Un Nettuno tra le Alpi
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Nettuno
Già, a proposito, che ci fa una statua di Nettuno a Trento? Un monumento dedicato al Dio del mare nella piazza di una città alpina può far discutere, o no? Sarebbe come fare un monumento all’alpino e piazzarlo sul lungomare di Bari, non vi pare?
Ebbene. Si tratta di un falso problema, o meglio di un’imprecisione, perché quel barbone coronato che i greci chiamavano Poseidone , ad un certo punto della sua lunghissima esistenza ha deciso di risalire il corso dei fiumi e di estendere il proprio dominio a tutti i territori che abbiano qualcosa a che fare con l’elemento liquido: le città attraversate da un fiume, ad esempio. Oddio, se escludiamo il deserto del Sahel dove piove ogni duecento anni, questo Nettuno qui, con la scusa dell’acqua, dovrebbe avere un regnetto niente male.
Ed invece, la maggior parte delle fontane a lui dedicate, sono concentrate nel triangolo acquifero Trieste – Salisburgo - Verona.
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Nel 1767, Trento non può dirsi certo povera di monumenti, eppure quella Piazza Duomo così spianata pare una ciambella senza buco, un tavolo di legno pregiato senza il sacrosanto centrotavolo appoggiato sul centrino di pizzo. E quale migliore periodo per costruire qualcosa considerato che a partire dal voto espresso nel 1703 per la liberazione della città dall’assedio francese, il console Cristoforo Voltolini e i suoi pari si impegnano per tutto il secolo nel finanziamento di imprese artistiche.
Allora, musica maestro! Il maestro si chiama Francesco Antonio Giongo, la materia prima la offrono le cave del vescovo, i soldini ce li mettono i patrizi, o meglio, quelli che contribuendo alle casse comunali ambiscono a diventarlo. A farsi avanti, però, sono solo due: il mercante Ciani e l’orefice Moar che contribuiranno sostanzialmente ai 22.000 fiorini che costerà la Fontana. E poi potranno dirsi “patrizi”. Come si direbbe oggi: sono soddisfazioni.
L’architetto Giongo è nato ai Gionghi (eddove sennò?) di Lavarone ed ha 50 anni. Non è che abbia poi fatto tutti questi capolavori nella sua vita di scultore. Eppure, il progetto di quel centrotavola lo esalta, gli appare da subito l’occasione per compiere il capolavoro di una esistenza artistica, una sorta di testamento spirituale. Ma tanto per dare a Cesare quello che è suo, va detto che Nettuno, i tritoni e gli altri animaletti vari furono opera di mano forestiera, di tale Stefano Salterio da Como che, causa forse uno sciovinismo eccessivo, scomparirà in maniera graduale dalle cronache di quest’opera prima.
Una Fontana dedicata a Nettuno, il dio delle acque. Peraltro un simbolo laico in un luogo santo (la Piazza del Duomo); una gloria civica che dopo un’iniziale diffidenza perché giudicata “dispendiosissima” e tesa unicamente a celebrare le famiglie patrizie, saprà conquistarsi il plauso incondizionato dei trentini.
Ma il punto era. Facciamo una fontana tanto per fare un fontana? E no, non siamo mica trentini per niente. L’idea dei consoli municipali è soprattutto quella di introdurre in città nuova acqua potabile, qualcosa che sia un po’ più bevibile di quel beverone che si può tirare su dai pozzi, ormai sporchi ed infetti. Va bene, allora. Il progetto c’è, i soldi pure. Da dove la prendiamo quest’acqua? All’inizio si pensa di allacciarsi ad una sorgente situata addirittura al di là del corso dell’Adige, sulla montagna sopra Cadine. Si approntano i tubi di legno di pino (macché ferro, siamo nel 1767!) che devono portare l’acqua giù per il Bus de Vela. Ma le cose non sono tanto semplici. I tubi a causa della pressione scoppiano e provocano l’esondazione del torrente Vela: un casino che non ti dico.
Voltolini e i suoi sono depressi. In mezzo a tutta quell’acqua non sanno più che pesci pigliare. Così supplicano in ginocchio mastro Giongo di tirarli fuori dai pasticci. E il Michelangelo di Lavarone tira fuori un coniglio dal cilindro, si aggancia alla sorgente di San Donà e incassa i cinquecento fiorini di premio: “seppe condurre facilmente a termine ciò che gli altri tentarono invano” diranno di lui.
L’8 luglio 1769, dopo due anni di lavori, l’acqua comincia finalmente a zampillare. Su questo nuovo servizio pubblico, come accade anche oggi, i trentini si buttano (pardon!) a pesce. L’allibito Nettuno può da subito constatare quanto la popolazione scambi la fonte potabile per una sorta di lavasecco. Solo un mese dopo, il Magistrato si vede costretto ad emanare un proclama in cui vieta tassativamente alla popolazione di servirsi dell’acqua della fontana per lavare pannolini, trippe (!), rane (!!!) e cose simili. Ora, sarebbe lecito chiedersi, passino le inquietanti “cose simili”, passino le “trippe” e “le rane”: erano tempi duri, la gente doveva pure sfamarsi in qualche modo, ma i pannolini… I pannolini, no! Cosa sono: i giapponesi che si mettono a stirare nella cappella Sistina? Gli americani che stendono i panni giù da Ponte Vecchio? E poi, voglio dire, il povero Giongo, sarà pure venuto a saperlo… Non deve avergli fatto molto piacere. Come se uno scrittore venisse a sapere che con le pagine dei suoi libri i lettori si detergono alcune parti del corpo… Converrete che non deve essere il massimo.
Comunque. Liberata dalle trippe, la Fontana fa gola perfino a Napoleone che nel 1796, all’epoca dell’invasione dei simpatici francesi, è sul punto di portarsela a Parigi. E cosa non voleva portarsi a Parigi, quello lì.
Passano cinquant’anni e l’usura del tempo (e dei francesi) comincia a farsi sentire. La pietra non è acciaio inox. Nel febbraio del 1862, lo scultore trentino Andrea Malfatti si mette a disposizione del Comune di Trento per rimettere a nuovo tutte le statue, tranne il Nettuno. Evidentemente, come preventivo spara una cifra fuori di testa perché il Podestà differisce il restauro di cinque anni. Fino al 1869, quando Malfatti abbassa la cresta e chiede meno di cinque anni prima. Sarà pure come dice la commissione comunale che il signor Malfatti “non lavora colla mira di un interesse materiale”, ma cinque anni per abbassare un preventivo… voglio dire, nemmeno il mio idraulico.
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Nel 1940, chi partecipa ai funerali solenni del vescovo Endrici ha la sorpresa di ammirare una Fontana del Nettuno monca. La statua, infatti è stata deposta l’anno prima per essere sostituita da una copia in bronzo. L’originale viene ricoverato in una nicchia di Palazzo Thun.
Arriva la guerra. Piazza Duomo nel 1945 è una discarica di macerie, uno spettacolo desolante reso ancor più triste dall’assenza di quel barbuto signore con il tridente in mano.
E’ strano, ma le notizie inerenti alla sostituzione della statua sono davvero scarse, nemmeno stessimo raccontando un evento risalente alle guerre puniche. Nulla si sa dell’esecutore del modello, né della fonderia dove ebbe luogo la fusione, né della data precisa dell’operazione. Solo negli anni Sessanta, il necrologio di tale Davide Rigatti ricordava che lo stesso ebbe il merito di fondere la statua del Nettuno.
Questa storia si chiude alla fine degli anni Ottanta. Il nostro simpatico Dio delle Acque ha avuto modo di sperimentare lo smog delle auto, che gli ronzano attorno come api guerriere. Poi, per fortuna Piazza Duomo viene chiusa al traffico, ma Nettuno deve soffrire dapprima l’allontanamento delle botteghe dal centro storico; e poi, sempre più, concerti chiassosi, casette di legno, giardini posticci e feste della polenta varie. Rimpiangendo l’antica potenza, questo Re senza trono è costretto oggi a prestare la propria immagine per i loghi delle diverse associazioni cittadine e a fare da sfondo di cartapesta per la gioia dei turisti che lo immortalano, lui e il suo sguardo triste, con le loro macchine digitali. Say cheese!
("Trentino", giovedì 30 settembre 2004)