Una donna nelle Brigate Rosse



Trent’anni fa moriva Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio

La storia di Margherita Cagol, detta Mara, è come uno di quegli strani romanzi gialli che il lettore riesce ad apprezzare meglio se fin dall’inizio conosce il finale, il nome dell’assassino. Così, sbirciando nel nostro finale, col lanternino della curiosità, troviamo il corpo senza vita di una giovane ragazza di trent’anni. Il posto è la camera mortuaria dell’ospedale di Acqui Terme. Il giorno e l’ora: le 17.40 del 6 giugno 1975. L’agenzia Ansa diffonde tre righe di dispaccio: “Torino – La donna rimasta uccisa ieri nel conflitto a fuoco con i carabinieri è stata riconosciuta: è Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio”.

La sparatoria è avvenuta alla Cascina Spiotta in località Franzana di Arzello. Da poche ore, le Brigate Rosse hanno rapito Vittorio Vallarino Gancia, industriale, re dello spumante. I carabinieri perlustrano i casolari delle Langhe nella speranza, prima o poi, di imbattersi nei rapitori.

Sono le 11.30 del 5 giugno quando la 127 blu guidata dall’appuntato Pietro Barberis accosta lentamente sul retro dell’edificio. Il tenente Umberto Rocca picchia sulla porta. Gli risponde lo scoppio di una bomba a mano che gli dilania un braccio. Escono urlando un uomo e una donna. Un’altra bomba esplode, ferisce un terzo carabiniere, Cattafi, e uccide il maresciallo Giovanni D’Alfonso.

A questo punto, l’appuntato Barberis, che è l’unico rimasto praticamente incolume, tenta il bluff. Urla: “Arrendetevi, la zona è circondata”. Ma per tutta risposta il brigatista lancia una terza bomba e poi scappa. Barberis riesce ad evitare l’ordigno e apre il fuoco. Mara rimane a terra, senza vita. Secondo l’appuntato, il malvivente si è fatto scudo col corpo della ragazza. Secondo il brigatista, a Mara, ferita, è stato inferto un vero e proprio colpo di grazia.

All’indomani, il comunicato delle BR è scritto personalmente da Curcio: “Non possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri caduti”, dice.

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Margherita Cagol nasce a Sardagna, dove la sua famiglia si rifugia all’indomani dell’8 settembre 1943. Carlo, il papà, che ha una profumeria in via San Vigilio, ha trovato nel borgo sopra Trento un buon rifugio per proteggere la famiglia (moglie, mamma e due bambine) e se stesso dalle retate naziste. La casa è libera perché il proprietario è al fronte. È vecchia, malmessa, ma ha pure un piccolo valore storico: pare, infatti, che cento anni prima vi abbia visto la luce Amadio Degasperi, padre di Alcide. E il 9 aprile 1945 vi ci nasce Margherita.

I suoi primi anni sono quelli senza scosse di una adolescenza fatta di sante lucie, prime comunioni e vacanze alla colonia di Calambrone. La prima passione della ragazza, però, è per la chitarra. La suona con dedizione, la studia, tiene concerti all’estero e incide alcuni brani per la Rai. In un concerto tenuto a Mogliano Veneto, ad applaudirla c’è pure un giovane romano, introverso e malinconico, conosciuto alla facoltà di Sociologia: Renato Curcio.

Il loro rapporto pare un intreccio, quasi magico, fatto di amore, intesa intellettuale e accordo ideologico che muove i primi passi con i primi moti studenteschi trentini. Alla facoltà di Sociologia (che allora si chiamava Istituto Superiore di studi sociali) la Cagol entra nel 1964. Nello stesso anno arriva, da Albenga, Renato Curcio. Il fermento universitario pare inarrestabile, si alimenta di tutto, dai problemi interni alla facoltà, alla politica estera, alla politica ideologica, e porterà gli studenti ad occupare tre volte Sociologia. Sui muri di Trento si leggono frasi del tipo: “Guai alla penna senza fucile, guai al fucile senza penna”.

È in quegl’anni elettrici e un po’ ubriachi che Margherita si laurea, il 26 luglio 1969, discutendo una tesi su lavoro e capitalismo col professor Francesco Alberoni. Pare che al termine dell’esposizione, la studentessa abbia alzato il braccio sinistro col pugno chiuso. Ciononostante, consegue il massimo dei voti, la lode e l’offerta di svolgere due anni di specializzazione a Milano.

Alla sera, Margherita annuncia a suo padre le nozze con Curcio. Si terranno il primo di agosto al santuario di San Romedio.

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Neolaureata, neoconiugata, Mara trova ad accoglierla una Milano inquieta, carica di pesanti presagi. È quella la metropoli in cui – secondo un rapporto del prefetto – ci sono ventimila estremisti in grado di svolgere azioni di guerriglia. In questo clima, l’8 settembre, sempre del ’69, si costituisce il Collettivo Politico Metropolitano; per Mara e Renato è l’ultimo passo prima della lotta armata. “Milano è la barbarie” scrive a sua madre la ragazza “è la vera faccia della società. Questa società che violenta ogni momento tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa farci sentire veramente quello che siamo…”

Gli anni Settanta cominciano con i giornali che pubblicano sempre più spesso il nome di una fantomatica organizzazione eversiva: Brigate Rosse. E più il tempo passa più le BR si fanno meno “fantomatiche” e più reali, con una loro precisa identità.

Le notizie che Mara trasmette alla famiglia a Trento sono sempre più reticenti. Nonostante le apparenze, la sua è una preoccupazione affettuosa: non vuole sconvolgere ulteriormente la vita dei suoi cari. Su due cose, però, nel 1971, proprio non può tacere: perde un bambino dopo pochi mesi di gravidanza e sperimenta per la prima volta il carcere per aver partecipato ad alcune occupazioni abusive.

L’anno dopo, Mara compra la cascina Spiotta di Arzello. Si presenta ai proprietari come Marta Caruso, insegnante di matematica. Paga in contanti, trovando subito l’accordo col proprietario, senza discutere il prezzo. Tre anni dopo ci troverà la morte. Anche con quella, nessuna discussione.

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Il 25 ottobre del 1972, alle sette del mattino, i carabinieri suonano al citofono di casa Cagol in via Perini a Trento. Sotto al naso di un distrutto capofamiglia agitano un mandato di perquisizione ed uno di cattura: per Curcio. Sono mesi ormai, che le BR hanno imboccato la via della clandestinità. Si susseguono i sequestri di sindacalisti, dirigenti, giudici. Il 12 maggio 1974, viene rapito il giudice Mario Sossi. L’Italia sta rischiando un collasso dopo aver accumulato le tensioni del tentato golpe, di piazza Fontana, di una possibile irreversibile crisi economica. Tuttavia le forze dell’ordine reagiscono con veemenza. In settembre, Renato Curcio viene arrestato con Alberto Franceschini e rinchiuso nel carcere di Casale Monferrato. I covi dei brigatisti vengono scoperti ad uno ad uno, con regolarità. In quello di via Foligno, a Torino, viene trovata la chitarra di Mara, che, dopo l’arresto del marito, ha assunto in prima persona il comando delle operazioni. Subito dopo l’arresto di Curcio, è lei che dirama, tramite l’Ansa, il comunicato in cui accusa Silvano Girotto – il celebre Frate Mitra – di tradimento.

Il 18 febbraio 1975, una donna si presenta davanti alla porta del carcere di Casale, dice al piantone di avere un pacco da consegnare ad un detenuto. Il piantone apre e si ritrova la canna di un mitra sullo stomaco. “Dov’è Renato?” urla Mara. Non ricevendo nessuna risposta, grida a voce ancora più alta: “Renato, dove sei?” E Renato spunta tranquillo da una cella in fondo al corridoio. Mara è calmissima e sorride.


QUEI POCO “FORMIDABILI” ANNI DI PIOMBO

Fosse nata cent’anni prima, lontana da determinati luoghi, fatti e persone, probabilmente Margherita Cagol avrebbe investito diversamente la sua sete di giustizia e l’irrefrenabile voglia di cambiare il mondo che la agitava. Lei, cattolica, educata a non chiudere gli occhi di fronte ai bisogni della gente, probabilmente avrebbe profuso tutte le sue energie in una maniera meno violenta e illegale. “La vita è una cosa molto importante per spenderla male o buttarla via in inutili chiacchiere” scriveva alla madre.

Ma ognuno è figlio del suo tempo ed il tempo a volte è un padre severo ed intransigente che è assai arduo ripudiare. Un padre che a Margherita impose la soluzione a tutte le ingiustizie: il comunismo, la rivoluzione armata, l’esproprio capitalista. Tutti elementi che, alla fine degli anni Sessanta, nelle aule della Facoltà di Sociologia a Trento, vorticavano come foglie in preda ad un uragano e conquistavano le menti, forse pure i cuori, di alcuni studenti che del mondo così com’era non sapevano cosa farsene.

Anni che qualcuno si è permesso di definire “formidabili”, ma che forse, in realtà, hanno rappresentato il modesto trionfo di una minoranza arruffata e arrabbiata nei confronti di una maggioranza senza voce. Anni “formidabili” che lasceranno in eredità i morti, le vite spezzate e soprattutto – come sostenne Montanelli – quella “cultura del sospetto” che continua a serpeggiare, velenosa, ancora oggi, nella nostra vita pubblica.

Ma per Margherita non c’era solo questo. Non c’era solo la certezza di aver imboccato la strada giusta verso quella società migliore, cui pure la dottrina cattolica aspirava. Perché in quelle aule arrabbiate, lei ci troverà l’amore. Amore per un uomo che condivide quel sogno ribelle anche perché di quel sogno egli è il principale propugnatore. Quell’uomo si chiamava Renato Curcio.

("Trentino", sabato 4 giugno 2005)