Il gioco del Cermis
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Cermis
Di tutte le storie che si potrebbero raccontare questa è la più incredibile, la più assurda, la più terribile. Quattro ragazzotti che giocano con un aereo militare, con meno serietà di quanta ne possa avere un bambino alle prese con un lego. Ebbene, la storia comincia così, con un gioco spaventoso: vince chi porta quel gioiello tecnologico sotto i cavi di una funivia. Più che un gioco è una sfida, un rito di iniziazione. "Come, tu non l'hai mai fatto?" "Caspita, Ricky, io sono solo un sergente..." "No, tu non sei un sergente, sei un senza palle."
E invece, chi conduce il gioco, di palle ne ha così tante che ad un certo punto, forse a causa del peso, l'aereo si abbassa fino a lambire la valle, a sfiorare i campanili, le chiese dove i parroci stanno confessando le beghine, i bar con quei tavoli pieni di carte, bianchetti e sigarette, le piste da sci rigate dai turisti e l'aria che sa già di carnevale.
Ma il gioco prosegue e nella fusoliera non si sente nulla, solo i rigurgiti della radio e qualche bip. L'aereo si muove ad una velocità folle. Se sei giù, nella valle, riesci a sentirne solo il rumore. Per vederlo devi proprio trovarti lì, con lo sguardo appiccicato alla rotta, quando quello passa. Forse fai appena in tempo a scorgere quella strana antenna sul muso. E' un aereo da guerra, ma fa un po' ridere, non ha la linea e l'aggressività di un F-16, la classe di un Tornado; è il fratello scemo di un aereo da guerra. Però va da dio, veloce come una scheggia.
" Here, we are..." "Caspita, Ricky non vorrai mica... non starai mica pensando di farlo veramente?" "Shit! God damn' it!" "Tiralo su, Cristo, tiralo su!"
Talvolta un gioco può chiudersi in questo modo, senza vincitori. Tutti sconfitti. Capita che un gioco possa andare – come si dice – a puttane. Una volta, al bar del paese, il Bepi ha fatto uno starnuto sul tavolo del tressette. Ma non uno starnuto normale, voglio dire, una specie di uragano in miniatura che si è portato via perfino il bianchetto. "Ma dai, Bepi! Che schifo!"
Già, che schifo. Sono passati sei anni da quel gioco e sembrano duecento. Come quando inizi una giornata svegliandoti molto presto e alla sera i giorni trascorsi invece di uno ti sembrano due. Ma il tempo non esiste. E' la stanchezza. E' la voglia di riposo e silenzio che talvolta dà una forma ed un nome al tempo, a questa grandiosa convenzione fatta di orologi, vacanze e foglie ingiallite che vengono giù.
Che schifo. Quel gioco, duecento anni fa. E poi tutto il resto. Il dolore. Il silenzio. Le promesse. I sotterfugi. Il veleno. E poi la cosa più schifosa di tutto: i risarcimenti, quel provare a dare un valore ad una vita umana. Tremiliardieottocentomilioni: perché, chi l'ha detto? In base a cosa? La vita, Ricky, stiamo parlando della vita, di quella cosa grande, immensa, smisurata per le nostre piccole menti. La vita, il miracolo di respiri che si inseguono, di un battito che va avanti incessantemente, di un cervello che non sapremo mai usare abbastanza.
Che schifo. La ricerca di un colpevole che non c'era, non poteva esserci. In fondo era un gioco. Solo uno stupido gioco. Lo stesso che quell'11 settembre ci ha portati quasi al collasso. Altri piloti impazziti. E altre lacrime, dolore, silenzio, e colpevoli, questa volta. Tanti colpevoli. Un'infinità di colpevoli. E adesso – solo adesso, però – una parola ripetuta un miliardo di volte, scandita sillaba per sillaba, analizzata, sviscerata, scomposta e rimessa assieme, pronunciata come un sacro mantra fino a farle perdere un senso, a renderla semplice suono: "giustizia".
Il tempo cancella tutto.
Che schifo, Ricky.
***
Ora attorno a Cavalese esiste un'area di trenta miglia in cui è vietato qualsiasi tipo di volo. Fosse pure il padreterno che ha deciso di scendere di sotto un momento. Basta voli radenti. Certo, lo so che la funivia adesso è attaccata al suolo, dieci metri appena. Ma non si sa mai. Meglio non mettere un limite alla follia umana. E alla sfiga.
Pare che adesso le esercitazioni vengano fatte altrove. L'Italia e quattro altri paesi europei avrebbero iniziato nel 1999 un periodo d'addestramento della durata di dieci anni. A farne le spese, il misconosciuto popolo degli Innu, abitanti autoctoni del Labrador, che il governo canadese ha ridotto in riserve. Dal 1999, alla battaglia per conservare una propria identità gli Innu hanno affiancato la protesta contro le basi militari. Hanno denunciato più volte voli radenti, anche con una petizione al governo italiano (rimasta peraltro inascoltata). Già, voli radenti, altri giochi di morte. Pare incredibile, ma gli Innu arrivano ad augurarsi un nuovo "Cermis" in terra canadese, sono disposti a pagare un tributo di vite umane purché quell'Inferno abbia una fine.
Cavalese, invece, ora è a posto. Trenta miglia di silenzio. Trenta miglia di sotto-vuoto-spinto che tanto assomiglia, però, al vuoto dell'indifferenza. D'altra parte i suoni non si propagano nel vuoto. E' vero. Lo sanno anche i bambini. Per viaggiare il rumore ha bisogno dell'aria, della materia. Deve essere per questo che nessuno sente più il rombo di quell'aereo, il sinistro rumore metallico del gioco di Ricky.
***
Il vuoto non è causato solo dall'assenza di ossigeno, idrogeno e quant'altro. Il vuoto è un morbo invisibile, una peste nascosta, una maledizione. Si può nascondere nei gesti e nei discorsi che in questi sei anni hanno trasformato quella tragedia immane in fisiologico incidente, quel lutto internazionale in lutto esclusivamente privato.
Il calendario del vuoto in cui siamo immersi potrebbe iniziare nel febbraio del 2002 quando il capitano William Raney, uno dei quattro a bordo del Prowler, viene decorato dall´esercito americano per la sua partecipazione ad azioni in Iraq come responsabile della sicurezza (proprio così!) in volo.
Nel novembre successivo (ma la notizia trapela qualche mese dopo) è la volta del capitano Chandler Seagraves che viene promosso addirittura maggiore. Il Governatore del Trentino, Lorenzo Dellai, commenta così il fatto "...suona come offesa e reca nuovo dolore anche ai trentini, oltre che ai familiari delle vittime. E di quest’offesa e di questo dolore sento di dovermi fare oggi interprete e testimone."
Luglio 2003. A San Martino di Castrozza, applausi, bandiere e cotillons per la visita dell'ambasciatore americano. Un'accoglienza esagerata, da star del cinema, praticamente un'americanata. Sindaci, presidenti vari, tutti a prostrarsi e a gioire e a portare doni per il diplomatico e per la sua signora. Una scena vagamente felliniana, a pensarci bene. Ma forse Fellini sarebbe stato più sobrio. A proposito, il presidente Dellai incontra l'ambasciatore, non sappiamo quanto riesca a farsi interprete e testimone dell'offesa di cui sopra.
(Il vuoto dilaga)
Settembre successivo. Silvio Berlusconi tiene un comizio a Wall Street. Parla di economia, naturalmente, di investimenti, di soldi, insomma. Poi va da Bush. Avrebbe la possibilità di ricordare al texano la tragedia dimenticata, l'assoluzione dell'equipaggio, l'insulto delle decorazioni, potrebbe dirla quella parola che pure troviamo molto spesso sulle sue labbra sorridenti: "giustizia". Niente. Come se nulla fosse accaduto. Come se la vedova Moro andasse in carcere a parlare con i brigatisti. E parlasse di sport.
(Il vuoto impera)
Due mesi dopo. Massimo D'Alema, che nel 1998 era il presidente del Consiglio, appare in tv, da Fabio Fazio. E' inquadrato nel suo studio e, al solito, dice peste e corna di Berlusconi, Bush, ecc. Ad un certo punto, Fazio nota qualcosa sul mobile alle sue spalle. "Cosa ci fa l'aquila della Lazio alle spalle di un romanista?", gli domanda insidioso. D'Alema, con evidente orgoglio, per niente imbarazzato, risponde che quella è l'aquila dell'aviazione americana ed è un oggetto a cui tiene molto perché gliel'ha regalato il generale Wensley Clark. Cavolo, che fortunato!
Alla facciaccia di quei venti sfigati.
Come se Jacqueline Kennedy si fosse tenuta in casa un ritratto di Lee Oswald.
Insomma. Vuoto, vuoto e ancora vuoto.
Trenta miglia di silenzio. Trenta milioni di miglia di indifferenza.
Di tutte le storie che si potrebbero raccontare questa è la più incredibile, la più assurda, la più terribile. Fai conto che becchiamo un ladro nella cucina di casa nostra e invece di mandarlo fuori a pedate lo invitiamo ad accomodarsi in salotto e gli chiediamo se ha voglia di un caffé.
("Trentino", Domenica 1 febbraio 2004)