Il meccanico partigiano che coltivava il prezzemolo
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Peruzzo
La sera del 25 luglio 1943 al Caffè Roma di Borgo Valsugana c’è aria di festa. Come un po’ in tutta Italia. Nella notte, il Gran Consiglio del Fascismo ha destituito il “Cavalier Mussolini”. Pietro Badoglio è il nuovo capo del Governo. In quel caffè di Borgo, Angelo Peruzzo sta brindando alla notizia assieme ai concittadini e intanto fissa il ritratto di Duce appeso alla parete. Nessuno lo dice, ma il destino di quel quadretto è segnato. Ma proprio mentre sta per essere distrutto, Peruzzo alza un braccio. “Un momento”, dice. E tanta è la sua correttezza che con una calma irreale sfila la foto di Mussolini. Restituisce cornice e vetro perfettamente integri al proprietario e la foto a chi la ridurrà in mille pezzi.
Angelo Peruzzo è originario di Enego, Altopiano dei Sette Comuni. Ha partecipato alla prima guerra mondiale nell’esercito italiano. E’ un socialista, matteottiano, talmente matteottiano da portarne in ogni momento l’effige dorata sul risvolto della giacca. Arriva a Borgo nel 1924. Apre, in via XI febbraio un’officina per la riparazione di auto e moto e sposa la borghigiana Livia Moratelli.
Dopo quel 25 luglio fatidico, la gente di qualunque estrazione sociale viene chiamata a prendere una decisione: far parte della maggioritaria “zona grigia” ed assistere passivamente allo svolgimento degli eventi. Oppure prendere posizione e parteggiare per gli uni o per gli altri.
Angelo Peruzzo ha le idee chiare sul da farsi. Assieme al padovano Manlio Silvestri mette su una sorta di CLN del posto, con funzioni politiche. E pratiche. Peruzzo provvede alla ricerca dei viveri da inviare in montagna. Pietro Romani, cognato di Alcide Degasperi, ha un mulino a pochi passi dall’officina di Angelo; più di una volta fornisce la materia prima per far muovere il motore partigiano: farina, riso e fagioli.
Ma il meccanico di Borgo ha una mansione ancora più pericolosa. Quella di raccogliere le armi che saltano fuori da più parti. Fucili e pistole trovano così rifugio nell’orto di via XI febbraio, in una grossa buca dove un tempo si conservavano le bibite per i clienti della piscina comunale: gazzose e chinotti lasciano il posto alle bombe a mano. Peruzzo copre la buca con alcune assi e sopra un po’ di terriccio seminato a prezzemolo. E chi le trova quelle armi con un nascondiglio così?
Ma qualcuno pronto a fregarti lo trovi sempre. L’amico Silvestri deve tornare a Padova, convalescente dopo un ricovero al “S. Chiara” di Trento. Vuole fermarsi a Borgo e avvertire Peruzzo di possibili rastrellamenti programmati dai tedeschi. Saltare dal treno in corsa, alla stazione di Pergine, non basta a scoraggiare quell’ombra che da un pezzo gli sta alle costole.
Alle cinque del mattino del 23 maggio la casa di Angelo Peruzzo viene circondata da una trentina tra tedeschi e trentini del C.S.T., il Corpo di Sicurezza Trentino. Rovistano come pazzi per trovare le armi. Spaccano i mobili, staccano le assi del pavimento, frugano nei posti più impensati, ma non trovano niente. Perché ciò che cercano è nascosto esattamente sotto i piedi dell’intera famiglia, allineata proprio in mezzo al prezzemolo dell’orto: Angelo, Livia, i quattro figli (Dolores di 16 anni, Mario di 13, Elsa di 8 e la piccola Gemma di un anno), il vecchio padre di Angelo e Silvestri. Un picchetto d’onore per salutare degnamente la vita di uomini liberi.
Vengono tutti tradotti in carcere, a parte i due bambini, consegnati all’orfanotrofio.
Non avessero trovato le armi, sarebbero stati con tutta probabilità rilasciati. Ma il segreto del campo di prezzemolo ha i giorni contati. Il 24 maggio, Dolores, dalla sua cella, vede un uomo che chiede di parlare col maresciallo. Una guardia municipale, pare. Uno di quelli che aveva scelto di stare dall’altra parte. In poche ore la notizia del ritrovamento arriva alle orecchie degli arrestati, con la conseguente condanna di Angelo. Vengono subito fermate le persone che erano solite frequentare l’officina: tra loro, Pietro Romani.
Il 25 luglio 1944 Peruzzo e Silvestri vengono condannati a morte dal Tribunale Speciale germanico. Livia Moratelli, disperata, grazie all’intercessione del farmacista di Borgo, Giulio Bettanini, ottiene di essere ascoltata dal Gauleiter in persona, Franz Hofer, comandante supremo. Anche il vescovo, Oreste Rauzi, tenta qualcosa, ma il punto di vista dei tedeschi è inamovibile: quel meccanico e i suoi sono solo “briganti che infestano le montagna”.
Eppure, pochi giorni dopo, accade qualcosa che fa sperare in un miracolo. La resistenza bellunese ha catturato tre ufficiali tedeschi e ha proposto lo scambio proprio con quei prigionieri, ora rinchiusi a Bolzano.
Angelo Peruzzo, Manlio Silvestri e un terzo prigioniero vengono portati a Sappada per lo scambio. Il viaggio è un crescendo di speranza. Il cuore ricomincia a pompare sangue al cervello, la vita pare rientrare in quei corpi smagriti.
Ma c’è una brutta notizia ad attenderli. I tre ufficiali hanno tentato la fuga e sono stati uccisi dai partigiani. Perché avrebbero dovuto tentare la fuga, considerato che stavano per essere liberati, è una delle tante domande che sarebbe stato bello porre ai protagonisti di quella tragedia chiamata guerra e che invece resteranno al solito preda delle più basse speculazioni politiche.
Morti i tre ufficiali, insomma, le vite dei tre prigionieri italiani non valgono più nulla. Il 29 luglio vengono impiccati nella piazza centrale di Sappada.
Intanto, a Borgo, i tedeschi mettono la ciliegina sulla torta e fanno saltara in aria l’officina di via XI febbraio. Quella del meccanico partigiano che coltivava il prezzemolo.
("Trentino", giovedì 29 luglio 2004)