Prigionieri
del dolore
Il Bicio non la finiva di piangere. La cosa mi imbarazzava
non poco. Vedere un uomo di quarantotto anni ridotto a quel
modo per la perdita della moglie è una cosa che ti domanda
incessantemente: “Ma tu, su questo schifo di terra che
diavolo ci stai a fare?”
Posai il mio bicchiere di vino e mi avvicinai. Gli dissi
una cosa, tanto per dire: “Dai, vecchio. La vita va
avanti”. Lui mi restituì un movimento delle spalle che
voleva dire “Massì, tanto ormai chi se ne frega più”. Aveva
la faccia tagliata da due rughe profonde, incattivite da
quell’ultimo dolore. Gli occhi parevano spenti, come due
mozziconi di cicche abbandonati in un posacenere. Le labbra
continuavano a tremargli come se avesse freddo, eppure
faceva un caldo da spaccarsi in quella casa.
Il funerale era finito da un pezzo. Era stato strano. Come
tutti i funerali che si fanno in agosto. Chissà perché
sembrerebbe più naturale morire tutti quanti in dicembre,
quando con quella cassa imbottita puoi proteggerti dal
freddo. In estate è tutto più difficile. Perfino morire.
Io e Bicio ci conoscevamo da ragazzi. Suo padre lavorava in
ferrovia con il mio. La prima volta ci eravamo incontrati
ad una di quelle squallide festicciole che il dopolavoro
metteva su il giorno di Santa Lucia. Poi i nostri genitori
avevano cominciato a frequentarsi con una certa regolarità.
Con Bicio avevo condiviso tutte le esperienze fondamentali
dell’adolescenza: le prima sbronze, le prime ragazze, ecc.
Amicizia? Non so cosa sia l’amicizia. So solo che ero molto
attaccato a lui. Al punto che il giorno in cui sposò
Giovanna stetti malissimo. Mi sembrò che mi stessero
rubando qualcosa, che stesse svanendo, con quella
cerimonia, un mio diritto inalienabile, quello ad avere una
spalla su cui poter piangere di tanto in tanto. Per fortuna
il distacco si rivelò molto meno traumatico di come era
potuto apparire in principio. Ci avevo messo un po’ a
capirlo che nella vita nulla finisce e nulla comincia.
Tutto si traforma. Pure l’amicizia tra me e il Bicio, che
pure era parsa in pericolo con quel matrimonio, aveva solo
subito una mutazione genetica. Con le mogli di mezzo
riuscimmo lo stesso ad essere i due ragazzini del
dopolavoro che con lo sguardo acceso aspettavano Santa
Lucia. E questo per un sacco di tempo. Fino alla domenica
in cui Giovanna morì. Fu allora che le nostre vite, non
solo quella di Bicio, andarono in frantumi. La nostra
amicizia diventò improvvisamente sghemba, come un tavolo a
cui abbiano segato una gamba. Come un composto chimico
alterato da una fonte di calore.
A rendere tanto definitivo il distacco era stato pure il
modo in cui Giovanna aveva lasciato questo mondo. Giuro che
ci sarebbe da spanciarsi se non si trattasse di una cosa
tanto triste. Come tutte le domeniche dispari, noi quattro
eravamo andati a mangiarci una cosa, questa volta al
ristorante del Bruno perché le donne avevano voglia di
mangiare del pesce. La sala era piena, come sempre a
quell’ora della domenica. Bicio ed io parlavamo di calcio e
le donne del tempo e di altre cose. Tuttavia ogni tipo di
discussione cessò quando Giovanna cominciò a rantolare,
emettendo una specie di grassa risata. L’espressione sul
suo volto, però, non era divertita. Non fossimo stati tanto
distratti, nei suoi occhi l’avremmo visto quella lampo di
paura. Forse saremmo riusciti a salvarla. Ed invece, lo so
che può sembrare assurdo, ma ci siamo messi tutti a ridere.
Anche dagli altri tavoli. Perfino il Bruno, in un angolo
della sala, si spanciava dal ridere. E più Giovanna
ansimava e si sbracciava tentando di farci capire che non
riusciva a respirare più noi tutti ridevamo come pazzi e ci
davamo manate sulle spalle. Pure quando, alla fine, lei
cadde dalla sedia esamine, qualcuno continuò a sghignazzare
impunemente, per una sorta di moto inerziale.
«Andiamo a casa?» mi disse Margherita. Il suo alito sapeva
di vino. Eravamo tutti un po’ bevuti quel pomeriggio. Bicio
era sempre stato l’allegrone della compagnia, la battuta
sempre pronta, non so se mi spiego. Ora era una sfinge di
dolore e stargli vicini era faticoso, per questo si
domandava al vino il coraggio che ci mancava,
«Ancora un momento. Voglio dirgli un ultima cosa.»
Bicio stava in fondo al soggiorno. Aveva un sacco di gente
attorno a sé, tutti amici e conoscenti che gli dicevano di
quanto gli dispiaceva che Giovanna fosse morta; a quel
modo, poi. Bicio si accorse della mia presenza. Domandò
scusa a tutti e mi venne incontro.
«Che vuoi dirmi ancora?» mi sussurrò con la voce incrostata
di pianto.
«Stavo pensando che… Adesso devi riprenderti un po’, ma
dopo si potrebbe fare un viaggetto, io e te, come ai vecchi
tempi. Che ne dici?» dissi con poca convinzione.
«Già» il Bicio annuì con gli occhi lucidi.
«Potremmo andare in Spagna. O in sudamerica. Eh, che ne
dici?»
«Una specie di fuga?»
«Fai conto.»
«Tanto dal dolore non ci scappi. Quello ti segue pure in
capo al mondo.»
Queste parole mi lasciarono di ghiaccio e mi fecero sentire
uno sciocco. Aveva ragione Margherita, non era questo il
momento di.
«Sai a cosa sto pensando?»
«A Giovanna.»
«Sì, certo. Ma in particolare continuo a pensare a quel
momento. Quello in cui è… Non mi tolgo dalla testa la tua
risata. Il divertimento che è stato per tutto il ristorante
la morte di mia moglie. Mi domando come si può rendersi
ridicoli in un momento del genere?»
«È stata una fatalità. Non ci pensare, eh?»
Non vedevo l’ora di uscire da quella casa, chiudermi la
porta alle spalle e andarmene a casa mia.