Il sacrificio di Ancilla Marighetto
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Marighetto
Una giovane ragazza, diciott’anni appena compiuti, nel mezzo di una guerra terribile. Si è arrampicata su un abete, forse non tanto per sfuggire ai nazisti che la stanno braccando, quanto per un ultimo, disperato gesto di libertà. Un’ascesa verticale, come se Ancilla anelasse al Cielo: proprio come la fanciulla di quella famosa canzone che vuole comprarsi una scala per il paradiso. “There’s a lady who’s sure all that glitters is gold and she’s buying a stairway to Heaven”. Quella di Ancilla Marighetto non è la storia di una fanatica delle armi e nemmeno quella ambigua di un partigiano esaltato. E’ la storia di una ragazza che sapeva bene quanto vale la libertà. E poi che non è sempre oro tutto ciò che luccica.
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L’armistizio dell’8 settembre 1943 sancisce per il Trentino l’annessione al regno di Franz Hofer, capo supremo della provincia, con potere di vita e di morte sui suoi abitanti. I trentini abili vengono arruolati, volenti o nolenti, nel Corpo di Sicurezza Trentino. Tra loro c’è pure Celestino, il fratello di Ancilla, che, però, a prendere ordini dai nazisti proprio non ci sta e nel luglio del 1944 si presenta, barba lunga, sull’uscio della casa di via Santa Croce a Castello Tesino. Solo per un saluto, prima di correre ad arruolarsi, assieme al compaesano Rodolfo Menguzzato, nel battaglione partigiano “Gherlenda”, di stanza nel bellunese. Quello del comandante Fumo.
Poco dopo, una notte, Ancilla viene svegliata di soprassalto da violenti colpi alla porta. I tedeschi stanno cercando un fuggiasco che porta il suo stesso cognome. Acqua in bocca e pugni chiusi mentre quelli, rabbiosi, imprecando in quella lingua maledetta, sfasciano mobili e sedie.
Ma nonostante la pressione del nemico, le fila del “Gherlenda” si allargano sempre di più. Fino a che viene deciso di distaccare una compagnia di 29 uomini e di posizionarla sotto la Cima d’Asta, a pochi chilometri da Castello, sul Lago di Costa Brunella a duemila metri d’altezza. Celestino e Rodolfo, che ora si chiamano Renata e Menefrego, sono felici di essersi riavvicinati a casa.
E non è meno contenta Ancilla che a casa proprio non riesce a starci. Lei non è fatta per l’attesa, non si sente di fare la Penelope che marcisce tessendo la tela e aspettando il proprio eroe. Così, assieme alla sua amica Clorinda Menguzzato, sorella di Menefrego, decide di andare con i partigiani. Fumo, inizialmente sconcertato dall’idea di avere due donne nel suo gruppo, dà il suo beneplacito e assegna loro i nomi di battaglia: Ora per la Marighetto e Veglia per la Menguzzato.
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Le due ragazze ci mettono pochi giorni per dimostrare di non essere per niente inferiori ai compagni. Imparano ad usare le armi e pretendono di fare i turni di guardia notturni, come gli uomini. E non si tirano indietro nemmeno il 13 settembre 1944, quando il gruppo di Fumo attacca la caserma tedesca di Castello Tesino, facendo molti prigionieri e un pingue bottino.
Due giorni dopo, Ancilla e gli altri attendono la reazione dei nazisti lungo un canalone che porta su, verso Sorgazza. I nemici sono di più e meglio armati, ma la posizione è favorevole e offre buone possibilità di riuscita. Ma all’improvviso, come uno scherzo del diavolo, una nebbia fitta avvolge tutta la zona. Fumo ordina la ritirata, fa ripiegare i propri uomini ad uno ad uno fino a che rimane da solo a combattere. E a morire.
Ma la vendetta dei tedeschi non si ferma qui. E’ il 9 ottobre, quando guidato dal temibile capitano Hegenbart, un battaglione di SS mette letteralmente a ferro e fuoco il Tesino, travolgendo Giacomo Marighetto, il papà di Ancilla e di Celestino, fucilato il giorno dopo. Una sorte ancora più cruda attende Clorinda Menguzzato, torturata a morte di lì a poco per non aver voluto fare i nomi dei compagni.
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Il gruppo partigiano è ormai decimato, senza munizioni né rifornimenti. L’ordine è quello di scioglimento, ma in quattro decidono di resistere; tra loro, i due Marighetto che non riescono ad accettare il fatto che il loro padre sia morto per nulla. Così, nonostante il numero esiguo, i quattro riescono a compiere una serie di attentati strategici, distruggendo mezzi e decimando reparti nemici; azioni rapide e precise seguite da una atletica fuga sugli sci, in cerca di un riparo.
Il 19 febbraio 1945, il gruppo è a Malga Vallarita, posta al centro di una piccola radura circondata dal bosco. Lassù la neve è alta anche tre metri. Fa freddo, certo. Ancilla prova a scaldarsi tentando di bruciare alcuni rametti umidi. La malga non ha camino, per questo la porta viene lasciata aperta.
I tedeschi giungono in un lampo, come falchi, come il destino cattivo che ogni storia crudele, come questa, riserva al lettore.
Ancilla afferra la pistola e inforca i suoi sci. Comincia a scivolare sul manto bianco, sfiorata dai colpi dei nazisti. L’equilibrio è perfetto, la direzione pure. Almeno fino a quando un proiettile non le porta via uno sci. Il partigiano Ora prova per qualche metro a fare l’equilibrista, ma al primo avallamento della neve, pure l’altro sci si spacca. E senza quegli attrezzi, in tre metri di neve ci sprofondi più in fretta che nelle sabbie mobili.
Eccolo, allora quell’abete. Ancilla ci si aggrappa con tutte le proprie forze. Ramo dopo ramo, centimetro dopo centimetro, fino a dove il tronco non si flette e magari anche un pelo più su. Ad un niente dal Paradiso.
Ancilla spara uno, due, tre colpi contro i tedeschi. Sentili come urlano. C’è pure Hegenbart là sotto. Dicono che in Russia ne abbia ammazzati a migliaia, con le sue mani. Un vero campione.
Ancilla ha ancora un colpo in canna e – forse – se lo punta alla tempia. La paura sembra prendere il sopravvento. Un attimo di debolezza. L’unico. Poi, chissà, ripensa alla sua compagna Clorinda, alle torture che ha sopportato, e conclude che sarebbe troppo facile finire così. Da vigliacchi, sarebbe. Così getta rabbiosa la pistola contro quei soldati e scende dall’abete, per guardarli in faccia, uno per uno, quei nemici; per dirli: “Ammazzatemi, ma non tradirò i miei fratelli”. Urla, Ancilla. La sua voce echeggia in quella landa deserta e bianca. Fino a che una raffica di mitra la fa volare sulla neve fresca, regalandole soltanto un ultimo scorcio di cielo e una scala che porta dritto in Paradiso. “And she’s buying a stairway to Heaven…”
("Trentino", sabato 19 febbraio 2005)