Henrietta, tra le mele dopo dodici ore in Skoda
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Con tutte quelle palline gialle, i pomari paiono una serie di alberi di Natale quando devi disaddobbarli e metterli via perché le feste sono ormai passate. A togliere le luminarie ci pensano loro: i raccoglitori di mele. Sono in tanti, eppure quando arrivi al pomaro, quasi non li vedi. L’abitudine a quel lavoro li ha come mimetizzati, resi un tutt’uno con le tozze piante di melo. È per questo che, non fosse per le targhe delle Skoda parcheggiate poco più in là, nemmeno lo sospetteresti che quegli operai silenziosi vengono nientemeno che dalla Slovacchia.
Henrietta ha venticinque anni e in Slovacchia fa la cameriera. È una ragazza simpatica e minuta. Fai fatica ad immaginartela con decine di chili di mele a tracolla, eppure per lei si tratta già del quinto anno da raccoglitrice, qui in Valsugana. Ammette di essere stata fortunata anche questa volta. Non è sempre scontato che il datore di lavoro di laggiù conceda le tre settimane di ferie. Suo fratello, ad esempio stavolta non ce l’ha fatta ed è rimasto in Slovacchia a faticare.
Il gruppo di Henrietta è composto di nove unità. Assieme a Jozef, suo marito, uno dei veterani della raccolta che in madrepatria fa il cuoco, ci sono sua sorella Emilia, studentessa, e altri sei omoni grandi e grossi i cui nomi paiono usciti da una commedia di Vaclav Havel: Peter, Ivan, Jaroslaw, Tomas, Jan e Radoslaw.
“In Slovacchia,” precisa Henrietta “loro lavorano tutti per lo Stato. Tomas, ad esempio, fa il maestro elementare, gli altri sono ex-doganieri”. Le chiedo quanto guadagnano. La ragazza sorride e gira subito la domanda ai suoi compagni d’avventura, gracchiandola in quella loro incredibile lingua che pare uno scioglilingua. Gli altri, seminascosti tra i rami, rispondono continuando la raccolta. “Dai trecento ai quattrocento euro al mese”, vuol dire il terribile scioglilingua di risposta.
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In Valsugana ci sono arrivati dopo un lungo viaggio in auto, una Skoda naturalmente: dodici ore filate per coprire i mille e passa chilometri che separano i loro paesi (Bardejov, Giraltovce, Svidnik) dall’Italia. Il borgo natìo di Henrietta si chiama Kosice ed è vicino ai confini con Ungheria e Ucraina. “Anche da noi ci sono le montagne, sai?” mi dice la ragazza additando il pizzo di Levico. “Anche più alte di queste. Il Vysoke-Tatry raggiunge quasi i tremila metri” dice con un pizzico di orgoglio.
Le domandiamo se a lei ed ai suoi amici piace il Trentino, lei fa subito segno di sì con la testa. I boschi sono più o meno gli stessi di casa sua. E poi in questi anni sono riusciti perfino a intrecciare delle amicizie, con gente di Pergine ad esempio, tant’è che adesso si incontrano con regolarità, una volta in Italia ed una in Slovacchia. C’è solo un aspetto della nostra provincia che non sopportano: i prezzi fuori di testa di Eurolandia (ma quelli non li sopportiamo nemmeno noi). Certo, pagare un chilo di pane quattro volte di più deve essere dura per Henrietta. Già, perché se è il proprietario dei pomari a procurare l’alloggio ai suoi operai, questi ultimi devono arrangiarsi col vitto. Anche a causa dei nostri prezzi, sono parecchie le masserizie che Jaroslaw-e-company si portano dietro dalla Slovacchia. L’Euro fa paura pure oltre l’ex-Cortina.
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La giornata tipo del raccoglitore di mele parte alle sette del mattino. Ammesso che non piova, naturalmente. “La pioggia è la nostra bestia nera. Ci costringe a star lontani da casa più a lungo, senza nemmeno essere pagati”, dice Henrietta.
Qualche minuto per la colazione e poi via in mezzo ai pomari, a “binar-su”. Otto ore al giorno (“Quasi sempre ne facciamo nove, ma tu scrivi otto!”) a sei euro all’ora. Una cifra più che dignitosa per chi di euro in Patria ne guadagna soltanto trecento al mese.
Henrietta è divertita da ‘sta storia dell’intervista, forse non si spiega tutto quest’interesse per il loro lavoro. Intanto, Tomas, Peter e gli altri cessano di essere solo delle voci incomprensibili e si materializzano, saltando fuori come serpentelli dall’ordito dei rami. È l’ora della pausa, alcuni brevi istanti tanto per riprendere fiato. Un bicchiere di cedrata, una brioche, un panino e magari – perché no – una gialla mela, ancora un poco acerba, ma già dolce come il riposo che verrà.
Un esercito di raccoglitori
Trentino fa rima con “vino”, d’accordo. Ma fa pure rima con “mela” se ogni anno sono ben novemila (9.460 nel 2004) gli operai polacchi, rumeni e slovacchi che varcano il confine per lavorare nei pomari trentini. Fa un certo effetto scriverlo, ma la raccolta delle mele è uno di quei lavori che i trentini non vogliono più fare. “Fino all’inizio degli anni Novanta” ci dice Mauro Fiammozzi della Coldiretti “erano molti i trentini impegnati nella raccolta, soprattutto studenti. Poi pian piano la situazione è mutata e sono arrivati i nordafricani”. Marocchini, senegalesi, spesso entrati clandestinamente in Italia, contribuivano in quegli anni ad intricare sempre di più una situazione lavorativa che mostrava la corda e necessitava di una regolamentazione. A risolvere il problema si può dire che ci pensò la caduta del Muro di Berlino. Anche se per molti cittadini dell’est Europa era ancora molto difficile ottenere il permesso di soggiorno, furono in tanti tra il 1992 e il 1993 a muoversi per soddisfare le richieste dei contadini trentini che, pare incredibile, ma avevano grosse difficoltà a reperire gli operai per l’annuale raccolta. “La Legge Amato del 1991, infatti,” continua Fiammozzi “aveva precluso ai pensionati l’attività lavorativa, in quanto doveva essere decurtata dalla pensione”.
Così ci hanno pensato loro, l’esercito dei novemila a risolvere l’impasse in cui l’agricoltura trentina era venuta a trovarsi in quel periodo. Il tutto è oggi agevolato dal fatto che molti di quei paesi, ormai, aderiscono alla Comunità Europea, così tante procedure sono semplificate. Per il datore di lavoro il procacciamento comincia già a dicembre dell’anno precedente la raccolta, con il giro di telefonate agli operai. A febbraio-marzo vengono depositate le domande presso il Servizio Lavoro della Provincia Autonoma di Trento, la quale provvede ad inoltrare il tutto al Ministero del Lavoro.
Una peculiarità, quella dei lavoratori dell’Est che raccolgono mele, che caratterizza ancora di più la nostra provincia e la rende un po’ più moderna ed “europea” delle altre regioni italiane. Merito soprattutto di una antica cultura dell’accoglienza. È per questo che anche i trentini meno aperti alle novità oggi quasi non fanno più caso, passeggiando tra i pomari d’inizio autunno, a tutte quelle strane automobili dalle sigle incomprensibili parcheggiate tra gli alberi.
("Trentino", martedì 11 ottobre 2005)