Ciucioi: il sogno romantico di Lavis



Lavis, novembre 1796. Da due mesi, ormai, francesi e austriaci se le stanno dando di santa ragione. L'oggetto del contendere è quel ponte sull'Avisio: un confine, più che un ponte. Molte case vengono incendiate e saccheggiate. Insomma, soldati di qua e soldati di là. Ma il resto del paese è una specie di deserto. Quasi tutti i lavisani sono fuggiti su, in collina, al riparo dal fuoco e dai moschetti.
Alla fine, le truppe austriache hanno la meglio e i francesi si ritirano.
Secondo i registri parrocchiali, Tomaso Bortolotti, figlio di Tomaso senior e di Caterina Brugnara, nasce a due centimetri da quel ponte, proprio la notte in cui i francesi abbandonano il paese e i lavisani, rincuorati, riprendono possesso delle proprie case.

***

Lavis, 1855 circa. Sulle ripide pendici del doss Paion c'è uno strano fermento. Due, tre persone armate di badili, corde e piccozze si arrampicano su, sollevano sassi, tagliano cespugli. E accanto a loro, quel tizio corpulento, vestito come sempre di nero... quello è sicuramente il Bortolotti, dai, l'ex sindaco. Sì, il proprietario di quella grande casa verde, quella incastrata proprio sotto al Paion, a due centimetri dall'Avisio.
Certo, che è ben strana questa cosa... La gente passa di lì sotto e si ferma incuriosita. I carri dei forestieri attraversano il ponte molto più lentamente del solito: "Was ist das?" Dazieri, lavandaie, mugnai, lasciano per un attimo il proprio lavoro per dare un'occhiata lassù, a quei pazzi che stanno... A proposito, ma cosa diavolo stanno facendo? Guarda come scavano! Non vorranno mica costruirci una casa lassù...
No. Tomaso Bortolotti non vuole farci una casa. Quella ce l'ha già. Ha in mente qualcosa di più complesso, meno facile da spiegare. Tomaso vuole fare un monumento, già, un monumento alla fantasia. O alla storia. O a tutti due.
Perché è già capitato che la fantasia si sostituisca alla storia, o meglio, all'assenza di storia. Esempio: la tomba di Giulietta a Verona, il balcone, bla bla... Tutte queste balle tirate fuori per attirare turisti. Un po' quello che si fa oggi tutelando tradizioni, usanze e lingue a cui nessuno frega più.
Ma torniamo al 1855 circa.
In paese non si parla d'altro. Tomaso Bortolotti sta spendendo una fortuna per costruire... quella cosa. In pochi mesi sul doss Paion compaiono dei terrazzamenti che lo rendono simile ad uno Ziggurat o... forse soltanto ad una torta nuziale un po' pacchiana. Lui, Tomaso, non fornisce spiegazioni, non ne parla a nessuno, schivo come un eremita.
E il suo intento appare sempre meno chiaro quando sulla torta nuziale si comincia a lavorare di punta e mazot, calce e mattoni e pietre prese direttamente dal greto dell'Avisio.
Gli anni passano. Ma Tomaso è sempre lì, da solo, con qualche operaio per i lavori più pesanti. Sta cambiando la faccia a quella collinetta, sta inventando una storia come solo uno scrittore saprebbe fare, solo che questa "storia" è scritta in una lingua sconosciuta: pinnacoli, frontoni, porte e finestre di varie fogge, un balcone sorretto da colonne, un loggiato con gli archi, torri merlate, e – udite, udite – una cattedrale con tanto di rosone. Tutto rigorosamente a due dimensioni, nel senso che dietro alle porte e alle finestre c'è solo la terra rossa del Paion.
Una stranezza, d'accordo. E... sì, fa quasi impressione. Sembra di ritrovarsi davanti alle vestigia di non si sa quale antica città, i resti di un popolo oramai annientato dal tempo. Ruderi e templi laddove proprio non te li aspetteresti, nel bel mezzo di una tranquilla cittadina a nord di Trento, dirimpetto alle ripide salite dei Pristoi.
E nonostante le apparenze dev'esserci una logica, un ordine, un cammino da seguire. Un po' quello che in certi brutti quarti d'ora ci ritroviamo a pensare della vita. Già, forse è proprio questo il punto. Questo si chiama giardino, ma assomiglia tanto ad un cammino di espiazione, ad una penitenza, ad un videogioco salvifico fatto di più livelli, ostacoli ed un premio finale: la porta del santuario. Che sia una metafora della vita? Sono tanti gli elementi che portano ad interpretare il giardino in tal senso. Le terrazze che si vedono solo dall'alto verso il basso e non viceversa, ad esempio, non potrebbero simboleggiare il passato e l'inconoscibile futuro? O il fatto che le scale laterali portano ad un piano superiore immergendosi nel buio della montagna ci ricorda, o no, che il cammino della vita presenta delle sorprese ed è buio oltre che in salita? E poi il simbolo più angosciante, quel santuario che, raggiunto dopo innumerevoli prove, si rivela un bluff, un freddo muro, cos'è, se non la speranza delusa, l'attesa che si rivela inutile? Controlliamo un'altra volta. No. La porta del santuario non dà su nulla. E' proprio murata. Non ci piove. Segno che non c'è spazio per la speranza.
O forse che non c'è stato il tempo per scavare le navate.
Game over, mister Bortolotti.
Ci permetta di chiederle un piacere. La prossima volta, al videogame accluda le istruzioni.

***

Non ci sono i telefoni, d'accordo, ma la voce si sparge in fretta lo stesso. Si capisce, con tutta la gente che passa da lì sotto. Il passaparola, questa radio senza fili, assegna così un nome alla torta nuziale: Giardino dei ciucioi. Chiaro, no? Come, "cosa vuole dire"? Macché cinciallegra, ti sembra un posto da cinciallegre, questo? Ciucioi viene da "zu zoll" che in tedesco significa "al dazio"; già, proprio quello che si paga proprio a due centimetri dall'Avisio.
Eccoli i visitatori, gli antesignani dei turisti che vengono a vedere questo Giardino di cui si parla tanto anche a Verona.
Bortolotti, architetto honoris causa, a dire il vero ha scopiazzato un po' dai manuali d'architettura e dai giardini di lago, ma questo i turisti non lo sanno. Tutti a bocca aperta non appena passato il ponte, col naso per aria, in silenzio, col tramestio dell'Avisio a fare da colonna sonora.
Ma Tomaso non è ancora soddisfatto. Decide che è il momento di sistemare gli "arredi" della sua creatura, di quell'intarsio tra le rupi. Ci sono i cipressi, gli abeti, i pini che fanno da contorno, creano come una sorta di quinta teatrale. Ma questo non basta ancora. Il gentiluomo da fondo alla borsetta e fa la spesa al mercato della pianta esotica.
Le donne chine sui panni si spaccano la schiena sotto al ponte e scuotono il capo quando vedono entrare in paese i carri con quelle piante sconosciute destinate ai Ciucioi, da sistemare in artistiche serre ricavate sui piani: palme, aranci, magnolie, datteri e nespoli giapponesi. A quel tempo, in Trentino, nemmeno lo sapevano cos'è il Giappone. Figuriamoci.
Ora l'opera è completa. C'è pure un castello, là, sulla sinistra. Una specie di castello, appena nato e già in rovina, veramente falso, come ogni manufatto del giardino.
Non è una finzione, invece, il sistema usato per scaldare i terreni: una serie di grotte e anfratti per trasportare fumo e calore fino alle radici delle piante. Sistema brevettato dai romani. Nientemeno.
Ma il destino attende al varco Tomaso Bortolotti, proprio nel ventre della sua creatura. Siamo nella primavera del 1872. Un temporale improvviso si abbatte sul doss Paion. Fulmini, vento e rumore di finestre che sbattono attirano l'attenzione di Tomaso. Uno sguardo alla sua creatura.
" Quel cane di un giardiniere", deve aver ringhiato "ha lasciato i vetri delle serre spalancati".
Tomaso è ormai un vecchio, stanco, affaticato, forse malato. La prudenza consiglierebbe di lasciar perdere. A 76 anni non è il caso di fare i ragazzini. Ma quelle finestre che sbattono non possono lasciarlo indifferente. Sono il canto delle sirene. La voce dei Ciucioi che lo chiama.
Sono passati quasi vent'anni da quando Tomaso è entrato al catasto austro-ungarico con il suo progetto in mano. Vent'anni di lavori, di progressivi aggiustamenti, aggiunte, sistemazioni, come per un museo. O per un videogame. Un giardino romantico per il quale l'ex sindaco di Lavis dilapiderà tutto il suo patrimonio, sessantamila fiorini, fai conto due milioni e mezzo di euro.
Sfidando il temporale, il vecchio vestito di nero arriva alla serra, prende la scala e si arrampica. Ecco, maledette finestre, chiuse, voilà.
Poi Tomaso perde l'equilibrio e cade. Ma è una caduta che dura, che gli dà il tempo di osservare, di rimirare ancora una volta, l'ultima, il suo inutile e magnifico capolavoro, prima di rompersi l'osso del collo su quei ruderi di niente. Giusto a due centimetri dall'Avisio.


IL RESTAURO DEL COMUNE

Il Giardino Bortolotti di Lavis, detto "dei Ciucioi", sorge nei pressi del ponte sull'Avisio. E' un esempio di architettura di tipo romantico tramite la quale si è cercato di far rivivere un paesaggio fantastico e pittoresco. Con la sua particolare architettura richiama le vestigia dell'antico Castelliere preistorico e del villaggio retico di cui sono state da poco scoperte le tracce.
L'intervento dei proprietari che si sono susseguiti nel corso degli anni non è riuscito ad impedire una certa decadenza del giardino, accelerata anche dall'attraversamento di due guerre, fino a che dell'antico splendore dei Ciucioi non è rimasto che un semplice ricordo.
Attualmente di proprietà del Comune, il giardino è prossimo ad un intervento di ripristino ambientale. L'idea di un recupero del sito è stata principalmente di Elisabetta Vindimian, assessore lavisano scomparso di recente, alla cui memoria l'articolo si intende dedicato.


("Trentino", Domenica 29 febbraio 2004)