Autogol
Sono bravino, non c'è che dire. Certo, se penso che c'è
gente che alla mia età gioca nella Juventus da dieci anni,
beh, potrei pure scoraggiarmi. Ma, tutto sommato, sono
sempre stato uno che sa accontentarsi di quello che ha.
Tanto a me piace — piaceva — giocare così, nelle categorie
infinitesimali, in province dove il calcio, tralaltro, non
se lo filano nemmeno più di tanto.
Fino a due anni fa giocavo in Veneto in squadrette di prima
e seconda categoria: roba da passarci il sabato in maniera
tranquilla. Ma l'anno scorso la cosa si fece più
impegnativa perché finii in Alto Adige, in Eccellenza, in
una delle due squadre del paese di
Talles-Talleschensteinerberg. Che poi è un fatto abbastanza
curioso, difficile da capire per chi non è mai stato da
queste parti. A Talles, dunque, ci sono due squadre: il
Talles di lingua italiana e il Talleschensteinerberg di
lingua tedesca. Il problema è che, interrompendo una
tradizione che durava da cinquant'anni, io venni acquistato
proprio dal Talleschensteinerberg che nella sua storia non
aveva mai fatto giocare un italiano.
La cosa, com'è abbastanza comprensibile, provocò una specie
di rivolta popolare. I tifosi tedeschi me la giurarono fin
dall'inizio. Mi arrivarono un fiume di lettere minatorie
che per fortuna erano scritte in tedesco così non mi fecero
nessuna impressione. Tutti contro, insomma. Ma la società
non ne volle sapere di cedermi e allora ecco il mio nome
stampato sulla maglia numero nove, il primo italiano in
cinquant'anni!
E visto che le minacce non mi facevano effetto, la
tifoseria teutonica demandò l'incarico di farmi fuori, in
tutti i sensi, all'allenatore, una vipera che rispondeva al
nome di Buchmeister.
Mi era stato antipatico sin dall'inizio. Basso, magro, con
due baffetti nervosi alla Buscaglione. Costui era
poliomielitico. Non è bello dirlo, ma soprattutto per
questo la gente del paese lo amava. Erano quasi quindici
anni che allenava la stessa squadra. I tifosi andavano
fieri di lui; più che altro ne provavano compassione.
Altrimenti non ci si aspetterebbe di trovarselo ancora in
panca dopo due retrocessioni.
Fin dalla prima partita non mi rivolse la parola. O meglio,
lo faceva, ma in tedesco, così io non capivo un'acca e lui
poteva accusarmi di non seguire le indicazioni della
panchina. Mi trattava come una pezza da piedi. Non mi
poteva togliere dalla rosa, né tantomeno mettere in
panchina perché ero bravo; troppo bravo. La società mi
aveva comperato apposta, pure se ero italiano. E lui si
incazzava perché non mi poteva fare niente, e sperava che
mi esasperassi al punto da menarlo così mi poteva
denunciare e togliere dalle palle.
Gli altri giocatori avevano adottato con me la tattica
dell'indifferenza; facevano conto di essere in dieci a
giocare le partite: io per loro non esistevo.
Certo, sono un tipo misurato, di solito non lascio
trasparire le emozioni. Ma se l'allenatore mi tirava fuori
a metà partita, io schiumavo di rabbia e mentre zompettavo
verso bordo campo avevo voglia di strozzarlo quel
maledetto. Ed invece, siccome si era al cospetto della
tribuna, facevo un sorriso fesso e gli davo la mano al
mister. Così tutti erano contenti. Solo mi permettevo di
domandargli: "Perché mi hai sostituito, mister? Ero in
forma…". Lui non si degnava nemmeno di rispondermi; oppure
mi biascicava: "Ho cambiato tattica". Cosa gli dici ad uno
così?
Una sostituzione ogni tanto potevo pure accettarla. Ma
quando mi resi conto che la cosa era sistematica cominciai
a non vederci più per la rabbia. Mal sopportai queste
partite fatte di quaranta-cinquanta minuti. Che poi, per
aumentare il mio odio, sapete cosa faceva quel mentecatto?
Mi faceva rientrare in campo nella ripresa, l'arbitro
fischiava il riavvio del gioco ed ecco che dalla panchina
"amica" si alzava il cartello con il mio numero sopra.
Una volta si è lamentato pure l'arbitro. "Lo faccia uscire
durante l'intervallo", ha detto a Buchmeister. Così almeno
mi sarei fatto la doccia. Invece no. Due o tre minuti della
ripresa e fuori. E in tribuna qualcuno rideva. Piano piano
stavo diventando lo zimbello del paese. Per non parlare dei
miei — si fa per dire — compagni di squadra.
Decisi di darci un taglio. Così non si poteva continuare.
L'occasione si presentò due domeniche dopo. C'era la
partita più importante dell'anno: Talles contro
Talleschensteinerberg, Italia contro Germania. In una
parola: il derby.
Come se prevedesse la catastrofe, Buchmeister aveva deciso
di tenermi fuori per far giocare quel brocco di Eismann,
che c'erano tutti i suoi parenti di Bronzolo a vederlo. E
io quasi mi ero rassegnato all'idea. "Macchì se ne frega,
che se la giochino loro 'sta guerra fratricida". Ma a pochi
minuti dall'inizio piombò negli spogliatoi Willeit, il
presidente.
– Metti dentro Piva! –, ordinò al Buchmeister che per la
rabbia diventò verde, ma con lo sguardo mi fece capire che
in ogni caso sarei uscito molto, ma molto presto. Tra
l'altro convinse il presidente a schierare Eismann al mio
fianco.
Entrammo in campo. Mi impressionò il numero degli
spettatori. Praticamente tutti gli abitanti erano lì,
escluso ultraottantenni e neonati. Quando l'altoparlante
annunciò il mio nome partì una salve di fischi che nemmeno
alla "Corrida". Io feci un inchino ironico. "Vedrete che
scherzetto vi combino...", dissi tra i denti.
Certe partite nascono già con il risultato. Voglio dire che
a volte basta leggere l'accoppiamento delle squadre ed il
risultato compare come per magia, settimane prima del
confronto. E questo Talles-Talleschensteinerberg – a parte
il fatto che leggi il nome delle squadre e sei già alla
fine del primo tempo – aveva un'aria da zero-a-zero che non
lo sblocchi nemmeno se fai le porte larghe venti metri. Ma
la mia voglia di vendetta sarebbe stata più forte del
destino.
La star dell'incontro era – manco a dirlo – l'Eismann.
Quando toccava palla la gente andava in visibilio, neanche
fosse Maradona 'sto baccano. E non mi passava la sfera
nemmeno per sbaglio. Ormai non ci sprecavo più nemmeno il
fiato ad invocare un passaggio. Ero boicottato, come
sempre, da tutta la squadra. La cosa era talmente evidente
che pure gli avversari mi guardavano con aria
compassionevole.
Ma.
Quando al ventesimo del primo tempo, grazie ad un rimpallo
fortunoso, finalmente conquistai il pallone… beh, capii che
quella sarebbe stata l'ultima azione della mia vita su un
campo da calcio.
Ero sulla trequarti del Talles. Compii una rotazione di
centottanta gradi. Poi… Partii.
Saltai lo stopper avversario (ma avevo solo avversari in
campo), mi fermai con il pallone sotto la scarpetta. Fu
quello un attimo lunghissimo. Li guardai in viso uno per
uno, i crucchi. Buchmeister fece una faccia preoccupata.
Il tempo parve essersi dilatato. Mi sembrò di essere lì da
settimane in quella posizione. Nessuno che si facesse
sotto, che tentasse di portarmi via quella sfera di cuoio.
E nemmeno il pubblico fischiava più. Il presagio di una
sciagura li aveva ammutoliti tutti. Solo il Maradona di
Bronzolo, ad un certo punto, qualche mese dopo, mi urlò in
lingua:
– Passala quella palla, porca puttana!
Io lo fissai nelle pupille. Avrei voluto staccargli le
orecchie a morsi. Ma il progetto era un altro. Inarcai la
bocca in un sorriso al veleno. Poi, spinto dagli dei della
vendetta, mi rimisi in moto e, partendo, diedi inizio alla
mia sontuosa ed irrevocabile "soluzione finale". Penso che
per chiunque sarebbe stato più facile bloccare un toro
inferocito.
Raggiunsi la linea di centrocampo senza incontrare
resistenze particolari. L'attaccante avversario mi si parò
davanti un po' titubante. Non sapeva se affrontarmi o meno
visto che stavo andando verso la porta della mia squadra.
All'altezza del limite dell'area si mobilitò tutta la
fanteria difensiva.
– Pivaaaaa! Pivaaaaa! Pivaaaaa! –, urlava Buchmeister da
un'altra dimensione spazio-temporale.
Ai trenta metri fu un gioco da ragazzi sbarazzarsi dei
terzini e del libero. La folla muggì. Ero all'altezza del
dischetto. Il portiere del Talleschensteinerberg implorava
pietà. Mulinava i braccioni come per dire: "No, ti prego,
non farlo…" Sembrava un condannato al plotone d'esecuzione
ed io ero il plotone pronto ad impallinarlo.
Feci convergere tutta la rabbia che avevo in corpo verso il
piede. Fu così che partì un collo pieno senza precedenti,
un tiraccio alla gigiriva che si insaccò senza pietà nella
porta della mia squadra. Autorete. Fischio dell'arbitro.
Uno a zero. Per il Talles. Palla al centro.
Ci fu un silenzio irreale. Nemmeno i sostenitori del Talles
se la sentirono di gioire. Buchmeister non aveva più voce.
Li avevo fregati tutti!
A capo chino, mentre l'arbitro ratificava perplesso il
cambiamento di punteggio, mi diressi verso gli spogliatoi.
Gli ex compagni di squadra mi dissero di tutto, tirarono
giù tutti i santi del paradiso, stavolta in italiano. Ma di
loro non mi fregava nulla. Era soprattutto lui, la vipera,
che avevo voluto colpire.
Mi ficcai sotto una doccia tiepida: niente male dopo
un'emozione del genere. All'indomani sarei stato su tutti i
giornali, perfino la Gazzetta mi avrebbe dedicato un taglio
basso. Magari riuscivo a fare qualche apparizione in tivù.
Comunque, qualsiasi decisione avesse preso la società, con
il calcio avevo chiuso. Era stato il mio originale modo per
chiudere in "bellezza" una carriera durata quindici anni.
Infilai il borsone in macchina. La partita doveva essere
ormai alle battute conclusive. Io pregavo che il mio
autogol rimanesse decisivo ai fini del risultato.
– Piva –, mi sentii chiamare alle spalle.
Mi voltai lentamente, come in un duello western.
– Sei un pezzo di merda, Piva –, disse Buchmeister.
Ed un'altra delle mille cose che mi dava fastidio di lui è
che ogni due o tre parole ci doveva inserire il nome
dell'interlocutore. "Piva, bla bla Piva. Piva, bla, Piva,
ecc."
– Come diavolo ti è saltato in mente, Piva?!
– Adesso parli italiano, eh?! Allora lo conosci l'italiano,
imbecille! – gli dissi.
– Certo. E so dire pure stronzo, vaffanculo... – e ne disse
una ventina della stessa marca.
Io non risposi. Pensai solo a come chiudere definitivamente
la faccenda.
Sapevo che Buchmeister non pesava più di cinquanta chili,
anche per via della gamba malata; sarà stato per via
dell'ira, ma quando sollevai il mio ex-allenatore a due
metri da terra mi parve più leggero di una piuma.
– Mettimi giù, Piva, Cristo! –, gridava.
– Adesso ti metto giù –, dissi io che stavo cercando una
superficie che nell'impatto lo ferisse soltanto o comunque
gli facesse molto male, ma non lo uccidesse.
– Guarda che ti denuncio, Piva!
– Ti ho detto che ti metto giù! E se l'ho detto lo faccio!
Intravidi la Duna Week-end, color caccola, del mister.
Alcuni tifosi si stavano precipitando a difendere il loro
idolo. Lasciai cadere Buchmeister sul cofano di 'sta specie
di macchina. Tramortito, il mentecatto scivolò a terra. Sul
cofano rimase un'ammaccatura, praticamente il suo esatto
calco. Sarebbe bastato colarci dentro del gesso liquido e
potevano fargli la statua a quella serpe velenosa.
– Assassino! Assassino! –, urlavano i difensori della
patria, mentre tentavano di acciuffarmi. Ma io, che avevo
già la chiave nel cruscotto, ero sereno e sicuro di me.
– Stai tranquillo, mister. Tanto abbiamo pareggiato… –,
sentii squittire da Eismann mentre schiacciavo a tavoletta
sul gas.
Talles uno, Talleschensteinerberg uno.
Devo confessarlo. La notizia mi rovinò il resto della
giornata.