Gli uomini neri di Calceranica
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Calceranica
Pronti. Partenza. Via. Due carrelli di ferro attraversano rombando le case di Calceranica. Una retta, poi una curva verso sinistra, il ponte sul Mandola e poi più giù, la stazione dei treni. Sullo strano mezzo di trasporto ci stanno quattro tonnellate di pirite e uno spericolato manovratore che deve gestire con saggezza l'unico comando a disposizione: il freno.
" Pirite, hai detto?" Già, a Calceranica ci stava una miniera. Lavorazioni saltuarie - documentate fin dal Seicento - in quei cuniculi dati in concessione prima dal Principe Vescovo e poi dai Conti Trapp.
Ma è dall'inizio del secolo scorso che lo sfruttamento dei giacimenti diventa cosa seria. Soprattutto sotto l'amministrazione Militare Austriaca durante la Grande Guerra. Con la pirite, si sa, si fa il ferro e con quello si forgiano i cannoni. E si battono gli italiani.
Ma la storia va in maniera diversa e nel 1929 la miniera viene prelevata in toto dalla Società Montecatini che, invece di cannoni, è interessata alla produzione dell'acido solforico, a Silandro. Sì, perché pare che bollendo questi sassi se ne tragga zolfo. Valli a capire questi chimici.
Allora, giù carrelli. Adesso sì che è un gran lavorare. Pronti. Partenza. Via. Giù, attento a quella curva che se capottiamo il trenino parte senza di noi. La produzione comincia a crescere e passa dalle diecimila tonnellate del 1922 al record di centomila del 1953. Ma per ottenere questi risultati serve la manodopera, servono loro: gli uomini neri, i minatori, quelli che per andare a infilarsi in galleria partono da Bosentino, da Vigolo Vattaro. A piedi, cristo. Il che vuol dire un'ora ad andare e una a tornare. Due ore di lavoro non retribuite. Macché corriera, quella la Montecatini la metterà solo nell'autunno del 1959, quando i suoi ingegneri noteranno tra le maestranze dell'Alta Valsugana una stanchezza insolita. Sbadigli rotti dal rombo del martello pneumatico.
Ma la produzione incalza, i trentini non bastano più. E' per questo che in pochi anni, considerati i tempi, Calceranica diventa una specie di centro multietnico, una prova tecnica di mercato del lavoro globalizzato. Decine e decine di 'taliani cominciano ad affluire in paese e, assieme ad una valigia tenuta con il nylon, si portano dietro usanze sconosciute, parole nuove, tradizioni. Marchigiani, toscani, veneti e poi quelle volpi dell'agordino, già così esperte con martello e pompa. Sono quelli gli anni in cui a Calceranica si cominciano a vedere prodotti strani in bottega, ortaggi mai visti prima, ad esempio. Cardi, finocchi, pomodori. Cose così.
* * *
I minatori fanno turni massacranti. Otto ore. La normalità per un impiegato del catasto. Una follia per chi di lavoro compie una piccola discesa agli inferi. E il canale che va dritto come una stecca di biliardo dentro alla montagna, settecentocinquanta metri, la porta di questo inferno ha un nome dolce, simpatico quasi: si chiama Leyla, perché l'ingegnere progettista l'ha chiamato come sua figlia. Accanto al cancello in ferro, un capitello con la statua di Santa Barbara. Un segno di croce, l'appello degli uomini neri e poi giù, nelle tenebre che sanno di zolfo e di muffa. Comincia così la giornata del minatore. E prima di cominciare a scavare ci vuole un'oretta di cammino, per arrivare al filone, così, tanto per scaldarsi.
Così, scovalo il filone, infilaci l'esplosivo e poi - mi raccomando - mettiti le mani sulle orecchie. Puntellatura, rotaia, carrello e poi dagli dentro con quel martello, spingilo nella montagna, scarica così la rabbia per esserti dovuto sorbire due guerre, la fame, la spagnola, i nazisti. Tossisci, imprechi, tossisci ancora, ma non temere. E' soltanto polvere. Una bella soffiata al naso e riesce tutto.
* * *
Ma viene un giorno in cui accade qualcosa. Un minatore muore. No, non perché cade in un pozzo o perché schiacciato da un carrello. Muore e basta. A casa sua. E dopo di lui ne muore un altro. Anche lui piano piano. Due morti naturali, senza recriminazioni se non fosse che i due hanno meno di quarant'anni, ne dimostrano ottanta e sono i primi ad andarsene.
Ma qui serve una premessa. Bisogna cercare di entrare nella mentalità di quegli anni disperati, quando fare il minatore voleva dire essere un privilegiato, avere da mangiare, guadagnare il doppio di un operaio della Fiat. Bisogna tener presente che specie nell'Ottocento i minatori in Trentino erano una specie di casta, una confraternita, una povera nobiltà che aveva perfino i banchi riservati nelle chiese. Fine della premessa.
Leggo sull'enciclopedia: "Silicosi: forma di pneumoconiosi dovuta a deposizione (tramite inalazione) nei polmoni di particelle di silicio libere." Le particelle entrano nei polmoni e si depositano, si accumulano fino formare dei grani. E restano lì, anno dopo anno, togliendo spazio ai bronchi. Chi va a Roma perde la poltrona. Chi si fa dieci-quindici anni di Leyla è matematicamente fottuto, non perde la poltrona, ma la vita. Perché arriva un momento in cui c'è talmente tanto silicio che l'ossigeno inalato non basta più nemmeno al mero atto respiratorio. Non so se mi spiego. Come un serbatoio d'auto bucato che perde talmente tanta benzina da non consentire nemmeno l'accensione del motore.
All'inizio la silicosi viene annoverata tra i destini inelluttabili della vita: "si nasce, si prende la silicosi e si muore". Un fenomeno naturale, il prezzo da pagare per poter dirsi minatore.
Ma poi i morti diventano decine, centinaia. Allora alla Montecatini cominciano a grattarsi la testa. Siamo nella seconda metà degli anni Cinquanta. A Calceranica si vedono sempre più spesso dei camioncini molto strani, in cui i minatori vengono fatti salire a petto nudo. "Laboratorio mobile per la prevenzione di silicosi e asbestosi". Sindacati, Acli, patronati vari cominciano a sensibilizzare, avvertire, ordinare riesumazioni. Forse insegnano ad essere un po' meno stupidi.
Qualcuno - probabilmente uno di quelli che si grattava la testa - ha la geniale idea di bagnare le polveri, ma è troppo tardi, signor ingegnere. Il danno è fatto. I serbatoi sono tutti bucati.
Il novanta per cento degli uomini neri di Calceranica muore per silicosi. La stragrande maggioranza prima del cinquantesimo anno d'età. Migliaia di persone. Un'epidemia.
Nel 1964 la Montecatini decide di chiudere. Pare che quelle morti non c'entrino nulla. Il fatto è che la Spagna offre la stessa pirite in miniere a cielo aperto. Rischi e costi nettamente minori. Vuoi mettere?
Il museo della miniera
Ospitato all'ultimo piano del Municipio e curato dal Gruppo Culturale Miniera, il Museo di Calceranica al Lago rappresenta una preziosa testimonianza dell'intensa attività delle comunità di minatori dal 1800 alla seconda metà del '900. Vi sono esposti oggetti e accessori della dotazione individuale dei minatori assieme a documenti, foto, mappe, macchinari di perforazione, ecc. Una vera e propria memoria collettiva se consideriamo che molti degli oggetti esposti sono stati donati al Museo dalle famiglie stesse dei minatori. Esiste, inoltre, un progetto del Comune finalizzato a rendere visitabile una parte della galleria di accesso alla Miniera.
("Trentino", Domenica 15 gennaio 2004)