Alla
fiera di Cles
Infilai la chiave e le feci fare un quarto di giro. La spia
delle candelette si accese debolmente. Attesi qualche
secondo che si spegnesse. Queste macchine sono condannate
dalle candelette. Un handicap nei confronti dei motori a
benzina. Però il gasolio costa meno. Qualche lira in meno.
La chiave fece un altro quarto di giro. Il cofano tremò
sotto la spinta dei pistoni. Diedi inizio alle danze.
Il rumore del motore diesel era uno dei più fastidiosi
esistenti in natura. Quando ero in Africa non mi sarei
sognato nemmeno di immaginare un rumore così. Lì c'era solo
silenzio. Il tempo scorreva ad una velocità diversa. La
gente era capace di aspettare una corriera anche tutto il
giorno per poi, magari, alla sera accorgersi che non era
passata più. Non c'era fretta. O forse non c'era stupidità.
Solo spazi sterminati. Con quello che spendevi a Trento per
un appartamento, lì ti potevi costruire una reggia.
Questione di domanda e offerta, certo, la legge del
mercato. Un mercato povero, ma pur sempre un mercato.
Fu Mustafà a convincermi. "Vedrai, in Italia ci sono lavori
che non vuol fare nessuno. Sono troppo faticosi per loro.
Noi la fatica non sappiamo nemmeno che forma abbia". Io
avevo bisogno di soldi così decisi di partire.
Destinazione: Trentino, Italia.
Era l'alba. Quasi l'alba. Diciamo pure che mancava ancora
un pezzo a questa benedetta alba. La città era ancora
immersa nel silenzio della notte e tentava di rimanerci
nonostante il mio mezzo meccanico lo lacerasse a tratti. Mi
pareva di sentirli gli improperi di chi ancora si rotolava
tra le lenzuola. Che potevo farci? In Africa non esiste una
macchina così.
Pigiai sul tastino beige e udii una specie di trillo
all'interno del magazzino. Mi appoggiai con le mani e la
faccia sul vetro opacizzato. Intravvidi un'ombra che si
infilava i pantaloni.
— Chi è? — urlò l'ombra (ma forse non urlò, parlava
soltanto).
— "Emmetittì trasporti", devo ritirare tre colli.
— Eccomi. — fece scattare la serratura — Ciao, fratello. —
disse Mustafà.
— Che scemi siamo. Due stranieri che si parlano in
italiano.
— Così ci esercitiamo, no?
Mustafà è alto due metri. Quando me lo porto appresso per
un lavoro provo un po' di soggezione. Mi sento un nano
nonostante il mio metroeottanta. Eppure gli devo tutto a
questo spilungone. È stato lui a convincermi a venire qui e
a trovarmi un posto dove stare. È una fortuna 'sta cosa dei
lavori pesanti che gli italiani non vogliono fare. Loro
studiano, preferiscono fare gli impiegati a due lire al
mese piuttosto che rompersi la schiena e le palle in
furgoni come questo. Noi africani non li capiamo certi
ragionamenti.
Due colpi di acceleratore e il Ducato fu fuori città.
— Hai già caricato i giornali?
— Dormivi ancora quando l'ho fatto.
— Certo che qui ci tengono proprio a 'sti fogli stampati.
— Vogliono tenersi informati, sapere quel che succede nel
mondo.
— Ma se c'hanno la tivù.
— Senti Mustafà, non lo so perché vogliono leggere i
giornali. L'importante è che lo facciano così noi possiamo
lavorare. E poi non sprecare energie a parlare che oggi è
una giornata di quelle giuste.
— Giuste?!
— Giuste, dure, lunghe, come preferisci. Dobbiamo andare a
Cles, farci tutta la Val di Non.
Mustafà mi osservò con lo sguardo interrogativo.
— Ma "Non" non vuol dire qualcosa come negazione, risposta
negativa.
— Pensavo lo conoscessi meglio di me l'italiano.
Mustafà mi fece un gestaccio e si accoccolò sul sedile
chiudendo gli occhi.
Guidare a quest'ora mi dà una sensazione di pace.
Attraversare paesi dormienti, essere svegli quando i più
mattinieri si sveglieranno tra un'ora. È come essere più
potenti, avere più vita da vivere; anche se ho letto su
"Focus" che dormire poco diminuisce le difese immunitarie.
La strada scivolava via ondulata nella fioca luce
dell'alba. Tagliavo le curve come si fa in bicicletta. Ogni
tanto, però, arrivavano in senso contrario grossi camion
carichi di mele che mi facevano tornare alla realtà oltre
che sulla corsia di destra. Comparivano all'improvviso
questi bestioni, grandi dieci volte il mio furgone che mi
facevano sentire piccolo piccolo: anche da questo punto di
vista soffrivo di un certo complesso d'inferiorità.
Cadeva un leggera pioggerella, anzi, più che cadere le
goccioline stavano sospese a mezz'aria e si spiaccicavano
sul parabrezza offuscandomi la visuale. Il tergicristallo
aveva il suo buon da fare per riportare la situazione alla
normalità, ma avevo la sensazione che quel braccetto
gommato peggiorava la situazione invece che risolverla. Le
spazzole consumate non aderivano più bene al vetro, con il
risultato che spalmavano le gocce anziché cacciarle via.
Aguzzai la vista per non perdere la strada. Misi a fuoco il
grigio dell'asfalto, la linea tratteggiata di mezzeria. E
poi più su, il solito camion che si preparava a ridurci in
poltiglia, me, Mustafà e gli stupidi giornali.
Diedi una sterzata da campione di rally. Il semiasse
anteriore invocò pietà con un rumore metallico. Per fortuna
i pneumatici erano praticamente nuovi. Tennero la strada.
Vidi sfilare alla mia sinistra il bestione; intravvidi pure
i gesti eloquenti del camionista. Con un'altra sterzata
evitai il muretto alla mia destra. Non evitai, però, a
Mustafà l'impatto contro il vetro. Una botta tremenda. Mi
preparai psicologicamente al dolore fisico che i pugni del
mio compagno di viaggio mi avrebbero procurato.
Attesi qualche secondo le botte, poi mi voltai. Sapevo che
Mustafà aveva la zucca dura, che era uno abituato al
dolore, ma di lì a immaginare che la botta contro il vetro
non l'avrebbe nemmeno svegliato… Lo spilungone continuava a
dormire quando arrivò il momento di iniziare le consegne.
— Oh, Mustafà! — gli diedi una pacca sulla spalla. Lui aprì
un occhio, lo richiuse, lo riaprì nuovamente, lo richiuse
ancora. Stavo per richiamarlo quando si abbandonò ad un
indecoroso stiracchiamento. E per stiracchiarsi uno alto
due metri ha bisogno come minimo di un campo da calcio.
Nella cabina di un Fiat Ducato è già un po' più difficile.
Due gambe magre e lunghe mi passarono davanti al naso
andando ad incocciare sullo sterzo.
— Che ore sono?
— L'ora di cominciare a lavorare. La vedi l'edicola?
— Va bene, va bene, ho capito.
Mustafà scese dal mezzo. Si diede un'altra piccola
ripassata muscolare e aprì la porta scorrevole. Tiro su il
pacco di quotidiani con il numero della rivendita
corrispondente. Richiuse il portellone e senza prendere la
mira effettuò il primo lancio della giornata che andò
discretamente bene considerato che il pacco sbattendo con
forza sulla saracinesca aveva evitato un piccola
pozzanghera.
— Te l'ho mai detto che hai uno stile olimpico?
— Me lo dicevano i miei che dovevo mettermi a correre.
— E da cosa dovevi scappare?
— Verso dove, vuoi dire, verso i soldi dovevo scappare,
altroché.
Qualcuno sollevò la saracinesca dall'interno. Ci voltammo
incuriositi. Comparve il padrone della rivendita in
pigiama. Da come teneva le sopracciglia doveva essere
arrabbiato.
— Fate una cosa, la prossima volta sfondatela direttamente
con il Transit.
— Non è un Transit — feci mettendo in moto.
— È un Ducato — disse Mustafà ruttando.
— Che fate, prendete pure per il culo?!
— No, è che abbiamo fretta. Oggi ci attende un lavoro
supplementare.
Paesi, paesotti e paesettini: e non c'è n'è uno che non
abbia l'edicola dei giornali. Certo nei centri più piccoli
ci si arrangia vendendoli nel bar o nella Cooperativa, ma
per noi non cambia nulla. Dobbiamo passarci in ogni caso;
che se non gli porti il quotidiano a 'sti qua gli prende
malissimo.
— Non avrete mica intenzione di andare a Cles?
Al benzinaio gli piaceva esplorare i casi altrui.
Nonostante avessimo optato per la formula fai da te.
— Già, andiamo proprio lì. Perché?
— No, niente…
— Adesso ci hai incuriositi e ce lo devi dire.
— Oggi è g…
Il benzinaio bisbigliò qualcosa a voce troppo bassa.
— Come? Alza la voce, no?!
— Oggi è giorno di fiera.
— E con questo? — Mustafà stava per ruttare, gli feci un
cenno con la mano per impedirglielo.
— Andate a vedere da soli. Io non vi ho detto niente. — e
si diresse verso un'altra auto; probabilmente a rifilare lo
stesso messaggio subliminale.
— Tipo misterioso, eh? — mi girai verso Mustafà che però
era già salito sul Ducato e smanettava sulla radio.
Ed in effetti qualche problema questa benedetta fiera era
destinata a causarcelo. Appena giunti in loco, infatti,
dovemmo abbandonare il Ducato lungo il ciglio della
provinciale. Una lunghissima teoria di bancarelle, tavoli,
banchi e banchetti di ogni tipo apparecchiava la strada.
C'era un inusitato numero di persone che si accalcava ora
qui ora lì, con sacchetti di nylon appesi alle mani, zaini
colmi di ogni sorta di beni: cibarie, fiori,
elettrodomestici, animali, concimi chimici, strumenti
musicali, bambini trascinati a viva forza lungo la via del
mercato. I venditori, dal canto loro, si esercitavano in
urla di richiamo.
A mano a mano che ci avvicinavamo al centro, la densità
umana si faceva sempre più alta. Si era costretti a
strusciarsi l'uno sull'altro per poter proseguire. Pure il
clamore della folla era sempre più assordante tato che per
comunicare con Mustafà dovevo urlare a squarciagola.
— Che si fa, fratello? Il posto è questo.
— Andiamo su e facciamo quello che dobbiamo fare.
— Hai presente quanto ci serve per tornare al Ducato?
— Cos'è ti vuoi tirare indietro, adesso?
Mustafà fece cenno di no scuotendo leggermente il capo a
destra e a sinistra. Pigiai sul citofono e attesi un
momento. Quando il momento fu abbastanza lungo, ricompii
l'operazione. Il portone si aprì.
Salimmo al primo piano. Non sapendo a quale piano fosse il
nostro uomo, fummo costretti a leggerci tutte le targhette
sulle porte d'ingresso. Perlomeno fino al terzo piano.
La porta era socchiusa. È incredibile quanto sappia essere
stupida la gente certe volte. L'uomo era di spalle,
affacciato alla finestra che dava sul corso principale, sul
casino che c'era di sotto.
— Signor … — chiamai dicendo lo stesso nome della
targhetta. Lui si voltò, calmo, quasi sapesse cosa lo
attendeva. Riconobbi quella faccia. Era un po' invecchiato
rispetto alla fotografia che avevo mandato a memoria.
Incrociai lo sguardo di Mustafà. Tirammo fuori le pistole e
gli scaricammo addosso i caricatori. Il vecchio non fece
una piega. Si accasciò sull'impiantito con grazia, come se
si stesse coricando. È strano, ma una volta che il cuore ha
cessato di battere, il cervello continua a funzionare per
un tot. Letto su "Focus", naturalmente.
Gettai lo sguardo in strada. Folla e bancarelle non
potevano aver sentito. Per quel giorno il lavoro era
terminato.
Il mattino dopo un nuovo pacco di giornali volò contro una
saracinesca abbassata. Mustafà stava, oramai, affinando la
tecnica e riusciva senza problemi a centrare la parte
centrale, la più rumorosa.
Il tizio in pigiama saltò fuori all'istante. Come se ci
stesse aspettando.
— Adesso mi avete proprio rotto. Più tardi chiamo il vostro
capo e gli racconto tutto; che vi divertite a svegliare la
gente alle quattro del mattino. Ma che modi. Ma che c'avete
in testa, l'acqua fresca al posto del cervello?!
Poi, il suo monologo si interruppe. Lo sguardo gli era
caduto sul pacco di giornali. La notizia principale lo
incuriosì. Un professore universitario in pensione con il
vizio del gioco era stato trovato morto ammazzato nel suo
appartamento di Cles. Con tutta probabilità una storia di
debiti e di usurai.
Misi in moto.
— E andatevene a quel paese con quel transit di merda!
— Ciao, buana.
— È un Ducato! — fece Mustafà ruttando.