Lettera
da quassù
(Salutame 'a Baudelaire!)
20 maggio 2001
Caro Antonio,
Te l'ho detto. Non riesco a darmi pace. Le parole che mi
dicesti alla stazione continuano a ronzarmi nella testa.
Eravamo tesi. Non dico di no. Era chiaro che quello era un
addio in piena regola.
Sì, d'accordo, ci sono il telefono, le lettere, Internet…
Eppure lo sa anche un bambino che quando si parte così
forte, indietro non si torna più. E pure noi lo sapevamo
quando il capostazione ha soffiato in quel fischietto
malvagio ed il treno si è mosso.
Siamo sempre stati duri. Abbiamo sempre avuto il vizio di
voler fare i duri, con i nostri libri, la nostra Arcadia. E
ci veniva da piangere alla stazione, ti ricordi? Ma le
abbiamo cacciate giù con furia le lacrime. Tu mi ha preso
le mani e mi hai fatto la tua citazione preferita, quella
degli "astratti furori" di Vittorini.
" Acchessì te la recuerd", mi hai detto ridendo, dopo
averla declamata per intero.
" E fattille tutt'i femmene dde Gorizie, me raccomande!",
ha urlato Filippo già mezzo ubriaco. E poi mi ha dato un
foglietto piegato in quattro. Dentro una sua poesia. Era
per me. Si intitolava "Via".
Che gli emigranti siano una brutta razza
non lo si dice solo per pigrizia.
Freddo, freddo, freddo in tutto
nei gesti, negli occhi soprattutto.
Tornarsene all'inferno sarebbe dura
quando la vita diventa più sicura.
Allora stiamo qui, il freddo è lo stesso
ma non ho più paura, adesso.
Te l'ho detto. La mia non è stata una fuga. Non avevo nulla
da cui dover scappare. Ho solo assecondato la mia
esistenza. Quelle, lo sai, hanno un proprio corso, una vita
silenziosa, parallela, che striscia accanto alle nostre
persone. Ho sempre pensato che noi non siamo la nostra
vita. Proviamo solo ad imitarne i gesti, le abitudini, il
tono della voce.
Quando quella sera, al matrimonio di Filippo, ti dissi che
partivo hai fatto finta di non sentire: in quel momento ti
sei sganciato dalla tua esistenza, hai voluto essere
Antonio e basta. Quel ragazzone dalle mani grosse che amava
i libri così come amava la sua terra, la sua vigna. E che
dire di quella biblioteca strana che avevi messo su in
cantina. Cultura e lavoro… Accanto alla zappa ci potevi
trovare Sciascia, Pirandello, Brancati; appoggiati sul
motocoltivatore i romanzi "politici" di Silone, i racconti
del "professor" Saponaro; nell'armadio, proprio attaccati
agli scarponi pieni di terra perfino i saggi di Croce e
Gentile, gli scritti di Macchia su Baudelaire, quelli che
non mi hai mai voluto prestare. Non sopportavi che i miei
gusti fossero tanto lontani dai tuoi. "Ccé cazze te ne
'mporte dde la Frange; Baudelaire non ere dde Barlette!"
Già. Per te nascere in un posto voleva dire raccogliere
un'eredità, portare avanti una stirpe, l'orgoglio di una
tradizione. Ricordi? Io ti ribattevo che Baudelaire si
pronunciava allo stesso identico modo in francese e in
barese. E nel salutarmi tu usavi sempre quell'espressione:
"Salutame 'a Baudelaire" che suonava come uno sfottò, però
mi piaceva.
Eravamo diversi, certo. Filippo, poi, con questa sua fissa
di fare il poeta completava l'elenco degli artisti. Più che
una compagnia di amici eravamo un circolo letterario.
Eppure eravamo semplici, genuini. Sapevamo anche combinare
pasticci, fare casino di notte, mettere incinte le
minorenni…
Lo so, sembra tutto così ovvio. Tutta questa mia storia
dell'emigrante che se ne va. Ma tu lo sai bene come stanno
le cose. Non avevo bisogno di cercarmi un lavoro. Ce
l'avevo già. Ero l'unico della compagnia ad avercelo. Un
posto ambito già in quegl'anni. Che emigrante strano che
sono stato. Mi hanno dato del matto quando ho rassegnato le
dimissioni. Sono stato il primo in quella ditta. "Uagliò,
ma tu ssì proprie matte", m'ha sussurrato nervosamente il
capoufficio appena l'ha saputo. Insomma, ho dovuto dare un
sacco di spiegazioni. E alla fine le ho date tutte, ma
proprio tutte: tranne quella vera.
Poi, il giorno dell'addio, vedo papà, quest'uomo
eternamente in canottiera che sta seduto mostrandomi le
spalle. La mia partenza, in quella casa, aveva da tempo
assunto una pericolosa e mesta aria di tradimento. Mi
sentivo in colpa. Ero una specie di ladro, un assassino
della peggior specie: quello che se ne va. Quando è
arrivata la mamma, non c'è più stata storia: ho dovuto
piangere anch'io. In quel circo del dolore non aveva più
senso tenere ancora i freni tirati.
E Maria, beh, lei… Le ho telefonato dicendole che dovevo
parlarle, ma mi ha messo giù il telefono. Che me ne andavo
lo avrebbe capito da sola, più tardi, dimenticati i ferri
ghiacciati della mammana.
Credimi, Antò, nonostante tutto, non ho mai avuto
ripensamenti, e tu lo sai. Sono sempre andato dritto per la
mia strada. Già, la mia strada... E chi lo sa qual è la mia
strada. Io lo volevo quel bambino, Maria no. Non ci pensava
nemmeno.
Stavo bene, giù, con te, Filippo e gli altri. Eppure me ne
sono dovuto andare. Lo sai meglio di me come sono fatto: a
scendere a compromessi ci faccio troppa fatica. E poi sono
lunatico, cambio spesso d'umore, mi piacciono le cose
strane: stare zitto, alzarmi presto al mattino. Sono sempre
stato così poco meridionale, talmente lontano dalle usanze,
dalle tradizioni. Tu, però, lo avevi capito che le mie
erano tutte scuse.
Te lo ricordi il giorno del giuramento? Avevamo bevuto
gnustre come delle spugne, quel vino assurdo di tuo nonno,
quel primitivo dal sapore acre, che chiamavamo inchiostro.
Mi sembra di sentirlo ancora il fresco di quella cantina
piena di botti e ragnatele.
" Lu prime cca se ne vé jeje nnu chine dde merde!"
Ci siamo presi per mano e abbiamo cominciato a girare
cantando "Che sarà", ma già all'attacco del primo
ritornello siamo stramazzati a terra, in mezzo alle botti.
Ci siamo guardati negli occhi, in silenzio, ansimando per
il girotondo. È stato quello il vero giuramento. Ma ci
sembrò inutile un simile patto tanto eravamo convinti che
non avremmo mai lasciato il paese. In fondo anch'io lo ero.
E ne sono sempre stato convinto. Fino a quando…
Fino a quando, quel sabato, sei venuto a casa, come al
solito, ma avevi una faccia che non t'avevo mai visto.
" Ccé tte succisse?!", ti ho chiesto con quell'allegria che
mi prendeva ogni volta che ti vedevo.
" Hanno ammazzato Falcone". L'hai detto in italiano. Tu che
l'italiano non lo usavi per principio. Forse m'ha
spaventato più questo che l'assassinio in sé.
Ho sentito il sorriso che mi si spegneva sulla faccia; ce
l'hai presente il fuoco nelle scampagnate, quando si decide
di andar via e allora non lo si attizza più, lo si lascia
morire lentamente. L'angoscia mi è venuta su, dallo
stomaco, è passata per il cuore e mi è arrivata alla testa.
Giovanni Falcone. Quante volte ne avevamo parlato. Per noi,
così lontani da una certa mentalità dominante, da un certo
pressapochismo, Falcone era diventato un paladino, un
simbolo, l'esempio da seguire. La personificazione di tutta
la cultura, il lavoro dei campi, la storia, i libri che
tenevi in cantina.
E quel giorno lo ammazzarono. E fu come se ammazzassero un
pochino pure noi. Ti ricordi? Filippo scrisse quella poesia
strana. Disse che era per Falcone, ma dentro non lo
nominava neppure. Si intitolava "Sud".
Lenzuola appese e marciapiedi
nel sole che arde e dardeggia
ti spezza la lingua
Nessun rumore, nessuno, nulla
solo caldo afoso e spaventoso
sicario del signor Pomeriggio.
Persiane chiuse, vestiti leggeri
il sudore per compagno di giochi
Forse è stato quello il primo colpo che il destino inferse
al nostro giuramento. Fosse la morte di Falcone rimasta un
episodio isolato più che indebolire le nostre idee le
avrebbe rafforzate, c'avrebbe definitivamente convinti a
metterci in sella e dare nome e cognome ai mulini a vento
che dicevamo di voler combattere.
Invece, due mesi dopo è toccato a Borsellino. Te lo
ricordi? Era domenica, siamo stati tutto il giorno a mare,
a ridere e scherzare, a farci gavettoni come cretini. Sulla
strada del ritorno ci siamo fermati a comprare il pesce per
fare la grigliata. Era successo da pochissimo, eppure già
la radio diceva i nomi di quelli della scorta.
Quella sera la passammo a staccare dai muri del paese i
manifesti che avevamo attaccato per Falcone, quelli con su
scritto: "Gli uomini passano, le idee restano". Perché lo
facemmo? Nessuno lo sa. Lo facemmo e basta. E poi non ne
parlammo più.
Ti ricordi, Antò, come ci stupì il fatto che lo struscio
della domenica sera si teneva regolarmente? Che la gente
continuasse a parlare di mare e di orecchiette col vestito
buono addosso. Capimmo che i diversi eravamo noi: diversi
dalla massa, dalla moltitudine sciolta nell'abitudine,
nell'assuefazione alla mafiosità. Sì, eravamo noi ad essere
diversi, strani, non gli altri, non quelli che vedendoci
staccare i manifesti ci urlavamo: "E mmò na'nge stonne
cchijù mure libere p'attacché i muerte".
Improvvisamente, la parola "mafia" invase l'Italia intera.
Non faceva più solamente parte del vocabolario indigeno.
Mentre in Tv, sui giornali, tutti si facevano belli con
questa parola sulle labbra, noi la cancellavamo, ne
scomponevamo le sillabe, rendendola priva di senso e
scappavamo nella tua cantina, a bere gnustre e a mangiare
libri.
Ma qualcosa si era rotto in noi tre, in quell'estate
maledetta. Le bombe avevano ucciso due giudici, ma pure la
nostra amicizia, minata alla base, ferita nella sua
sostanza.
Ci mettemo poco ad accorgerci che stare assieme non era più
la stessa cosa. Il divario tra me, Filippo e te si andava
allargando sempre più: io con la mia crescente
insofferenza, mi lamentavo di tutto: delle tasse evase,
della speculazione edilizia, del lavoro nero, perfino del
caldo. "È stupido il caldo", dicevo. "Sì, e 'u fridde jeje
intelligende!", ti incazzavi tu.
E quante discussioni – ricordi – quando, ormai in età da
lavoro, ci sbattevamo tra l'ipotesi di fare l'università e
quella di lavorare, a patto di trovare uno straccio di
lavoro che non ci ferisse troppo la dignità.
Negli ultimi mesi della mia permanenza al paese, le
divergenze nel nostro gruppo erano divenute insanabili. Tu
mi accusavi di continuo, mi davi del vigliacco e io non
capivo, stavo zitto, cercavo inutilmente di adattarmi al
disagio.
" A scappé simme brave tutt', ci 'nge vué bbuene a stà
terre jeje ddò ca ta da ddé da ffé, none 'o nord".
Caro, Antonio. Devo confessarti che appena partito ero
convinto di aver fatto la cosa giusta, ero orgoglioso di
quella scelta, del coraggio di cui ero stato capace di
armarmi. E non mi riusciva di considerarla una fuga, la
mia. Era una scelta. Il semplice esercizio del libero
arbitrio. Dopo, a mente fredda, ripensandoci un poco, mi
sono reso conto di quanto abbiano pesato su di me elementi
di cui fino ad allora ignoravo l'esistenza: la paura,
l'insoddisfazione, il male di vivere.
E da lì, c'è voluto poco per arrivare a capire che quello
che odiavo non era il sud, il mio paese, ma la vita stessa,
un'esistenza infelice fiorita come a caso in quell'angolo
di mondo.
E vi vedo chiaramente, ancora adesso, tu, Filippo, papà,
mamma, gli altri parenti che seguite il carro funebre e non
riuscite a darvi pace: per forza, quella me l'ero già presa
tutta per me. Mi è dispiaciuto che Maria non si sia fatta
vedere. È stata di parola. Dopo l'aborto me l'aveva
giurato: "Con te? Ma nemmeno morto".
Sai, Antò, mi ha un po' seccato che abbiate nascosto la
storia del suicidio. In fondo io ci tenevo che si sapesse.
Se qualcuno fa fatica a vivere e proprio non ce la fa a
continuare mi sembra sacrosanto che voglia farlo sapere a
tutti. Sì, lo so, è stata la mamma; ha insistito con la
storia della "lunga e dolorosa malattia". L'ha fatto
stampare pure sui manifesti. Ma se ero sano come un pesce!
E al funerale tutti a dire: "Madonne, pareve ccà stesse
acchessij bbuene!" Buffo, no?!
Ho saputo che hai messo una mia fotografia accanto a quella
di Vittorini che c'hai in salotto: già, pure lui non è che
sia rimasto poi tanto laggiù. Cosa vuoi fare l'angolo dei
transfughi? Non ti è bastato leggermi gli "astratti furori"
dal pulpito?
A proposito, grazie per i saggi di Baudelaire, ma
mettermeli sulla bara è stata una cretinata bell'e buona.
Adesso i vermi si faranno una cultura. Ringrazia invece
Filippo per la poesia, quella che avete fatto incidere
sulla lapide. Sai, leggendola mi è venuto il dubbio che
l'avesse scritta più per se stesso che per me. Se non
ricordo male si intitola "Quello che rimane".
Amico mio,
per fortuna, rimaniamo noi a noi stessi.
Se due braccia forti
ci prendono
e non lo senti il calore,
solo freddo, addosso.
Se quattro amici, o cinque
ti chiamano
e non hai voglia di loro
e non vorresti che loro
Se la tua generazione
fa proclami
e non lo vuoi quel chiasso,
ti copri le orecchie
E se, infine, il tuo amore
ti cerca, alla sera,
e sai di poterne fare a meno
e ne moriresti senza
Amico mio,
per fortuna, rimaniamo noi a noi stessi.
Nelle fiamme di un incontro
e nel ghiaccio di un addio,
credimi,
amico mio.
Lo so. Bruci dalla curiosità. Come se non ti conoscessi,
Antò… Ma qui sono stati molto chiari fin dall'inizio: non
una parola sul posto dove mi trovo e come ci sono arrivato.
L'unica cosa che posso dirti è che qui è tutto talmente
diverso… Non come me lo aspettavo, certo. Ma l'angoscia, la
maledetta insoddisfazione… quelle non ci sono più.
Dici che sono stato egoista ad andarmene, a lasciarvi soli
con tutti quei mulini a vento. Lo sai meglio di me, la vite
viene potata perché cresca ancora più rigogliosa e produca
un'uva bianca dai chicchi sempre più grossi e succosi e
un'uva nera da cui tirarci fuori un vino forte, rude,
vicino al concetto di liquore, buono come u gnustre di tuo
nonno.
Sono sicuro che senza di me, senza il mio pessimismo
sconclusionato possiate combattere meglio, attaccare la
faccia di Falcone sui muri di quel paese addormentato senza
doverne provare vergogna o avere paura.
Adesso, però, devo proprio andare, hanno già fatto uno
strappo alla regola a lasciarmi parlare così con te, come
due buoni amici. Mi stanno facendo segno di chiudere. Non
so se potrò rifarlo, poter riparlare con te. Ciao, Antò,
non mi dimenticate e, soprattutto, continuate ad amare
quello che amate perché, sappiatelo, siete sulla buona
strada. Ciao uagliò, e saluteme 'a Baudelaire.
tuo,