correrti dietro!
Chiaro!?"
Questo quello che avrei voluto dirgli.
«No. Andiamo che facciamo tardi»
Questo quello che gli ho detto. Aprendogli la Coca Cola.
Così, inerpicandoci su un sentiero di pendenza tragica
siamo giunti a destinazione. Una località piccolissima,
tanto piccola da non essere segnata su nessuna delle
cartine a mia disposizione. L'uomo e sua moglie mi
accolgono come un esploratore che ha compiuto un'impresa.
Mi ringraziano, mi invitano ad entrare.
«Mattia, Mattia!»
Chiamo tentando di svegliarlo. Quei due sono convinti che
si tratti di un cane. Si domandano se non abbia intenzione
di portarmelo in casa. Ma invece, dal fuoristrada, salta
fuori Mattia, assonnato, con la camicia sporca di Coca Cola
(cazzo, quando lo vedrà la madre…).
«Siamo arrivati?», domanda tutto sbalestrato.
«È mio figlio, spero che la sua presenza non sia
d'intralcio all'interv…», e mi volto, ma dei due padroni di
casa non v'è più traccia. Li chiamo a gran voce. Mi
rispondono da dentro. Dicono di entrare.
La casa è molto grande. Un salone con le piastrelle grandi
di porfido fa da salotto e cucina. Non ci vuole uno
psicologo per accorgersi che la signora ha appena pianto.
Deve essere stata la reazione alla vista di Mattia… Cazzo,
che imbecille! Come ho fatto a non pensarci. Gli ricorda il
figlio, no?!
Questa storia non mi piace.
«Mi dispiace, dico, non avevo nessuna intenzione di…»
«Lasci stare…» fa il padre, «mia moglie è molto scossa. Non
è colpa vostra»
Potrei spiegargli che oggi è sabato, il "mio" sabato.
Quello che spetta a me. È l'unico straccio di diritto che
mi è rimasto dopo il divorzio. Potrei elencargli una per
una le malefatte, le carognate, i sotterfugi che quella
strega è riuscita ad inventarsi pur di tenersi Mattia.
Invece, sto zitto e preparo il necessario per l'intervista.
«Questo bambino viene con me, così voi potete lavorare
tranquilli»
Io ho come un istintivo moto di ribellione, una
stronzissima parte di me vuole alzare barriere attorno a
Mattia; poi penso "ma che cazzo, c'ho pure la baby-sitter".
Il necessario per l'intervista viene arricchito da una
bottiglia bianca, senza etichetta, che il padre mi sbatte
sotto il naso.
«No, grazie. È troppo presto per…»
Ma quello, come se niente fosse, mi riempie il bicchiere.
Tanta grappa in un colpo solo non la bevo nemmeno ad un
addio al celibato, figurarsi alle undici di mattina, come
"aperitivo". Eppure l'aroma di quel distillato, il profumo
forte della ruta mi si infila a tradimento nelle narici e
mi accarezza il cervello.
«Allora, possiamo cominciare…» il padre mi fa un cenno di
assenso, subito dopo manda giù la grappa; tiene la testa
piegata sul petto, fa una smorfia, riprende fiato, torna
dritto. Dalle stanze di sopra, sento l'allegro vociare di
Mattia e i suoi commenti riguardo a non so che tipo di
giocattoli.
«Mi descriva come sono andate esattamente le cose quella
mattina», vado subito giù pesante.
«Vuole dire… "quella" mattina?»
Annuisco tenendo gli occhi bassi.
«Mi ero alzato molto presto, nonostante fosse domenica.
Avevo avuto una notte agitata, a pensarci adesso si era
trattato di un… come si dice… presentimento, sì? Ho dato da
mangiare alle bestie. Poi, sono sceso giù al paese per fare
alcune cose. Quando sono tornato, Mathias era in cucina ad
aspettarmi. Gli ho chiesto se aveva voglia di darmi una
mano e lui mi ha detto di sì. Così gli ho dato la cesta del
mangime da portare alle galline e io sono andato in bagno a
farmi la barba. Quando sono uscito… lui non c'era più».
Giù un altro bicchiere di grappa.
«Sua moglie?»
«Lei dormiva. Sono stato io a svegliarla. "Mathias, dov'è
Mathias?!" le ho chiesto allarmato. Ma che ne poteva sapere
lei se dormiva?», e me l'ha domandato con forza, come se
avessi dovuto rispondergli veramente.
«Allora avete lanciato l'allarme e cominciato le ricerche…»
«Già, quando ho capito che urlare "Mathias" era inutile, ho
telefonato ai pompieri e ai carabinieri. In attesa del loro
arrivo mi sono messo… come si dice… in prima persona, sì, a
cercare nelle immediate vicinanze».
«E ha fatto subito una scoperta interessante…»
L'uomo ha come un'esitazione. Si versa dell'altra grappa.
La assaggia appena.
«Lei non beve?», mi domanda; e se non fosse assurdo direi
che il tono è quello di una minaccia. Allora avvicino la
bocca al bicchiere, socchiudo gli occhi e annuso come un
bravo sommelier. Vedo una foglia di ruta affogata
nell'alcool che lentamente si decompone, sento il freddo
del vetro e il sapore della foglia che gradatamente
contamina il liquido. Sorseggio. Tengo in bocca quella
specie di colluttorio. Sempre con gli occhi chiusi vedo una
pianta di ruta in fiamme e le fiamme spente con l'alcool.
Mando giù e le fiamme si propagano nell'esofago, rendendolo
rovente, per poi placarsi più giù, sotto il getto degli
estintori epatici.
«Il cesto… Quel cesto pieno di mangime era sparito con
Mathias. La cosa mi ha incuriosito, ma pure allarmato
ulteriormente. Era strano. Mi ha fatto pensare ad un
rapimento, a qualcuno che ha afferrato il bambino, lo ha
sollevato di peso assieme alla cesta».
«Ritiene attendibile l'ipotesi del rapimento?»
«Purtroppo no. Mi ci sono aggrappato nelle prime settimane,
ho sperato assieme a mia moglie ad uno scambio di persona,
a Mathias rapito per sbaglio al posto del figlio di un
ricco industriale. Ma… dovevano essere proprio… come si
dice… tonti, quei rapitori. Qui ricchi industriali non ce
n'è nemmeno l'ombra».
«Che tipo di bambino era Mathias?»
«Era vivace, come tutti i bambini di quell'età; era
curioso, non si lasciava sfuggire niente, ogni cosa per lui
era l'occasione per fare una nuova scoperta. E poi era
intelligente…»
«Un momento, prego: perché ne sta parlando al passato?»
L'uomo contrae i muscoli del volto come se stesse
sollevando un peso immane. Apre gli occhi e me li ficca in
faccia. Sono come un raggio laser che prova ad aprirmi in
due, a scoperchiarmi la coscienza. Chiedo aiuto al
bicchiere. Mando giù la grappa trattendendo il respiro.
Chiudo gli occhi e vedo un'intera foresta di piante di ruta
battuta dalla tempesta, in cielo tuoni e fulmini che hanno
la potenza di mille riflettori. E tra le piante piegate
dalla furia del vento noto qualcosa, qualcuno che si muove,
sgaiattola via veloce. Un qualche tipo di animale oppure…
un bambino. Poi una vibrazione , un inspiegabile terremoto
che mi scuote il petto. Infine, un trillo acuto che mi
punge i timpani.
Il telefonino. Vibracall e suoneria assieme, così sono
sicuro di non perdere la chiamata, un vecchio trucco.
Chiedo scusa al padrone di casa, mi alzo e vado in un
angolo della stanza. Rispondo.
«Cosa diavolo vuoi?! Mattia è qui con me, certo; dove
dovrebbe essere? No, non ce l'ho seduto sulle ginocchia, se
è questo che vuoi sapere… Come? Ma tu sei… Io sto
lavorando, oggi quello sta con me, chiaro?! Non te ne frega
un cazzo di dove sono, va bene?!»
Richiudo gli occhi. Cerco le rintracciare quel… quella cosa
che fuggiva nella foresta, ma vedo solo il buio delle
palpebre chiuse.
Torno a sedere. Mi scuso ancora. L'uomo di fronte a me ha
ancora il viso contratto. Provo a rifargli la domanda.
«Perché parlando di suo figlio usa i verbi al…»
«Perché non c'è più speranza. Io e mia moglie non vogliamo
sperare, perché la speranza fa più male della
rassegnazione; è una cattiva compagna, come la droga, come
la tivù. Le tracce di Mathias terminano in riva al fiume.
Quello che non pensiamo è che…»
Ho un sussulto, come se qualcuno m'avesse mollato un
ceffone.
«Aspetti, aspetti un momento. Di quali tracce sta parlando?
Sui verbali dei carabinieri non mi sembra d'aver letto
niente del genere…»
«Conosce la fiaba di Pollicino?»
Rispondo in maniera affermativa chinando il capo in avanti.
Pollicino, cazzo. Cosa si mette a raccontarmi le fiabe 'stò
qua, adesso… Certo che la conosco. La solita tiritera di
lupi, streghe e gnomi. Si assomigliano tutte quella
cazzate.
«Quella mattina sono corso vicino alla gabbia delle
galline. Ho notato alcuni chicchi di becchime in terra,
altri un po' più in là. Ho percorso alcuni metri in
direzione del bosco e ho, come si dice, individuato, sì,
una pista».
«Come se Mathias volesse lasciare una traccia dietro di
sé…»
«Sì, proprio come Pollicino».
«E le tracce portavano al fiume…»
Un brivido mi ha percorso la schiena. Improvvisamente gli
occhi dell'uomo mi hanno mandato un lampo, un sinistro
luccichìo. Non mi sta più simpatico come mezz'ora fa. È
curioso. È come se quest'uomo cambi carattere e modo di
essere in base al mio semplice giudizio. Forse è così che
funziona. In ogni luogo, sempre e per chiunque. Può essere
che gli uomini non abbiano veramente una coscienza, che non
esista un loro modo personale di guardare alle cose, di
porsi nel mondo. La coscienza è ciò che ci viene dagli
altri, da quello che ognuno pensa di tutti.
Il vibracall annuncia un'altra chiamata. È sempre lei.
Questa volta le spengo il telefono in faccia.
Mi verso la grappa e ne bevo altre tre dita. Chiudo gli
occhi. La foresta è sempre lì. Il vento sembra essersi
placato un poco. Io sono come sospeso, con un piccolo
sforzo riesco anche a spingermi in avanti, a fluttuare
nell'aria, ad addentrarmi tra le piante di ruta, adesso
ferme come grattacieli. Seguo la traccia, i grani di
becchime sfuggiti al vento e ai passeri. Ma del bambino, di
quella cosa che fuggiva non ne so più nulla. Scendo giù,
ancora più giù… ormai sono in fondo alla valle. Sento lo
sciacquio, il rumore dei flutti. Sono al fiume. E sulla
riva un bambino che si agita disperato, che lotta con la
forza della disperazione contro quelle mani grandi, quelle
braccia adulte che lo spingono giù, tra i gorghi, per
sempre.
Apro gli occhi. Sono solo adesso, tra microfoni,
registratori e una bottiglia bianca, vuota. Mi alzo di
scatto. Provo a chiamare: «Ehi!»
Dal piano di sopra la voce di una donna che legge una
favola. Salgo le scale a tre a tre. Rischio di spaccarmi
l'osso del collo. Scivolo sul pavimento di cera. Mi rialzo.
Sono davanti alla porta. Adesso sento molto meglio, capisco
ogni cosa. Abbasso la maniglia e apro.
La donna è di spalle. Il mio arrivo non la distoglie dalla
lettura.
«Mattia!», chiamo.
La signora si volta. Davanti a lei un orsacchiotto di
pezza.
«Cerca qualcuno?», mi fa.
Scuoto il capo inebetito. Mi gira la testa. Abbasso le
palpebre e richiudo la porta. Le piante di ruta adesso sono
piante carnivore che mi entrano dalle orecchie, dalla
bocca. Si impossessano di me. Mi assegnano una coscienza,
mi dicono chi sono. E il fiume, cristo, adesso il nel fiume
c'è l'adulto che annaspa e invoca pietà a quel ragazzino
dall'aria soddisfatta che se ne sta seduto sulla riva.
«Mattia! Mattia!», urlo scendendo di sotto.
Un tonfo, il rumore di una sedia che cade, giù, in cucina,
quella con le lastre di porfido. E lo vedo. Penzolare.
Stupidamente mi domando come faccia il soffitto a non venir
giù.
Davanti a quell'uomo appeso. Riaccendo il telefono. Devo
chiamare, sentire qualcuno, ho bisogno di altre coscienze
per riformare la mia, confusa e annichilita. C'è un
messaggio in segreteria. Lo apro e lo leggo.
"Perché diavolo non sei passato a prendere Mattia?!", dice.