1505: le streghe sul rogo di Cavalese



Detto in soldoni: arriva un giorno in cui qualcuno si mette in testa che le cose non vanno più tanto bene e in giro ci sono troppi birichini. Se quel qualcuno è Papa Innocenzo VIII, va da sé che i birichini sono gli eretici, quelli che “vanno per sparzi”, che non prendono alla lettera i dettami di Santa Romana Madre Chiesa.
La bolla papale che sancisce ufficialmente l’apertura della Grande caccia alle Streghe è datata 5 dicembre 1484. Sì, va bene, caccia-alle-streghe, ma come va fatta, quali sono le regole e, soprattutto, chi sono queste “streghe”? A questa domanda rispondono quasi subito due frati domenicani, Jakob Sprenger e Heinrich Institoris, che redigono il celeberrimo “Malleus maleficarum”, il testo ufficiale della persecuzione. Un libro che riscuote subito un successo senza precedenti: trentanove edizioni, cinquantamila copie stampate; numeri che Faletti e Dan Brown si sognano, considerato che siamo nel Medioevo. Insomma, fatta la legge e redatto il codice penale, agli inquisitori non resta che mettersi al lavoro. I roghi sono pronti ad accendersi in tutta l’Europa cristiana.
Che ad essere perseguitate saranno quasi esclusivamente le donne lo si era capito già nei secoli passati, quando il sesso debole era stato oggetto di una sorta di demonizzazione progressiva. La donna fa paura, viene vista come una specie di alieno: il ciclo mestruale, la sudditanza psicologica… e poi quel nome parla chiaro (fe-minus, minore Fede). Ora, per il bestseller di Sprenger & Co. la donna diviene un vero e proprio tramite tra l’uomo e il demonio e, come tale, va combattuta senza pietà.
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Cavalese nel 1500 è un tranquillo villaggio, capitale di tutti le frazioni che formano la Comunità autonoma di Fiemme. Capo supremo della comunità è un signore chiamato Scario che viene eletto tutti i Calendimaggio in punto. Non c’è la tivù, quindi spetta a lui indicare usi e costumi e farli rispettare. E da oggi c’è anche questa nuova rogna: la caccia alle Streghe.
Così, un dì funesto, Cavalese viene sommersa dalle acque. Alcune case vanno distrutte e qualcuno ci lascia la pelle. Fenomeno naturale? Macché… Non ci sono dubbi: qualcuno ha compiuto malefici diabolici nella valle, provocando il disastro. Il rogo accesso da Innocenzo VIII fa, così, il suo ingresso pure nella pacifica Val di Fiemme.
Solo che, nonostante la smisurata superiorità, la prima strega sospetta si rivela essere un uomo. Giovanni Dalle Piatte è un tipo davvero singolare: guaritore, cerusico, ma soprattutto chiacchierone. Egli viene processato l’8 febbraio 1501, perché si è assunto la paternità dell’alluvione di cui sopra… Ma se la cava con la messa al bando. In pratica deve allontanarsi da Cavalese.
Così, Giovanni non si fa vedere per un po’. Pare che nel frattempo riesca a guarire un ricco feudatario della Val di Non. Poi, qualche tempo dopo torna. Non sa resistere al richiamo della valle. E della sua megalomania.
L’imputato è recidivo. Giovanni viene processato una seconda volta il 7 dicembre 1504, ovviamente per non aver rispettato il bando. Il procedimento viene condotto dal giudice engandinese Domenico Zen, assistito da un consiglio di giurati presieduto dallo Scario, Simoneto fu Zaneto di Predazzo.
Se oggi possiamo raccontare questa storia lo dobbiano ai verbali scritti dal notaio del Tribunale, il bavarese Silvestro Leittner. Giovanni Dalle Piatte capisce ben presto che questa volta non riuscirà a cavarsela con poco. Per tirarsi fuori deve inventarsene una grossa, ma così grossa… Così, durante l’interrogatorio svolto nel palazzo vescovile, l’odierna sede della Magnifica Comunità a Cavalese, l’imputato inizia a raccontare di ‘ste misteriose riunioni a cui avrebbero preso parte diverse donne del paese. Dalle Piatte è preciso quando indica i luoghi dove sarebbero avvenuti i maledetti convegni e perpetrati i malefizi diabolici. Poi, in ultimo, dà da mangiare all’affamata Inquisizione: fa i nomi di ventotto persone. Il boia comincia a fregarsi le mani e Giovanni diventa il primo collaboratore di giustizia della storia.
Delle ventotto donne accusate, sei riescono a fuggire prima dell’arresto e vengono condannate in contumacia. Le restanti dovranno essere sottoposte alle procedure imposte dal “Malleus Maleficarum”, il manuale del giovane inquisitore. Una volta registrate le testimonianze, rigorosamente anonime, il processo segue la prassi usuale: la donna viene rasata e sul suo corpo si va alla ricerca del cosidetto “bollo”, l’infamante marchio diabolico che poteva essere semplicemente un neo o una macchia della pelle, un callo o, ancora, una parte di epidermide insensibile al dolore. Quindi si arriva al clou: la tortura, il mezzo più efficace per far confessare agli imputati qualsiasi cosa, di aver preso parte ai sabba, di essere stati su Urano, di aver bevuto una birra con Satana in persona, ecc.
Le accusate di stregoneria, che a volte erano guaritrici, erboriste, levatrici o semplicemente donne diverse, che per il loro stile di vita attiravano le invidie e le dicerie della gente, erano torturate in modo crudele per estorcere le confessioni che poi fruttavano loro la condanna al rogo. A Cavalese le imputate vengono sottoposte a supplizio nei sotterranei del palazzo vescovile, nel Grotòn. Una descrizione delle “operazioni” colà condotte risulta difficile al cronista del 2005. Si può solo immaginare lo strazio, il dolore fisico e morale che può spingere un essere umano a rinnegare se stesso e ad ammettere colpe non proprie, confessare azioni assurde. Ma cosa non è assurdo in questo racconto, soprattutto se consideriamo in nome di chi tutto si è svolto?
Il 14 gennaio compaiono per prime davanti al Vicario, allo Scario e ai giurati Orsola di Trodena, Margherita di Cavalese e Ottilia di Predazzo. Seguono nei giorni successivi, Margherita “la Tessadrella” di Tesero, Margherita di Zanino, Valeria di Tesero e sua figlia Margherita, Elena di Varena e Dorotea di Predazzo. Sono accusate di eresia, abiura della fede cattolica, veneficio e altre malvagità, compresi rapporti sessuali col demonio. Di queste prime nove imputate, tre non reggono alle torture e periscono in carcere (Valeria, Dorotea e la moglie di Zanino). La figlia di Valeria viene graziata in quanto incinta. Le altre cinque vengono bruciate vive il sabato 15 marzo 1505 sul Doss de Ritzolis (oggi, de le Strìe), il giorno che precede la domenica delle Palme.
Il 21 febbraio viene processata Barbara “la Marostega” che morirà in carcere un mese dopo. Il 18 marzo è la volta di Margherita “la Vanzina” di Tesero, Anna Tretter, Giacoma Vinanti e Bartolomea. Tutte e quattro vengono messe al rogo il 20 marzo.
Infine, Caterina di Carano viene “combusta” il 30 settembre, dopo che in primo momento era stata rilasciata perché dichiaratasi incinta.
Il “pentito” Giovanni Dalle Piatte se la cava con qualche giorno di gogna. Pare che a tirarlo fuori dai casini sia proprio il suo paziente più famoso, quel feudatario noneso aiutato a guarire qualche anno prima. Da bravo collaboratore di giustizia, ora Giovanni si gode la sua impunità.
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I roghi di Cavalese sono tra i primissimi ad ardere in Europa. Il popolo a quell’epoca non ha una grossa coscienza civile, nel senso che deve pensare soprattutto a non morire di fame. Tuttavia quelle barbare esecuzioni scuotono le coscienze. Lo stesso notaio, il tedesco Leittner, rimarrà sconvolto dalla facilità con cui quelle donne si autoaccuseranno. Il notabile, più di una volta, dà l’impressione di vacillare, di non voler accettare che tutto quello stia accadendo davvero per tutelare la Fede in Nostro Signore. Così, prima di ratificare le condanne, corre a Trento e discute animatamente con il delegato vescovile, se sia giusto fare tutto ciò. Possiamo ben immaginare il risultato di quei colloqui. Così, come Galileo, pure Leittner pronuncerà il suo “Eppur si muove” scrivendo in un verbale: “Se sia, oppure no, stato giusto, si giudichi da ciò: da allora non abbiamo più avuto bel tempo, altro che vento, neve, nebbia e freddo”.
Ciononostante l’ultima strega verrà bruciata, in Svizzera, solo nel 1782. Quasi tre secoli dopo.


La rievocazione: tra proteste e telefonate misteriose

La rievocazione dei processi alle streghe di Cavalese è un’iniziativa del “Comitato per le Rievocazioni”, sorto ventitré anni or sono, che ha voluto fare di quei tragici avvenimenti una rappresentazione popolare, non solo per animare la località dal punto di vista prettamente turistico, ma pure per fare della memoria un insegnamento affinché simili persecuzioni, seppure in altre forme, magari più subdole, non debbono ripetersi mai più. Il processo viene riproposto ogni anno, il 5 gennaio (ore 21), e segue scrupolosomente le cronache del tempo, con numerosi figuranti impegnati nella rappresentazione: dall’uscita delle streghe dalle carceri, all’interrogatorio, sino alla crudele sentenza, pronunciata allo storico “Banco de la Resòn”, nel Parco della Pieve. Una rievocazione unica nel suo genere, ben costruita e realistica al punto da lasciare negli spettatori. oltre al batticuore, il dubbio di stare vivendo un’epoca lontana. Quest’anno, peraltro, ricorrono esattamente cinque secoli, essendo accaduti – i processi e i roghi – nel lontano 1505.
In linea di massima, i valligiani hanno ben accolto l’iniziativa, taluni pure con una punta di orgoglio e attaccamento alle proprie origini. Tuttavia, in questi anni, non pochi hanno osteggiato, deriso o criticato la manifestazione; voci discordanti, insomma. Un segno inquietante di come talvolta la tentazione dell’uomo sia quella di dimenticare gli errori fatti, anziché farne tesoro e viatico per gli anni futuri. Sono tanti i membri del Comitato che hanno dovuto fronteggiare l’atteggiamento oscurantista e moralista di taluni, sotto forma di petizioni, lettere (firmate e non) e telefonate. Particolarmente angosciante, ma pure per certi versi comica, quella ricevuta qualche tempo fa da una studiosa del Comitato. Una donna di Trento, qualificatasi come reincarnazione di una delle streghe perite in carcere, ordina di far cessare immediatamente la rievocazione, perché la costringono a rivivere quei penosi momenti; a sentire pronunziare quella condanna ancora le pare si sentirsi soffocare dalle acque dell’Avisio. Fa paura, no? Se non fosse che la signora commette una piccola imperfezione storica. Quando la strega, che lei fu in un altra vita, venne gettata nelle gelide acque del fiume era già defunta da un pezzo.

("Trentino", domenica 2 gennaio 2005)