I ragazzi di Via Rasella



Santuario di Pietralba. Siamo quasi sul confine tra Alto Adige e Trentino. La stanza degli ex voto ha le pareti tappezzate di quadri e quadretti: santi, madonne, ma anche scene di incidenti, cadute, immagini di ammalati con le braccia fasciate o infilati in un letto. E poi stampelle, occhiali, caschi da motociclista. Un quadretto circondato di nero riporta un lungo elenco di nomi e date di nascita. Sembra sottrarsi in qualche maniera alla logica degli altri ex voto. Voglio dire, solitamente si ringrazia il Cielo per una grazia ricevuta. Quel quadretto, invece, riporta un elenco di trentadue persone morte. A Roma, il 23 marzo del 1944.

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Questa storia comincia dopo l'armistizio dell'8 settembre. L'Italia "scarica" a sorpresa la Germania. Ma per i tedeschi il segreto dell'armistizio è solo il segreto di Pulcinella, anzi "Das pfeifen die Spatzen schon vom Dach", come dicono loro. Così già due giorni dopo viene costituito l'Alpenvorland, il Trentino e l'Alto Adige vengono in tutto e per tutto assoggettati al potere nazista. Tra le altre cose, si presenta la necessità di costituire dei corpi di polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico. Vengono così formati il Corpo di Sicurezza Trentino, il suo corrispondente altoatesino, il S.o.d., e i Polizeiregiment. Italiani che combattono per i tedeschi. Tanti corrono ad arruolarsi perché convinti di scongiurare così il pericolo di essere mandati al fronte, altri perché convinti sostenitori del nazismo, altri solamente perché costretti a prendere atto della propria volontarietà.
L'undicesima compagnia del Polizeiregiment Bozen è formata da 156 uomini. Quasi tutti contadini o artigiani della valli dell'Alto Adige; hanno attorno ai quarant'anni e sono comandati dal tenente Wolgasth, un prussiano tutto d'un pezzo, una carogna secondo i suoi soldati che gli affibbiano il nomignolo di "Vollgas", Tuttogas, perché si diverte a farli schiattare di fatica. Il battaglione lo dirige un boemo, tale Dovek. Sì, perchè i posti di comando sono preclusi agli altoatesini, che in fondo – piaccia o no – sono pure italiani. Dovek e Tuttogas non devono avere una grande opinione dei loro soldati; l'appellativo più gentile che riservano alla truppa è "Holzkoepfe", teste di legno. Non hanno digerito di essere stati assegnati a quel battaglione, a quelle schiene curve abituate a salire su per i sentieri della Val Venosta e dei passi dolomitici, a quella gente di montagna per natura così pacifica e poco incline alla marzialità militaresca.
Per questo l'addestramento è particolarmente duro. Bolzano e poi Colle Isarco. E da sopportare non ci sono solo la disciplina e la fatica fisica, ma pure l'umiliazione psicologica messa in atto dai comandi. "Traditori", "maiali", "bastardi" e altre della stessa marca. A quelle reclute non viene perdonato il fatto di essere così poco tedesche, di non sapere addirittura, come nel caso dei ladini, parlare il tedesco.
Loro, le reclute, malsopportano. In fondo, a quanto ne possono sapere, tutto quello assomiglia tanto ad un secondo servizio militare, fatto con una divisa diversa, per una nazione diversa, con tanto di giuramento che viene pronunciato il 28 gennaio. Pochi giorni dopo il Battaglione è trasferito a Roma, con mansioni di sorveglianza.
Per chi sperava di rimanere in Alto Adige non è certo una bella notizia. Anche perché Roma, in quei giorni, dovrebbe essere, in teoria, una "Città Aperta", cioé immune ad ogni tipo di combattimento, ma di fatto è il teatro di un braccio di ferro tra i nazisti e le bande partigiane. Pare che i muri della città siano tappezzati di manifesti tedeschi. Vi si può leggere una frase terribile, ma molto, molto chiara, che non può lasciare spazio agli equivoci: ogni aggressione contro i militari tedeschi da parte di civili sarà punita con dieci vittime italiane per ogni vittima tedesca.
Il Polizeiregiment Bozen viene acquartierato nelle soffitte del Viminale. Da lì, tutte le mattine, l'undicesima compagnia si reca marciando al Foro Mussolini, per svolgere le esercitazioni. Dovek, al seguito in automobile, non si accontenta di esporre le "teste di legno" agli attacchi partigiani. Pretende che si facciano sentire, che cantino come tanti galletti pettoruti, che si mostrino entusiasti di servire il Reich. Come delle vere esse-esse.

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Ci sono giorni che nascono già gonfi di presentimenti, pieni di segni; tanto che già al mattino ti convinci di aver capito cosa accadrà di lì fino a sera. Come quei pessimi film in cui si intuisce da subito che fine farà quell'attore, dato che si porta scritto la parola "morte" sulla fronte.
Il 23 marzo 1944 è un giorno speciale. Ricorre il venticinquesimo della fondazione dei Fasci di Combattimento, antesignani del fascismo. In città è prevista una manifestazione. La si farà al chiuso, in un teatro, per motivi di sicurezza. I nazisti temono attentati dimostrativi che spingano la popolazione romana ad insorgere.
Anche Giorgio Amendola conosce l'importanza di quella ricorrenza. Il futuro deputato comunista è a capo dei Gruppi di Azione Patriottica nella capitale, i Gap, e li ha già incrociati questi militari un po' curvi, così poco tedeschi, che cantano come deficienti per le strade di Roma. Sì, li ha visti vicino a Piazza di Spagna, recandosi al nascondiglio di Alcide Degasperi. Amendola ordina ai Gap di studiare un piano per attaccare quella Compagnia.
I soldati dell'undicesima sono contadini che di tattica e strategia sanno ben poco. Per loro è già stato abbastanza traumatico passare dai prati della Val Badia, alla soffitta del Viminale. Però, qualcosa riescono a notarla. Le guardie sono raddoppiate, le strade di Roma al contrario degli altri giorni sono praticamente vuote. E poi i sottufficiali, e anche Tuttogas e gli altri, vengono convocati a rapporto, in cima alla compagnia, mentre, con due strane ore di ritardo, l'ultima marcia è già cominciata.
In mezzo a questi inquietanti segnali, l'undicesima si avvicina a Via Rasella. E' strano, ma neppure Dovek sembra lo stesso. Pare agitato, continua a fare su e giù con l'automobile. E non li fa cantare. Anzi, sì. Sentilo adesso come urla: "Ein Lied! Schweine!".
I plotoni della compagnia sono quattro. La bomba esplode mentre è appena transitato il secondo. Dodici chili di tritolo pressati in un contenitore di ghisa, a cui sono aggiunti sei chili di esplosivo e pezzi sfusi di ferro.
Dicono che in quel momento Alcide Degasperi fosse in compagnia di Amendola. Ad un certo punto la forte esplosione fa tremare i vetri. Amendola dice: "Sentito che botto?!". Degasperi risponde: "Eh, voi comunisti, una ne pensate e cento ne fate". Sembra un dialogo tra il divertito e il leggero.
A poche centinaia di metri, in Via Rasella, di divertente non c'è proprio nulla. A terra rimangono trentadue soldati, alcuni dei quali orrendamente mutilati. Ci sono alcuni morti civili, "effetti collaterali" li chiameremmo oggi. Tra loro un ragazzo di quattordici anni.
Il resto della compagnia sbanda. Com'è comprensibile c'è una gran confusione, urla, sangue, panico, paura. Anche perché non c'è un nemico contro il quale aprire il fuoco. Il nemico è nascosto, fuggito, volatilizzato. Ha tirato il sasso e ha nascosto la mano. I soldati allora dirigono l'attenzione verso l'alto, alle finestre dei palazzi di Via Rasella. La bomba deve essere arrivata da lì. Non c'è altra spiegazione. Un vecchio affacciatosi viene freddato da un militare. Dovek è sconvolto, corre fra i morti smembrati e i feriti urlando come un pazzo: "Correte, maiali, correte!"
Il tenente Tuttogas, invece, mantiene disumanamente la calma e aiuta i feriti a salire sulle ambulanze. In ospedale farà loro un incredibile regalo, un dono da vera star nazista: una sua foto con dedica.
Alla sera, Dovek irrompe come una furia nelle camerate del Viminale. Vuole che siano quei "maiali" a vendicare i compagni ammazzati dai terroristi. Urla, si sbraccia, scalpita come un cavallo. Nessuno fiata. C'è troppo dolore in quella soffitta. Dolore per i compagni morti e, più che mai, nostalgia di casa. I soldati rifiutano di eseguire l'ordine. Franz, Peter, Toni e gli altri sono cattolici. Proprio loro dovrebbero farlo? Loro che quando stavano a Bolzano e venivano trovati nelle chiese erano obbligati a tornare in caserma sulle ginocchia?
I soldati caduti in Via Rasella trovano sepoltura in un anonimo prato, su Monte Mario. Verranno poi trasferiti nel cimitero di Pomezia. Nessuno chiederà mai di poterli piangere.

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Al Santuario della Madonna di Pietralba, fino a qualche anno fa, si recavano in pellegrinaggio i sopravvissuti della strage. Si trovavano davanti a quel quadretto circondato di nero, con i nomi dei compagni uccisi, e pregavano in silenzio. Un elenco di morti in mezzo a tanti ringraziamenti per una morte scampata soltanto. Perché? Forse perché per quei montanari dalla schiena curva, per quei ragazzi contagiati dalla follia della guerra non ci saranno mai discorsi, monumenti o giornate della memoria. Al massimo un quadretto circondato di nero, un elenco e una data: 23 marzo 1944.


QUANDO FINISCE UNA GUERRA?
Qui finisce la storia dell'undicesima Compagnia del terzo battaglione del Polizeiregiment Bozen, dei soldati tedeschi meno tedeschi di tutta la Seconda Guerra mondiale. Qui finisce il racconto di quello che Norberto Bobbio definì il più grande errore della Resistenza. O meglio. Qui ha deciso di farlo finire chi scrive.
Perché quando ci si occupa di storia contemporanea in questo Paese, comunque si espongano i fatti, è impossibile sottrarsi alle critiche; capita di prendersi del cretino solo perché si cerca di narrare seguendo la propria coscienza; succede di sentirsi rivolgere accuse infamanti solo perché si è convinti che il bene e il male non possono stare mai da una parte sola. Tanto vale seguire il proprio intento fino in fondo: raccontare la storia di quei soldati senza nominare gli autori della strage, né scrivere della tremenda rappresaglia che ne seguì. Si sappia solo una cosa. Le conseguenze di quello che accadde in Italia in quegli anni le stiamo pagando ancora oggi, in questo strano Paese in cui se non sei di destra, "ovviamente" sei di sinistra e se non sei nè di destra nè di sinistra e nemmeno di centro non sei nemmeno un uomo.
No. Nel racconto non ci sono giudizi, c'è solo la vicenda di questi poveri diavoli, vittime di un conflitto spaventoso, di una guerra civile che, cambiando più volte forma, ma mantenendo intatta la sostanza, è riuscita ad arrivare fino ai giorni nostri.

("Trentino", martedì 23 marzo 2004)



Il quadretto ex-voto di Pietralba


I superstiti negli anni Settanta


Wolgasth